09:51 30 Marzo 2020
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Il Rapporto Italia 2020 realizzato dall’Eurispes, che è stato inserito nella classifica degli Istituti di ricerca più importanti al mondo, giunto alla 32a edizione.

Quest’anno il Documento, che rappresenta un vero e proprio strumento di lavoro e di orientamento, legge la situazione economica, politica e sociale del Paese, ne segnala i cambiamenti e i nuovi fenomeni: la fiducia nelle Istituzioni, l’opinione su alcune delle misure proposte o introdotte dal Governo, la situazione economica delle famiglie e i consumi, l’immigrazione e l’accoglienza, le nuove abitudini alimentari, il carico fiscale e i servizi al cittadino, l’evasione, i consumi alimentari di qualità, la sicurezza nelle città, la sensibilità ambientale, la salute e l’uso dei farmaci, l’informazione attraverso i media, l’antisemitismo, l’educazione e la memoria storica ecc.

Come è cambiata l’Italia nel corso dell’ultimo anno? Cosa preoccupa gli italiani? Come valutano le mosse del governo? Per un’approfondita analisi dei dati presentati nel Rapporto Italia 2020, Sputnik Italia ha raggiunto il fondatore e il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara.

—Professore Fara, che Paese emerge dai dati e dalle rivelazioni del Rapporto Italia 2020?

— Dai dati e dalle rilevazioni del Rapporto Italia 2020 emerge la fotografia di un Paese che non ha fiducia nella classe politica che dovrebbe guidarlo e rappresentarlo. Nonostante i lunghi anni della crisi, gli italiani hanno avuto la capacità di adattarsi con diversi espedienti e far fronte alle difficoltà, ma d’altro canto hanno continuato a “bruciare” ricchezza e risparmi. La famiglia d’origine continua ad essere per molti un porto sicuro, sia per il sostegno economico che offre sia per quello di cura della prole. Il lavoro è spesso una preoccupazione, tanto da spingere, soprattutto i giovani, a recarsi in altri paesi in cerca di una migliore situazione economica; molti, pur di avere un impiego, lavorano senza contratto oppure svolgono un doppio lavoro. La consapevolezza di aver fatto fronte alla crisi anche grazie all’esistenza di un’economia sommersa è probabilmente alla base di una diffusa accettazione dei fenomeni di evasione fiscale.

Il nostro è un Paese dove convivono diverse anime dando vita spesso a profonde contraddizioni. C’è un’Italia che accoglie, ma vi è anche una parte del Paese preda di quella stessa intolleranza verso gli stranieri che cresce in tutta l’Europa e che, in molti casi, giustifica episodi di razzismo e antisemitismo.

— Avete notato qualche trend positivo quest’anno?

— Sicuramente l’Italia vuole futuro: otto cittadini su dieci chiedono più investimenti per ricerca e sviluppo. È aumentata negli anni anche la sensibilità nei confronti dei grandi temi ambientali e, in parallelo, continuiamo a registrare un rapporto di accresciuto affetto per gli animali da compagnia, entrati ormai nella maggior parte delle nostre case come “uno di famiglia”.

Un capitolo particolare è stato dedicato al Sud e alle fake news sul Mezzogiorno d’Italia. Abbiamo voluto sfatare il mito secondo cui le regioni meridionali dipendono economicamente da quelle settentrionali, in un rapporto di dipendenza a totale svantaggio di queste ultime. Invece, solo per citare un dato, a fronte dei 45 miliardi di euro di trasferimenti che ogni anno si sono spostati da Nord a Sud, ve ne sono stati altri 70,5 pervenuti al Nord compiendo il percorso inverso.

— Il Rapporto tocca sia i temi tradizionalmente proposti dall’Eurispes sia quelli di recente interesse. Uno dei “vecchi” argomenti che sono stati segnalati nei rapporti precedenti è quello della “frattura tra Sistema e il Paese”. Come è cambiato questo concetto? 

