22:56 19 Febbraio 2020
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Un'assemblea dei rappresentanti del popolo libico, in particolare dei leader tribali, può portare il processo di insediamento a un livello qualitativamente nuovo e dare una forte spinta in avanti. Così Marco Minniti, membro del parlamento italiano del Partito Democratico (PD) e ex ministro degli interni, in un'intervista a Sputnik.

Minniti, che durante il suo periodo in carica ha svolto un ruolo importante nella gestione della questione libica, ha raccontato a Sputnik la sua visione su quelle che potrebbero essere le vie d'uscita dalla crisi libica, sul ruolo che potrebbe giocare la Russia e sull'ipotesi dell'UE di nominare un inviato speciale per la Libia, che proprio lo stesso Minniti potrebbe essere destinato a ricoprire.

– Lunedì, la commissione militare congiunta libica 5 + 5 ha iniziato il suo primo incontro alle Nazioni Unite a Ginevra. L'Italia lo sta seguendo da vicino? Quali possono essere gli effetti degli incontri in formato 5 + 5 tra i libici, si potrà concretamente andare oltre la sola tregua?

L’importante è che l'incontro si sia tenuto, è importante che ci sia un dialogo tra le due parti e soprattutto è importante che ci sia stata la comune volontà di trasformare quel che è una tregua molto fragile in un duraturo cessate il fuoco. Gli intenti sono molto positivi, e tuttavia non sfugge a nessuno che in questo momento Berlino, che pure aveva rappresentato una positiva e a mio avviso opportuna e utile convergenza, appare in estrema difficoltà. Cioè l’esito di Berlino appare in estrema difficoltà. Si tratta di lavorare per consolidare questo obiettivo, passare da una tregua a un cessate il fuoco e poi costruire un percorso che abbia l'obiettivo di concordare tra le parti un percorso che ridia ai libici la possibilità di potersi pronunciare.

Vede, il cuore della transizione libica è che a un certo punto, e mi auguro che sia il più presto possibile, possa essere restituita la parola al popolo libico. La transizione si chiude quando si faranno le elezioni, e purtroppo sono molti mesi anzi starei per dire molti anni che parliamo di elezioni in Libia e vengono continuamente rinviate.

– La prossima conferenza ministeriale sulla Libia a Berlino si svolgerà a metà marzo. Quale argomento all'ordine del giorno sarà principale per l’Italia?

– Il punto fondamentale di queste conferenze, e io ho una certa esperienza personale, non è quello che si scrive nei documenti, ma quello che si fa dopo quello che si è scritto nei documenti. Questo è il nodo della cosiddetta “backdoor diplomacy” e cioè che uno fa dei documenti su cui è d'accordo, poi concretamente sul terreno ognuno fa quello che ritiene più conveniente. È il problema che abbiamo avuto dopo Berlino-1, è il problema che abbiamo in questo momento. Faccio un esempio: il documento di Berlino è durissimo sull'embargo di armi, ma l'embargo non sta funzionando, e quindi il problema vero non è quello che si scrive nei documenti. Il problema principale non è quello di concordare un nuovo documento, è quello di avere la consapevolezza che in Libia la fase della “backdoor diplomacy” è finita. Perché fino a quando continuerà ad esserci un doppio binario tra una diplomazia ufficiale e la “backdoor diplomacy” temo che in situazioni così delicate come quelle libiche non saranno mai risolte, perché c'è sempre un altro percorso. Quindi l'obiettivo di Berlino-2 deve essere quello di avere un check rispetto a quello che Berlino-1 aveva deciso e richiamare ciascuno dei protagonisti a un principio di rispetto di quello che si è deciso.

Noi non abbiamo conferme ufficiali e tuttavia i rumors di ulteriori invii di forze militari e di armamenti sono rumors particolarmente forti in questi giorni. Tutto questo contrasta apertamente con gli esiti di Berlino, e non è un caso che il segretario generale delle Nazioni Unite abbia di recente richiamato tutti gli attori al principio di responsabilità.

– Ci devono essere più paesi in Berlino-2? La Grecia, per esempio, non ha partecipato in Berlino-1.

– È chiaro che vanno coinvolti altri Paesi. La Grecia ha naturalmente un ruolo importante per evidenti ragioni, perché non c'è una connessione diretta. Tuttavia, c'è una connessione indiretta tra quello che avviene nel Mediterraneo orientale e quello avviene nel Mediterraneo centrale. La Grecia è un paese molto esposto del Mediterraneo orientale, essendoci aperta la vicenda delle concessioni petrolifere di fronte Cipro e riguardando le concessioni petrolifere, paesi europei, in questo caso Italia e Francia, Eni e Total, e la Turchia, ed essendo questi tre paesi profondamente coinvolti nella vicenda libica, ma soprattutto essendoci diciamo l'accordo turco-libico sulla gestione delle acque territoriali, è chiaro che c'è una evidente connessione ed è una delle questioni che vanno risolte.

