00:23 20 Febbraio 2020
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Prorogato automaticamente il memorandum sull’immigrazione Italia-Libia siglato nel 2017. Roma ha ribadito a più riprese di inseguire una soluzione politica nel dossier libico, dove scendono in campo sempre più attori internazionali. Qual è stato il ruolo dell’Italia in Libia e qual è il suo peso oggi dopo 9 anni di guerra?

Domenica 2 febbraio è stato prorogato per altri tre anni il memorandum italo-libico firmato nel 2017. Il testo che regola la politica fra i due Paesi in tema di immigrazione è fortemente condannato da organizzazioni internazionali che si battono per i diritti umani.

Al di là del memorandum sui migranti, la presenza italiana nel dossier libico è sempre più marginale, nonostante un ruolo storico importante nel Paese. Dove sbaglia l’Italia nello scacchiere libico? L’Italia può ancora giocare le proprie carte? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Andrea Cucco, direttore di Difesa Online.

— Fa discutere il rinnovo del memorandum sull’immigrazione italo-libico. Andrea Cucco, qual è il tuo punto di vista?

— Si tratta di un rinnovo previsto già dallo stesso memorandum del 2017, fa capire quindi in maniera eloquente l’attenzione che il nostro Paese dà alla Libia. Con questo atteggiamento l’Italia sembra un Paese che sta a guardare, mentre gli altri prendono l’iniziativa. Negli ultimi mesi abbiamo assistito alla Turchia che ha prepotentemente preso lo spazio lasciato vuoto nel Paese, a supporto del cosiddetto governo di accordo nazionale “riconosciuto” dalla comunità internazionale, che non ha più alcun sostegno locale.

Si continua ingenuamente a voler cercare una soluzione quando forse la soluzione era lasciare che le cose facessero il proprio corso, che un unico governo dominasse il Paese. Negli ultimi due mesi con l’assedio di Tripoli sembrava essere arrivati all’epilogo di quel conflitto. La scesa in campo della Turchia ha allungato, non sappiamo di quanto, l’agonia che dopo 9 anni è vergognosa. Si può imporre un cambiamento di regime anche con la forza, come è avvenuto nel 2011. Non è tollerabile però che dopo 9 anni un Paese viva nell’anarchia.

— Rimanendo in tema di immigrazione, a gennaio verso l’Italia c’è stato un boom di arrivi. Come gestirà i flussi l’Italia?

— Viene confuso l’effetto con la causa. Il problema non dovrebbe essere tanto l’immigrazione e come fermarla, quanto la stabilizzazione di quel Paese. A testimonianza di tante persone che lavoravano in Libia con cui ho parlato è chiaro che se il Paese diventasse stabile ci sarebbero migliaia di immigrati ben contenti di tornare in Libia. Molti preferirebbero la Libia alla stessa Italia e alla stessa Europa.

Vedere il problema sempre nell’immigrazione clandestina distoglie gli occhi dalla vera natura del problema: la Libia è ancora in uno stato di anarchia, almeno per quanto riguarda la parte governata dal presidente al-Serraj, appoggiato dalla comunità internazionale, ma che nessuno ha mai gradito in Libia.

Il lavoro del giornalista è ascoltare. In base a quello che mi è stato raccontato, nei territori governati da Haftar, sicuramente un generale non perfetta espressione di democrazia ma comunque di un governo eletto democraticamente, la gestione degli immigrati non è un problema. Da quelle zone infatti non vi sono partenze di clandestini; esiste una società civile che riconosce le regole della convivenza e rispetta la legge. Il governo di Serraj invece ha sempre usato come un’arma di ricatto la questione dei clandestini. Sono partiti stranamente più o meno clandestini a seconda del bisogno.

— Dove sbaglia l’Italia nel dossier libico?

— Da parte dei politici c’è la tendenza di raccontare la soluzione come politica e non militare in un teatro dove oggi c’è un conflitto militare. La stessa azione militare è anch’essa una scelta politica, non utilizzarla non risolve, ma aggrava la situazione. Un conflitto militare può essere come la febbre: necessario per risolvere una malattia. È inutile continuare ad imporre tregue, accordi per l’embargo di armi facendosi prendere in giro. Queste tregue vengono continuamente violate, si assiste inermi ad uno spudorato traffico di armamenti. Un conto è protestare con facili interlocutori, altro discorso è farlo con i turchi, che stanno scaricando in Libia migliaia di uomini e tonnellate di armamenti.

— L’Italia che ruolo ha avuto in Libia?

— Siamo un Paese che i libici hanno sempre vissuto come fratello, quindi per loro siamo degli interlocutori di cui ci si può fidare. Mi ha sempre lasciato perplesso questo atteggiamento, ma mi è stato spiegato da tante persone che hanno lavorato a lungo in Libia: nel momento in cui si parla di stranieri gli unici con cui si sentono affini i libici sono gli italiani. Questo perché non li guardiamo dall’alto verso il basso, ma ci mettiamo sullo stesso piano. La Turchia ha giocato una carta estremamente rischiosa. Una delle poche cose che riesce ad unire un popolo proverbialmente diviso come quello libico è l’arrivo di una forza straniera. Gli unici tollerati in terra libica sarebbero gli italiani. La presenza dei turchi ha già provocato l’arruolamento da parte dell’est della Libia e sta unendo la popolazione in funzione anti turca. Le azioni degli ultimi mesi stanno scatenando una vera e più cruda guerra, a partire dalle migliaia di jihadisti “siriani” trasportati da Erdogan.

— Nel contesto attuale l’Italia che peso potrà avere?

— L’Italia non è più presa sul serio da nessuno, è ormai un Paese che viene usato regolarmente, la cosa peggiore è che si fa usare. È un Paese che va in una zona di guerra e continua a dire che serve una soluzione politica. Se si vuole avere credibilità bisogna imparare che in guerra viene utilizzata la forza. Chi non lo capisce non ha futuro. Anche adesso all’Italia manca la capacità di imporsi e non farsi usare.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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