03:29 30 Marzo 2020
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La Whirlpool ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Napoli, ma gli operai non mollano e continuano la loro mobilitazione per il loro posto di lavoro.

I vertici della multinazionale hanno annunciato il verdetto: la Whirlpool di Napoli chiuderà i battenti il 31 ottobre del 2020. Una decisione che stralcia l'accordo con il governo, siglato il 25 ottobre 2018, che destinava 17 milioni di euro all'attività produttiva dello stabilimento napoletano.

Sono 450 i lavoratori che perderanno il lavoro se non verrà trovato un investitore. Una bomba sociale pronta ad esplodere in un territorio già afflitto da disoccupazione e criminalità. Per questo i lavoratori non si rassegnano e continuano la loro mobilitazione.

"Io oltre a perdere un lavoro, io personalmente perdo un pezzo della mia vita, perché mio padre ci ha lavorato per 39 anni io sono entrato per la prima volta in quella fabbrica che avevo 2 mesi, adesso ne ho 37 e io vivo da 37 anni di quel pane", ci dice Antonio Donnarumma, manutentore elettrico che lavora da 16 anni nella fabbrica di Napoli.

Sputnik Italia lo ha incontrato per dar voce ai protagonisti di questi mesi di mobilitazioni, gli operai Whirlpool.

– Cominciamo dalla fine, con l'annuncio del 29 gennaio di chiudere la fabbrica il 31 ottobre 2020. Come si è arrivati a questo punto?

© Foto : Fornita da Antonio Donnarumma
Antonio Donnarumma, manutentore elettrico che lavora da 16 anni nella fabbrica di Napoli

– Noi proveniamo da otto anni di ammortizzatori sociali. Abbiamo iniziato nel 2011, perché già allora c'erano dei cali produttivi. Adesso la produzione è stata ridotta al massimo.

Nel corso di questi anni, dopo l'acquisizione del gruppo Indesit, abbiamo iniziato a cedere quote di produzione ai siti esteri, perché ci dicevano che non eravamo competitivi. Quindi ci hanno riservato una nicchia di mercato, finché non siamo arrivati al 31 maggio scorso quando ci è stato detto che non era più economicamente sostenibile mantenere lo stabilimento di Napoli.

– Come mai c'è stato questo calo produttivo? 

– Lo spostamento delle produzioni all'estero è stata una scelta aziendale. Una lavatrice che costa 200 euro sul mercato italiano, non può essere prodotta a Napoli, dove ha un costo industriale di circa 180 euro. Quindi loro spostavano le produzioni di bassa gamma nei paesi dell'est, principalmente in Slovacchia, per avere un margine sufficiente e ci avevano riservato la produzione di alta gamma, con un buon margine di guadagno anche sui i mercati nazionali.

– E poi a maggio è arrivato, a sorpresa, l'annuncio della chiusura.

– Ma la cosa parte da lontano. A marzo e aprile si aspettavano 17 milioni da investire in fabbrica. Questi soldi non arrivavano, bloccando l'inizio di alcune attività. Dopo la nostra insistenza, l'azienda ci ha convocati il 31 maggio e ci ha detto che la fabbrica di Napoli non era più sostenibile, che non avevano più intenzione di investire neanche un euro e che avrebbero cessato l'attività produttiva entro la fine del 2020. Da lì è poi nata la mobilitazione.

– In questa vicenda come valutate l'operato del governo al tavolo delle trattative con l'azienda?

– Tutte le proposte che il governo ha messo in campo sono state rifiutate dall'azienda.  Di Maio ha fatto molti proclami, senza riuscire a spostare la posizione della società.

Patuanelli gioca da centravanti, senza segnare gol. Ha detto più volte che lo stato non ha i mezzi coercitivi per far cambiare idea alla multinazionale e far sì che rispetti gli accordi. Quindi siamo destinati alla morte.

– E invece che avrebbe dovuto fare il governo?