– Il 20 gennaio, l'Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri Josep Borrell ha dichiarato che l'UE "rifocalizzerà" la propria missione navale nel Mediterraneo, l'operazione Sophia, per concentrarsi sul mantenimento dell'accordo di embargo sulle armi delle Nazioni Unite contro la Libia. Ritiene giusta questa decisione? Sarà efficiente?

– Io penso che sia opportuno rimodulare e tuttavia rimettere in mare una missione europea nel Mediterraneo centrale. Naturalmente la finalità principale deve essere quella del contrasto al traffico di armi. È una questione molto delicata nel senso che una missione europea deve poter tuttavia contare sulla lealtà dei principali protagonisti di Berlino, perché è evidente che una missione di contrasto al traffico di armi, se dentro un quadro di collaborazione con le Nazioni Unite e con i protagonisti di Berlino, se non c'è questa collaborazione, può diventare una cosa molto delicata da gestire.

Faccio un esempio: se questa Missione Sophia fosse stata già in funzione in queste settimane, cosa sarebbe successo? Cosa sarebbe successo se ci fosse una missione europea contro il traffico di armi e per il rispetto dell'embargo nel momento in cui alcune navi trasportavano armi scortate da navi militari di alcuni paesi e entravano nel Mar Libico? Quali sono le regole d'ingaggio? Cosa si fa? C'è un mandato internazionale per cui la Missione Sophia può bloccare le navi, può perquisire le navi? Una missione europea per l'embargo, come si comporta di fronte ai paesi NATO che potrebbero essere interessati a violare l'embargo o l'hanno violato?

– L'Austria è contro questa decisione di usare Missione Sophia.

– C'è un retropensiero ed è un retropensiero sbagliato, nel senso che qualunque missione militare navale intervenga nel Mediterraneo centrale finisca poi per diventare una missione di assistenza umanitaria. Questo retropensiero non può guidare la politica dell'Unione Europea, perché come appare evidente il Mediterraneo, e soprattutto il Mediterraneo centrale, sarà sempre più importante per l'Europa. Per lungo tempo l'Europa ha pensato che il fronte principale fosse quello ad Est. Non è più così. Il fronte principale, l'impegno principale oggi per l'Europa è il Mediterraneo, non è più l’Est. Continuare a vivere con l'idea della minaccia ad Est è un errore drammatico che l'Europa non può più permettersi. Il problema fondamentale è il Mediterraneo. L'Europa deve cimentarsi sul Mediterraneo perché è lì che si gioca la sfida principale per l'Europa e perché nei prossimi vent'anni il cuore del futuro dell'Europa sarà giocato nei rapporti con l'Africa. L'Europa e l'Africa sono due continenti i cui destini sono destinati ad incrociarsi. Bisogna fare un salto di qualità nel pensiero. Siamo ampiamente fuori dalla guerra fredda, continuare a pensare che il problema principale sia l'Est è un errore drammatico. L'Europa e l'Italia devono cimentarsi con il Mediterraneo e con l'Africa, perché il Mediterraneo è tra virgolette il mare su cui l'Africa, l'Africa del nord, e l’Europa si affaccino. Questo è il cuore della questione.

Quindi la Missione Sophia ha queste caratteristiche: l'Europa non può rinunciare a stare nel Mediterraneo centrale. Non è assistenza ai migranti, è azione di contrasto al traffico di armi e se l'Europa non è capace di fare un'azione di contrasto al traffico d'armi nel Mediterraneo centrale, rinunci al suo ruolo.

– A parte la Missione Sophia, dovrebbe l'UE anche inviare forze per monitorare il cessate di fuoco in Libia? L'Italia dovrebbe farne parte?

– Innanzitutto bisogna avere il cessate il fuoco, la cosa che ancora non c'è. La tregua è molto fragile, viene sistematicamente violata. Non sappiamo fino a quanto reggerà la tregua. Naturalmente qualora ci fosse una convergenza delle Nazioni Unite e dei protagonisti di Berlino sul fatto che è necessario avere una forza di interposizione, io penso che l'Unione Europea, per il ragionamento che facevo prima, cioè il Mediterraneo non debba e non possa sottrarsi a questo impegno, ma ci vogliono delle condizioni di cornice che al momento non ci sono.