 — La frattura tra Sistema e Paese, tra cittadini e Istituzioni, che abbiamo segnalato nei precedenti Rapporti stenta a trovare elementi di ricomposizione; anzi, si è allargata nel corso dei mesi e pone nuovi problemi che rendono ancora più complessa ed incerta la prospettiva generale. Segnaliamo un disagio diffuso tra la popolazione, divenuto nel tempo quasi strutturale, che alimenta il pessimismo e il qualunquismo, delegittima la politica, frena la capacità di costruzione del futuro. Questa condizione ci impedisce di mettere a frutto le enormi potenzialità possedute dall’Italia, le quali ipotecano la prospettiva stessa che il nostro Paese possa rimanere a lungo tra le prime dieci potenze economiche del mondo.

Proprio partendo da questa consapevolezza abbiamo lanciato l’idea di avviare un progetto ambizioso secondo il quale la Politica si debba far carico di dare vita ad una nuova fase costituente per ricollegare Sistema e Paese.

— Come valutano gli italiani le mosse del governo Conte bis? Qual è la loro opinione su alcune delle misure proposte o introdotte dall’esecutivo: dal reddito di cittadinanza alla lotta contro l’evasione fiscale?

— Dai dati emerge che, in generale, non vi è sempre uniformità tra il consenso manifestato nei confronti del Governo e il giudizio più largamente positivo dato ad alcune misure proposte o adottate. Tra le più criticate c’è il reddito di cittadinanza, che raccoglie il giudizio negativo del 67,1% degli italiani. A seguire, la Sugar Tax (67,4%) e anche la Flat Tax (62,6%) incontrano la disapprovazione della maggior parte dei cittadini.

L’introduzione di Quota 100 è apprezzata da sei cittadini su dieci e un numero simile si esprime positivamente sull’autonomia delle Regioni; conquista, anche se non in maniera netta, la tassa sulla plastica (51%). La proposta di rimpatrio degli immigrati irregolari e le misure di contenimento dei flussi vedono la netta maggioranza degli italiani d’accordo.

— Visto che le coalizioni in Italia non sono durevoli, quale politico rappresenta oggi per gli italiani un punto di riferimento?

 — Proprio perché le coalizioni e i personaggi sono sempre più mutevoli e non durevoli gli italiani non cercano un punto di riferimento, ma chiedono un cambiamento reale delle politiche a sostegno della crescita del Paese, da qualunque parte arrivino, purché siano realizzabili e concrete.

— Il Rapporto ha messo in evidenza anche le impressioni degli italiani sull'immigrazione e l’accoglienza. Gli immigrati sono ancora visti come una minaccia all’identità nazionale oppure come l’ulteriore opportunità per il Paese?  

 — Quattro italiani su dieci (40,3%) definiscono il proprio rapporto con gli immigrati “normale”, quasi uno su cinque (19,4%) parla di reciproca indifferenza, il 14,4% di reciproca disponibilità, mentre un decimo trova gli immigrati ostili (10,1%), l’8,1% li trova insopportabili, il 7,7% afferma di temerli.

Secondo il 45,7% dei cittadini un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli immigrati è “giustificabile, ma solo in alcuni casi”. La convinzione che gli stranieri tolgano lavoro agli italiani rispetto a dieci anni fa è cresciuta dal 24,8% al 35,2% (oltre 10 punti). Accanto a questi risultati segnaliamo che rispetto al 2010 è diminuita sensibilmente, di ben 17 punti percentuali, la posizione secondo la quale gli stranieri portano un arricchimento culturale: dal 59,1% al 42%; analogamente, diminuisce la convinzione che gli immigrati contribuiscano alla crescita economica del Paese dal 60,4% al 46,9%.

