07:50 20 Settembre 2020
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Pensioni, pensioni, e ancora una volta pensioni. Nel dibattito pubblico e nei salotti televisivi sembra non ci sia spazio per la drammatica situazione dei giovani. Aumenta la povertà fra i minori rispetto agli anziani, ma dei giovani non parla nessuno. Nel frattempo si continua a costatare l’emergenza culle vuote nel Paese.

I giovani sono il futuro, si diceva una volta. Stando alla situazione in cui versano i più giovani in Italia però non si direbbe: aumenta la povertà fra i più piccoli, le famiglie giovani con bambini sono le più colpite dalla crisi e la disoccupazione giovanile non fa ben sperare.

La povertà economica inoltre va di pari passo con la povertà educativa, molti giovani non studiano né acquisiscono competenze compromettendo il proprio futuro. Insomma, si diventa poveri fin da piccoli, mentre nonostante la crisi il tasso di povertà fra gli anziani risulta stabile. A cosa è dovuto questo divario generazionale? Perché nessuno parla dei giovani e delle politiche necessarie per invertire questa triste e preoccupante rotta? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Luca Paolazzi, economista di REF Ricerche.

— Luca Paolazzi, come incide la povertà sulla popolazione? È vero che incide maggiormente sui più giovani?

— Assolutamente sì, la povertà fra i minorenni è aumentata tantissimo. La percentuale raggiunge il 20%, contrariamente a quello che è successo alla popolazione anziana, dove il tasso di povertà è rimasto invariato, intorno al 4,5%.  Questo fenomeno è una novità nel nostro Paese, in precedenza, infatti, erano gli anziani a rappresentare le fasce più povere della popolazione. È un fenomeno molto preoccupante perché i giovani rappresentano il futuro del Paese; se i giovani soffrono la povertà inevitabilmente studiano di meno, hanno meno possibilità di arricchire il loro bagaglio di conoscenze e competenze. Soffrono anche di incuria nelle medicine e nelle cure mediche. A soffrire di più sono le famiglie numerose, che nel nostro Paese sono rappresentate dagli immigrati con un tasso di natalità più elevato rispetto agli italiani. Tutto ciò porta ad un impoverimento del capitale umano del Paese.

— Per quali motivi in termini di povertà è sempre aumentato questo divario generazionale?

— Perché essendo i giovani molto più numerosi nella popolazione immigrata, quella più povera, sono stati loro a risentirne maggiormente. Bisogna ricordare però che i giovani sono il futuro di questo Paese, fra l’altro molti di questi immigrati sono nati e cresciuti in Italia. L’Italia è un Paese povero di risorse naturali e ha sempre basato la sua ricchezza sull’ingegno, sulla laboriosità, sulla forza di volontà delle persone. Se abbiamo una fascia di giovani senza la possibilità di studiare ecco che il Paese si impoverisce.

— Perché nei salotti televisivi e sui giornali si parla sempre di quota 100 e delle pensioni, ma mai di giovani, visto che sono il futuro del Paese?

— Perché c’è sempre stata una forte disattenzione verso il mondo giovanile e l’istruzione in questo Paese, non è una novità. Si è sempre parlato dei diritti dei pensionati, è una distorsione mentale che ci portiamo appresso da alcuni decenni. È facile elargire dei soldi pubblici attraverso una maggiore generosità nelle pensioni piuttosto che investire attraverso l’istruzione nelle future generazioni. Il ritorno politico della generosità previdenziali è immediato, mentre il ritorno politico dell’investimento nei giovani è molto lontano nel tempo. I politici non stanno ad aspettare anni, vogliono un ritorno immediato.

— Se i giovani non hanno un lavoro, sono poveri non mettono su famiglia né fanno figli. È una catena di problemi uno legato all’altro, no?

— È un circolo vizioso difficile da spezzare. Le politiche anche nell’istruzione fatte in passato erano sempre rivolte a difendere i diritti dei lavoratori della scuola. Non si guardavano le necessità degli studenti, per cui si aumentava il numero di insegnanti per il numero di studenti, non perché fosse necessario a migliorare l’insegnamento. Non era sbagliato aumentare il numero di insegnanti in sé, ma non si guardava per esempio al tipo di qualifiche di questi insegnanti. Si sono stabilizzati gli insegnanti indipendentemente dalle loro capacità. L’effetto è che anche oggi abbiamo una serie di posti vacanti all’interno della scuola, perché mancano insegnanti di certe materie e così si prendono i supplenti.

— Povertà fra i giovani, culle vuote, disoccupazione giovanile… quali sono le politiche economiche necessarie per invertire questa triste tendenza?

— Il primo intervento deve avere un esito nell’immediato ed è cercare di tirare fuori dalla povertà giovani. Questo perché se sono poveri non vanno a scuola, non vengono curati e tendono ad impoverirsi dall’inizio. Sono poveri in termini di soldi, ma anche di conoscenze e competenze.

Il secondo tipo di provvedimenti riguarda l’investimento nei giovani, cioè la scuola e l’istruzione. Non bisogna più guardare ai docenti, al lato dei lavoratori, ma al lato degli studenti. Questo ha tante implicazioni: bisogna pensare ad un altro modo di insegnare, non più con il professore che spiegava dalla cattedra, ma usando anche le nuove tecnologie. Bisogna capire che questo è il nostro futuro e il nostro futuro va curato già da adesso.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Economia, Italia
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