– Il 2 febbraio il protocollo d'intesa sulla migrazione tra Italia e Libia è stato prorogato di altri tre anni. Data l'attuale situazione in Libia, si tratta di una decisione giusta o dovrebbe essere riesaminata?

– Sono entrambe presente le due cose. Il Memorandum of Understanding (MoU) è stato prorogato e secondo me era giusto prorogarlo. E tuttavia l'Italia non ha rinunciato e non rinuncia all'esigenza di migliorarlo. Come sanno tutti, gli accordi diplomatici hanno punto di partenza e poi progressivamente possono essere migliorati. L'intento dell'Italia è migliorarlo, e soprattutto in considerazione del fatto che noi abbiamo in questo momento la situazione che in Libia non c'era nel momento in cui è stipulato il MoU. All'epoca era un paese che naturalmente aveva tensioni interne, ma tuttavia era orientato verso il processo di stabilizzazione. Ora è in corso una guerra civile. Una guerra civile non è una cosa banale, e questa guerra civile impatta anche sul MoU. La mia opinione è che in questo momento l'Europa dovrebbe mettere in campo un piano straordinario per evacuare i centri di accoglienza ufficiali di migranti in Libia. Sarebbe un segnale molto importante che consentirebbe da un lato di tutelare i migranti che in questo momento sono purtroppo essi stessi obiettivo delle azioni militari. E secondo sarebbe un aiuto concreto al popolo libico, e cioè una missione, una operazione umanitaria che svuoti centri ufficiali di migranti. Sarebbe un'operazione che aiuta molto i libici, perché in questo momento i libici hanno una situazione molto delicata sul terreno della gestione dei centri di accoglienza, che appunto c'è in corso una guerra civile. Quindi, conferma, miglioramento e missione europea per aprire corridoi umanitari per svuotare i centri d'accoglienza che in questo momento vedono minacciata la vita delle persone che ci stanno dentro.

– In generale, si aspetta maggiori arrivi di immigrati illegali in Italia dalla Libia, conoscendo l'instabilità della situazione?

– Sì, può esserci può esserci per due ragioni. Perché appunto una guerra civile fa deperire, fa venir meno le azioni di controllo dei confini e quindi delle coste libiche. Sì, perché può esserci un'emergenza umanitaria che coinvolga direttamente i libici. In tutti questi anni noi abbiamo avuto fenomeni migratori dalla Libia, in cui c'è una caratteristica particolare: arrivavano in alcuni casi anche centinaia di migliaia di persone, ma tra queste centinaia di migliaia di persone non c'era un libico. La Libia era un paese sistematicamente di transito. Negli ultimi arrivi in Italia stiamo parlando ancora di piccoli numeri, però negli ultimi arrivi in Italia incomincia a travedersi una diretta presenza libica. Le Nazioni Unite dicono che abbiamo tra 250 e 350 mila sfollati libici. Se la guerra civile ulteriormente va avanti c'è il rischio che noi abbiamo una ripresa che può essere alimentata dal fatto che i libici vanno via dalla Libia. Non è una situazione del tutto nuova, perché dopo l'intervento militare della Nato in Libia nel 2011 noi abbiamo avuto un'onda migratoria direttamente dei libici verso l'Italia e verso l'Europa. Il protrarsi di una guerra civile può portare a una situazione di emergenza umanitaria.

– Qual è la sua opinione dell'operato degli ultimi due governi italiani sul dossier libico, di primaria importanza per l'Italia? Perché l'Italia sta evitando di svolgere un ruolo più attivo in Libia a sostegno di Sarraj?

– L'Italia si gioca una partita cruciale in Libia. Un pezzo fondamentale dell’interesse nazionale dell'Italia si gioca in Libia su tre grandi questioni. Il primo tema è quello del governo dei flussi migratori. Il secondo tema è quello della lotta al terrorismo internazionale. Nessuno di noi deve dimenticare che fino a poco più di quattro anni fa la moderna capitale della Libia, Sirte, era in mano di Islamic State. Già oggi ci sono pezzi di foreign fighters che sono andati via dalla Siria e dall'Iraq che sono in Libia e quindi c'è il rischio che la Libia non governata diventi un safe haven per i terroristi di Islamic State, che quindi è una minaccia diretta per l'Italia e per l'Europa. Terzo sono gli interessi di carattere energetico l'Italia ha un legame molto forte energetico, petrolio e gas, con la Libia. Il blocco di una parte dei giacimenti petroliferi e di gas costituisce per l'Italia un problema abbastanza serio. Quindi nel momento in cui dico un pezzo di interesse nazionale si gioca in Libia è evidente che l'Italia deve avere un ruolo attivo.

