03:31 30 Marzo 2020
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Il tema del celibato sacerdotale torna di nuovo sotto i riflettori a causa di uno “scontro” tra il Papa emerito Benedetto XVI e il Papa Francesco.

La storia è iniziata quasi un anno fa. Nell’ambito del Sinodo amazzonico è stata approvata una proposta per permettere agli uomini cattolici sposati che vivono in zone remote e isolate e sono già diaconi di essere ordinati sacerdoti. La richiesta è stata accolta dal Papa Bergoglio che ha espresso l’auspicio che entro l'anno possa pubblicare la sua Esortazione apostolica in materia.

Nel frattempo, il Papa emerito è tornato in campo e ha affermato la sua contrarietà ai preti sposati. “Indispensabile il celibato dei sacerdoti”, — Le Figaro ha riportato le prime anticipazioni di un libro scritto a quattro mani da Ratzinger e dal cardinale Robert Sarah. Però, ad un giorno della pubblicazione ufficiale del volume, il 14 gennaio 2020 Joseph Ratzinger ha chiesto di togliere la sua firma dal libro

Perché Ratzinger ha deciso di sfidare Bergoglio e dopo ha fatto un passo indietro? Chi vuole mettere un Papa contro l’atro? O forse la Chiesa in realtà è guidata da due Papi? Per parlarne Sputnik Italia si è rivolto a Stefano Caprio, Docente di Storia e Cultura russa al Pontificio Istituto Orientale di Roma.

— Don Caprio, a Suo avviso, a che cosa è dovuto il dibattito acceso sul tema del celibato sacerdotale? Che cosa significa ritiro della firma da parte del Benedetto XVI?

— Il dibattito sul celibato esiste da secoli, e ha conosciuto diverse nuove interpretazioni anche negli ultimi tempi. Sessant’anni fa, alla fine del Concilio Vaticano II, si formò un movimento di “preti sposati”, sacerdoti cattolici che lasciavano il servizio per sposarsi, convinti che il Papa avrebbe presto dato il permesso di esercitare il ministero. Oggi papa Francesco riprende le tematiche del Concilio, e anche quelle indicate dal suo “maestro” spirituale, il cardinale Carlo Maria Martini di Milano, che aveva indicato i temi su cui la Chiesa dovrebbe aggiornarsi: il celibato sacerdotale, il sacerdozio femminile, il matrimonio omosessuale. Martini sarebbe certamente divenuto Papa al posto di Bergoglio, se non fosse stato colpito da una forma acuta di Alzheimer; ma la discussione su questi temi era comunque matura.

Il Papa emerito, Benedetto XVI, ha lasciato il posto a Bergoglio, consapevole della sua debolezza e della necessità di “dare una scossa” alla Chiesa Cattolica, rimasta impaludata negli scandali sessuali e nelle manovre di potere; d’altra parte, egli non ha rinunciato a esprimere la propria fedeltà alla tradizione, che è una caratteristica del suo magistero, anche se non intende farne un motivo di divisione e polemica con il Papa regnante. Il ritiro della firma, ma non del suo testo, indica proprio questo: fermezza sul tema, ma niente polemica con Papa Francesco.

— Quale è la Sua posizione su questo tema? Anche Lei pensa che il celibato è un dono per la Chiesa ma non è un tabu?

— Il celibato non è mai stato un tabù, se ne è discusso nei Concili antichi, in quelli medievali e in quelli moderni. La Chiesa ha bisogno di una testimonianza di amore verginale integrale, e questo è vero sia per la Chiesa latina, che per quella orientale, dove i vescovi sono presi tra i monaci. D’altra parte, in entrambe le tradizioni esiste il ministero uxorato: per gli orientali (anche cattolici) il diaconato e il sacerdozio, per i latini solo il diaconato, che è comunque un ministero importante. Non credo che sia fondamentale la questione celibato/uxorato, quanto la vera questione sul ruolo dei sacerdoti oggi nella Chiesa, a prescindere dalla loro condizione personale e sociale: si può fare a meno dei sacerdoti? Qual è il loro vero servizio, quello istituzionale-amministrativo, o quello profetico e formativo? Penso che la discussione sul celibato ci distolga dalle questioni sostanziali.

— È la prima volta Francesco e Benedetto mostrano di avere vedute non identiche?

— Non è molto appropriato confrontare il pensiero di uno dei più grandi teologi del Novecento come Josef Ratzinger, con un energico e carismatico pastore sudamericano come Jorge Mario Bergoglio, che non si è mai distinto per la riflessione teologica e dottrinale. In realtà la differenza non è sulle idee, che sono in realtà molto più vicine di quanto sembri, ma sugli atteggiamenti, che sono radicalmente opposti: Ratzinger ha insistito per tutta la vita sulle posizioni chiare e distinte, Bergoglio ama rimettere tutto in discussione. Entrambe le posizioni sono oggi necessarie, a diversi livelli della vita della Chiesa e della società.