Abbiamo spesso segnalato come vi sia una discrepanza tra la percezione negativa dei cittadini e i dati che invece parlano di un fenomeno dai contorni tutto sommato confortanti. Gli immigrati regolari in Italia sono circa cinque milioni (5.255.000 pari all’8,7% della popolazione) e gli irregolari, circa cinquecentomila, la loro presenza è decisamente inferiore a quella che si registra in molti altri paesi. I lavoratori immigrati in Italia producono il 9% del Pil, circa 139 miliardi di euro annui; il denaro che spediscono ai loro familiari (6,2 miliardi annui) è molto più importante per il sostegno ai paesi di origine di quanto non sia quello che l’Italia destina agli aiuti internazionali allo sviluppo. Chi dice “aiutiamoli a casa loro”, sostenendo che si debbano finanziare i paesi di origine, trascura il fatto che siano proprio gli immigrati, con le loro rimesse, che si aiutano da soli a casa loro. Inoltre, i dati ufficiali sono nettamente in positivo per lo Stato. Il bilancio tra costi e ricavi segnala un saldo attivo di 3,9 miliardi. I lavoratori stranieri in Italia sono il 10,5% degli occupati, tra loro vi è un numero crescente di lavoratori autonomi, le loro piccole imprese (oltre 700.000) assumono centinaia di migliaia di italiani e sono di origine straniera il 9,4% degli imprenditori “italiani”. Gli immigrati versano 14 miliardi annui di contributi sociali e ne ricevono solo 7 tra indennità di disoccupazione e pensioni. I loro contributi ci permettono di pagare oltre 600.000 pensioni.

— Il Rapporto sostiene che dal 2004 a oggi aumenta il numero di chi pensa che la Shoah non sia mai avvenuta: erano solo il 2,7% oggi sono il 15,6%. Inoltre, molti pensano che Mussolini sia stato un grande leader che ha solo "commesso qualche sbaglio" (19,8%). Come dobbiamo leggere questi dati preoccupanti, soprattutto nell’ottica degli ultimi episodi, come gli insulti rivolti a Liliana Segre?

 — Questi dati ci parlano di un'involuzione culturale preoccupante. Non si tratta però solo di una mancata conoscenza dei fatti storici e degli eventi tragici del passato. Dove c’è disagio – sociale, culturale, economico – gli animi si inaspriscono e la ricerca di un capro espiatorio può divenire un esercizio di massa, che unisce e rassicura di fronte all’incertezza e alle difficoltà.

— Possiamo approfondire il tema che riguarda i principali preoccupazioni degli italiani?  

— Sicuramente la preoccupazione più grande riguarda la propria condizione economica e lavorativa, insieme al futuro dei propri figli. Basti pensare che quasi la metà delle famiglie (47,7%) è costretta ad utilizzare i risparmi per arrivare a fine mese. Inoltre, per contenere le spese nell’ultimo anno, il 32,5% degli italiani ha rinunciato a effettuare controlli medici e di prevenzione e il 27,3% ha tagliato sulle spese dentistiche. In un caso su cinque, si è rinunciato a terapie ed interventi medici o a sottoporsi a visite specialistiche per la cura di patologie specifiche. La metà dei cittadini ha dovuto rimandare l’acquisto di un’auto nuova. Questo significa che nel Paese persistono sacche di disagio, ovvero vere e proprie situazioni al limite dell’indigenza.

— Nel mondo sommerso dalle fake news, quale mezzo di comunicazione è considerato più credibile e perché?

— Gli italiani considerano ancora la televisione il mezzo più attendibile (64,6%), tanto che quasi tre cittadini su dieci dichiarano di formare la loro opinione di voto sulla base delle informazioni che apprendono in televisione. La Tv sicuramente è considerata un media tradizionale e associata, a torto o a ragione, a forme più articolate di verifica delle notizie diffuse rispetto ad altri mezzi.

I Social Network in particolare vengono indicati come il mezzo di informazione meno affidabile rispetto a tutti gli altri, sicuramente per la consapevolezza che questo sia il luogo nel quale c’è una vastissima produzione e autoproduzione di informazioni da parte degli utenti e, per contro, un minore controllo dell’attendibilità delle fonti stesse.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Economia, Economia
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