– Questo ruolo è abbastanza attivo adesso?

– Io penso che l'Italia per una serie di ragioni abbia negli ultimi anni perso un po’ l’iniziativa, per una ragione semplicissima, perché ha fatto diventare il tema dell'immigrazione, soprattutto non intervenendo in Libia, ma il tema dell'immigrazione un tema di divisione all'interno dell'Unione Europea e non un tema da affrontare insieme con gli africani. Faccio un esempio, perché me ne sono occupato personalmente. L'Italia fino a due anni e mezzo fa aveva rapporti diretti con la società libica, nel senso che c'erano accordi con i sindaci delle città libiche, c'erano accordi con le tribù del sud della Libia, del Fezzan, i Tebu, i Tuareg e i Suleiman, cioè l'Italia era protagonista di un rapporto diretto con pezzi della società libica, non soltanto con gli esponenti di primissimo piano – Sarraj, Haftar. Accanto ai protagonisti principali c'era un rapporto con la società libica. Questo progressivamente si è smarrito, e io penso che non ci sia una possibilità di dare una soluzione alla questione libica se non c'è una mobilitazione di pezzi della società libica.

Per esempio, l'Afghanistan. Dopo l'intervento militare in Afghanistan la situazione era difficilissima ed è difficile ancora, ma all'epoca era difficilissima. Quale fu la risposta della comunità internazionale? Fu quello di convocare a Berlino, non casualmente a Berlino, quella che gli afghani chiamano una Loya Jirga, cioè una grande assemblea degli stakeholders popolari, non soltanto dei capi. Quella Loya Jirga sblocca la situazione, perché ognuno dei capi doveva confrontarsi con il suo popolo, doveva spiegare al suo popolo le ragioni dei sì o dei no.

Io penso che se si vuole far fare un passo avanti libico oltre ai vertici internazionali c'è bisogno di coinvolgere i protagonisti libici. I protagonisti libici, e questa è la complessità della situazione, non sono soltanto il GNA e Haftar. C’è il problema di Misurata. C’è il problema del sud della Libia e le tribù subsahariane. C'è il problema delle tribù della Libia. Le tribù in questi anni sono state l'unica cosa che ha tenuto insieme un minimo di tessuto sociale della Libia. Quelle tribù possono costituire oggi un asset molto importante per la stabilizzazione. E quindi fare l'assemblea dei capi tribù è anche un modo per ridare legittimità in attesa di elezioni e dare anche legittimità democratica ad un processo elettorale. Sarebbe molto importante.

Il vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans ha un mese fa ha proposto l'idea di avere un inviato speciale dell'Unione Europea sulla Libia. Io la riterrei una cosa molto importante. La diplomazia oltre ad essere una scienza politica è anche molto rapporti personali. Bisogna conoscere le persone e conoscere quello di cui si sta parlando. C'è bisogno di un rapporto di fiducia con i singoli protagonisti che magari non si parlano tra di loro, ma hanno fiducia in una terza persona. Io penso che l'idea di un inviato speciale europeo sulla Libia, se poi questo inviato speciale fosse addirittura un italiano, è una risposta a mio avviso molto importante. Se la Commissione Europea decidesse un inviato speciale, ne avrebbe un salto di qualità perché l'Europa parlerebbe con un’unica voce e questo sarebbe molto importante, anche per gli altri attori, sarebbe molto importante per la Russia, per la Turchia, per l'Egitto, per i Paesi del Golfo.

– Ho letto che Lei potrebbe essere un candidato per questo ruolo.

– A me non ha chiesto niente nessuno, quindi sto parlando in termini generali.

– Come valuta la decisione della Turchia di inviare consulenti militari in Libia?

– Io non contesto il Memorandum of Understanding firmato tra Turchia e GNA. Naturalmente per la Turchia spostarsi dal Mediterraneo orientale al Mediterraneo centrale è una cosa particolarmente impegnativa, io sono preoccupato dal fatto che la Libia possa diventare il terreno di confronto militare e diplomatico con paesi che con la Libia non c'entrano nulla. Dobbiamo evitare le guerre per procura, questo è il cuore della questione e mi auguro che gli amici turchi abbiano questa consapevolezza. Noi diciamo “il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”. Ecco, uno è convinto di avere il controllo della situazione, ma per esperienza personale, conosco con un certo dettaglio la situazione, suggerirei a ciascuno di non essere apprendista stregone perché a volte può succedere che uno evoca fantasmi che poi alla fine non riesce a controllare. Ho da questo punto di vista una certa esperienza. Io penso che sia doveroso, che la Turchia, essendo uno dei paesi firmatari di Berlino, si attenga al protocollo di Berlino.