— Dopo questa vicenda molti parlano di Chiesa di due Papi: di Francesco “rivoluzionario” e Benedetto “ortodosso”? A Suo avviso, è possibile una coabitazione del genere? Cosa pensa di questo gioco di mettere un papa contro l’atro?

— I due Papi sono certamente molto differenti, ma questa è una costante nella vita della Chiesa: pensiamo a quanto erano diversi Pio XII da Giovanni XXIII, o Paolo VI da Giovanni Paolo II, per restare all’ultimo secolo (gli ultimi tre sono santi, e anche Pio XII potrebbe diventarlo). La Chiesa si giova proprio della differenza dei carismi e dei doni dispensati dallo Spirito Santo, semmai suscita perplessità la coesistenza di due Papi viventi, ma non cambia di molto le cose. Papa Francesco, ad esempio, ha voluto rimettere in discussione la dottrina del Matrimonio, illustrata in modo esauriente da Giovanni Paolo II nella “Familiaris Consortio” degli anni ’90, e con la “Amoris Laetitia” ha certamente segnato una grande differenza, che la Chiesa deve ancora elaborare e maturare.

Questa è proprio la natura della Chiesa, trovare la sintesi più profonda in tutte le differenze alla luce del Vangelo e della Grazia divina; in questo senso, la convivenza dei due Papi è un’occasione straordinaria, per fare quello che nella successione dei secoli spesso viene dimenticato.

— Ma al di là della polemica, quali confessioni prevedono il celibato e quali no per i sacerdoti? 

— Il Cattolicesimo e l’Ortodossia danno grande importanza al celibato e alla verginità monastica, che invece erano stati esclusi dalla Riforma luterana e da tutte le Chiese da essa scaturite. Il celibato offre un grande vantaggio, quello di mettere al servizio dell’intero popolo di Dio dei servitori totalmente dedicati e consacrati all’amore di Dio. Ci sono anche dei limiti, essendo una disciplina che richiede una concezione molto elevata della vita spirituale e di quella sociale, da preparare e sostenere con cura; del resto, ci sono dei limiti anche nel sacerdozio uxorato, che obbliga i ministri a servire due realtà, quella della propria famiglia e quella del popolo di Dio, il che richiede condizioni materiali ed ecclesiali non facili da realizzare. L’esperienza delle Chiese luterane non è molto incoraggiante: l’assenza di un vero sacerdozio non è un vantaggio per i cristiani, nel mondo secolarizzato di oggi, e proprio i Protestanti sono i più esposti all’abbandono della fede.

— Cosa si aspetta da Bergoglio? Papa Francesco sta pensando di una apertura? È possibile rinnovare il celibato?

— Si attende il documento di sintesi del recente Sinodo sull’Amazzonia, che potrebbe aprire ad alcune forme di ministero uxorato necessarie a quella regione, come i diaconi-parroci, i cosiddetti “viri probati” (sacerdoti sposati in età matura) e maggiori responsabilità ecclesiali per le donne. Non si tratterebbe di una rivoluzione; lo stesso Benedetto XVI, che si vuole contrapporre a Francesco, alcuni anni fa ammise i sacerdoti sposati provenienti dalla Chiesa Anglicana all’interno della Chiesa Cattolica, con uno statuto speciale. Semmai, le novità più rilevanti potrebbero venire dalla Chiesa tedesca, che si trova in fase sinodale e vorrebbe introdurre ministeri uxorati anche in Germania, dove del resto la vicinanza con i luterani rende la questione meno insolita che in altre parti del mondo.

— Che effetti potrebbe avere la rinuncia al celibato sull’evangelizzazione?

— La mancanza di sacerdoti vergini toglie una importante testimonianza di fede e di servizio all’evangelizzazione. Inoltre, come qualcuno ha fatto notare (per esempio, proprio il cardinale Sarah), affermare che i popoli indigeni, come gli amazzonici, non sono in grado di riprodurre tale carisma, è una grave discriminazione nei loro confronti, come se la loro antropologia fosse più vicina a quella animale, schiava degli istinti materiali, rispetto a quella veramente umana, in cui la libertà può arrivare anche alla decisione di rinunciare all’espressione carnale, in funzione di una spiritualità capace di riempire in pienezza la vita e l’anima di una persona.

Bisogna comunque ribadire che l’evangelizzazione non è soltanto un compito dei sacerdoti, sposati o no, ma di tutti i cristiani, sacerdoti, monaci e laici, sposati, celibi o semplicemente ancora in cammino, tutti insieme chiamati e impegnati a realizzare e testimoniare i principi del Vangelo in ogni condizione e in ogni situazione della vita, in ogni parte del mondo. Se si pensa di risolvere i problemi della Chiesa solo cambiando le condizioni del ministero sacerdotale, allora ricadiamo nell’errore del clericalismo, della riduzione della Chiesa a una struttura burocratica.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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