– Quanto meno avrebbe dovuto usare delle armi provocatorie. Quando è scoppiato il caso Ilva si parlava tanto della ricostituzione dell'IRI. Avrebbe potuto fare in modo che non rimanessero chiacchiere. Quanto meno per non cadere sempre nello stesso errore.

– Patuanelli ha chiamato l'intervento di Invitalia, potrebbe essere una soluzione?

– Invitalia sta cercando un nuovo partner industriale per l'acquisizione dello stabilimento di Napoli. Un partner serio, ma non vincolante al fatto che sia un produttore di elettrodomestici.

Noi siamo scettici pure su questo. Avendo l'esempio di Blutec a Termini Imerese, portata da Invitalia, Irisbus di Avellino, guardo e guardiamo con un certo sospetto una soluzione del genere.

– Quali sono le vostre richieste?

– La rivendicazione è sempre quella. Noi abbiamo un accordo firmato dal ministero, datato il 25 ottobre 2018 e vogliamo che si rispetti quello. Nell'accordo era stabilito che la società doveva produrre lavatrici di alta gamma nel sito di Napoli e doveva essere l'unico polo Emea dove produrre questo tipo di lavatrici, che dovevano essere investiti 17 milioni di euro nella fabbrica di Napoli per rimettere in piedi lo stabilimento.

– Come valutate l'operato dei sindacati in questa vertenza?

– Io lavoro in fabbrica da 16 anni e posso dire che per la prima volta stiamo vedendo il sindacato sul piede di guerra. Anche perché si sono esposti tutti i segretari generali delle tre sigle in prima persona, quindi penso che ci abbiano messo davvero la faccia. Sarebbe la sconfitta delle sconfitte per il sindacato, quindi quanto meno la vogliono vincere.

– Però giovedì 29, a conclusione del tavolo con governo e azienda, alcuni operai se la son presa con i sindacalisti. 

– Diciamo che l'aggressione di giovedì sotto al ministero è figlia di una cattiva comunicazione.

Quando i leader dei sindacati sono tornati giù dalla riunione, Marco Bentivogli, segretario della Fim, ci disse che praticamente la rinione era andate male, malissimo, però abbiamo fatto un piccolo passo avanti. E lì gli animi si sono riscaldati.

Dopo di che sono arrivati i segretari di Fiom, Barbara Tibaldi e Rosario Rappa, segretario provinciale, che hanno non solo calmato gli animi ma spiegato com'era effettivamente andata  la cosa. Al che ci siamo tutti un attimo calmati e la cosa si è chiusa lì.

– Immagino che la mobilitazione procederà, ma in che modo continuerà?

– Sono state giù proclamate 16 ore di sciopero per tutto il gruppo e 24 a Napoli, di cui 8 le abbiamo fatte oggi, 8 verranno fatte in maniera distribuita per tutti i siti in maniera distribuita, le ultime 8 saranno fatte in una manifestazione congiunta di tutti i siti Whirlpoll in Italia e probabilmente dovrebbe tenersi a Pero (MI), dove c'è il quartier generale dell'azienda.

– Quindi gli altri lavoratori Whirpool vi stanno sostenendo?

– Nessun sito è al sicuro e questo i lavoratori delle altre fabbriche lo hanno capito. Nelle stesse condizioni di Napoli ci sono altri tre siti di produzione: quello di Siena, il sito di Carinaro (Caserta) e il sito di Comunanza (Ascoli Piceno). Dopo che chiuderà Napoli, toccherà agli altri tre.

– Cosa significa in un'area come Napoli, lo smantellamento di una fabbrica come la Whirlpool?

– Partiamo con il dire che se perdere un posto di lavoro a Milano è brutto, perderlo da Roma in giù è una tragedia. La fabbrica è situata nella periferia est di Napoli, già degradata di suo e terra fertile per la malavita. Chiudere uno stabilimento come una qualsiasi attività commerciale, significa far posto all'illegalità. La fabbrica non rappresenta solo il lavoro, ma rappresenta un presidio di legalità.
Qui non c'è lavoro, c'è criminalità, c'è il nulla. Fuori da i cancelli della Whirlpool c'è il nulla.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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