– L'imprenditoria e l'industria italiane che hanno investito in Libia possono riuscire a ritornare nel paese? In quali circostanze e quando può accadere, secondo Lei?

– Questo è un auspicio. Non è semplice. La stabilizzazione della Libia è un percorso non semplice perché la situazione si è particolarmente deteriorata. Quando c’è una guerra civile e ci sono dei morti sul terreno, non è semplice fare la pace per una ragione semplicissima perché ci sono i morti, le famiglie dei morti. Nel 2017 vennero Roma i rappresentanti delle tre tribù del deserto del Sahara, i Tebu, Suleiman e Tuareg. Loro erano in guerra tra di loro. Firmarono proprio nel mio ufficio la cosiddetta “Pace di Roma”. Lì ho visto in maniera evidente quanto sia difficile mettere fine a una guerra civile, perché ognuna delle tre tribù aveva l'elenco dei loro morti e ogni capo tribù sapeva che doveva tornare e spiegare alle famiglie che avevano avuto i loro figli morti che si era fatta la pace con quelli che gli avevano ammazzato i figli. Non è semplice. C'è lo spirito animale della vendetta e lo spirito animale della vendetta che c'è in tutti e che nei paesi del Sud è ancora più evidente, nei paesi a configurazione tribale la vendetta è molto forte. Il percorso è molto più complicato.

Durante quella fase per fare firmare la pace i tre capi tribù, si chiamano sultani, sono sultani veramente, hanno un potere assoluto, e nonostante avessero un potere assoluto non era per loro facile firmare una pace.

– Attualmente il petrolio libico é fermo. Quali sono le conseguenze per l'Italia e quanto tempo ha l'Italia per prevenire gravi perdite economiche?

– L'Italia ha tra virgolette una molteplicità di fonti petrolifere, quindi non è direttamente dipendente esclusivamente dalla Libia. Tuttavia è evidente che un blocco continuativo e pozzi petroliferi può provocare danni al limite della irreversibilità negli impianti. Il blocco per lungo tempo di impianti può portare al deterioramento degli impianti, facendo perdere alla Libia un asset molto importante. Bisogna sempre utilizzare prudenza perché poi alla fine si finisce per fare un danno al proprio popolo.

– I rapporti tra Italia e Russia: se e come sono cambiati dopo l'entrata della Federazione nello scenario libico?

– Non sono cambiati. I rapporti sono storicamente eccellenti. Io penso che la Russia, e lo pensavo già prima quando il loro ruolo della Russia era più distante dalla Libia, era più impegnato in Siria e molto meno in Libia, abbia un ruolo molto importante in Libia. Lo penso a maggior ragione adesso, ma con un warning. Il warning è che io penso che non sia possibile una spartizione della Libia. Dobbiamo lavorare insieme sapendo tuttavia che l'idea di separare la Libia in due o più parti è un'idea che non riesce per una ragione semplicissima, perché se in Libia fai partire l'elemento della divisione territoriale, in italiano si dice “sai dove cominci non sai dove vai a finire”. Perché non è detto che se apri la strada per le rivendicazioni territoriali, ti fermi soltanto due. Perché per esempio c'è Cirenaica, c'è Tripolitania e c'è il Fezzan che è un'altra cosa ancora. Poi c'è Misurata, che è un'altra cosa ancora. Aggiungo anche che se tu vuoi andare avanti, una radicalizzazione. Per esempio io non so se sono vere le notizie della presenza di siro-turchi, di miliziani siro-turchi in Libia che hanno combattuto in Siria. Io non so se sono vere. E tuttavia il fatto che in questo momento ci siano siro-turchi probabilmente in Libia o forse in Libia rappresenta un ulteriore elemento di radicalizzazione della partita e rende tutto più difficile, per cui a un certo punto se qualcuno apre il vaso e la divisione territoriale, non si sa, noi potremmo avere una disintegrazione della Libia, perché non c'è nessuno che possa poi fermare gli elementi di particolarità. Per la Russia può svolgere un ruolo molto importante. Aggiungo anche che per la Russia è una prova nel Mediterraneo. La Russia ha coronato una storica ambizione con la presenza nel Mediterraneo in Siria. Adesso ha un ruolo in Libia e dev'essere all'altezza di questa sfida, una sfida storica, non è una contingenza.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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