07:59 20 Settembre 2020
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Il Meridione rischia di perdere 20 miliardi di fondi strutturali europei. La Sicilia propone di impiegarli per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Ne abbiamo discusso con l'onorevole Elvira Amata.

Si riapre un nuovo capitolo della storia infinita del Ponte sullo Stretto. Il Ponte si può fare e si può realizzare interamente con i fondi europei, che altrimenti andrebbero persi. Lo ritiene l'assemblea regionale che lo scorso 23 gennaio ha approvato un ordine del giorno, presentato dall'On. Amata (FdI), che impegna il presidente Nello Musumeci e la sua giunta ad aprire un tavolo di dialogo con il governo nazionale e le altre regioni del Sud, al fine rilanciare l'opera che garantirebbe la continuità territoriale tra Sicilia e Calabria.

L'odg, votato all'unanimità, arriva dopo l'avvertimento di Ercole Incalza, ex dirigente del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, sul rischio di perdere 20 miliardi di finanziamenti UE, se non impiegati in investimenti. Quindi perché non riproporre l'opera ritenuta da molti un possibile volano dell'economia dell'intero meridione? Sputnik Italia ne ha parlato con l'onorevole Elvira Amata, Presidente del Gruppo Parlamentare Fratelli d’Italia all’Assemblea Regionale Siciliana e Presidente della Commissione Statuto dell’ARS.

Elvira Amata
© Foto : Elvira Amata
Elvira Amata
– Quali sono i fondi comunitari a disposizione per il Sud che potrebbero essere destinati al Ponte sullo Stretto? Perché rischiamo di perderli?

– Le risorse comunitarie previste per il periodo 2014-2020 sono state, fino ad ora, gestite in modo a dir poco ridicolo: non abbiamo impiegato ben 20 miliardi, una cifra immensa. E, da adesso ai prossimi tre anni, ci corre l’obbligo di attivare una spesa annuale di 9,5 miliardi.

Se pensa che nei cinque anni precedenti si è arrivati appena ad impegnarne 8 in totale, comprenderà la difficoltà ad invertire drasticamente la rotta. Il rischio concreto è che vengano rispediti al mittente. E, da cittadina prima che da membro delle istituzioni, la ritengo una cosa inconcepibile.

Le responsabilità, inutile girarci attorno, sono di chi ha governato l’Italia nel periodo in cui andavano previsti gli investimenti relativi. Le conseguenze si traducono in una perdita potenziale di aumento del pil dell’1,5% per il Meridione: un lusso che il Sud non può proprio permettersi. L’input sull’uso di questi fondi ci giunge da Ercole Incalza, ex dirigente del MIT, la cui causa cognita sull’argomento è totale e che, nel corso di un suo intervento a Messina, ha proprio specificato il rischio di cui le ho detto.

– Come mai le regioni del Sud Italia, la Sicilia in particolare, non hanno mai presentato progetti rischiando di perdere 20 miliardi di euro?

– Le ragioni possono essere molteplici e riguardano tutta l’area del Mezzogiorno. Cominciamo dalla burocrazia, che è un laccio stringente e soffocante. Viviamo in un Paese nel quale questa viene usata come bastone costantemente posto tra le ruote di chi vuol camminare verso il futuro. Si pensi, banalmente, a quanto spesso la programmazione muti in corso d’opera per poter essere adeguata alle esigenze di progetti iniziati e non completati. Così ci troviamo al cospetto di incompiute clamorose, denari non spesi e restituiti. Somme che sarebbero essenziali per raggiungere l’obiettivo di crescita e modernizzazione per cui era stato approvato quel dato progetto, rimasto poi monco. Non è un modo di dire o un’ipotesi per assurdo; è esattamente quello che succede.

Assodato che per me la panacea di tutti i mali è la sburocratizzazione, va detto anche che, una volta stilata una lista di interventi che rientrano fra quelli considerati pertinenti alla missione della pianificazione sessennale europea, capita che non vengano neanche presentati progetti adeguati numericamente e/o qualitativamente rispondenti agli standard. Altre volte, laddove sia necessario, può darsi manchi il cofinanziamento che rappresenta prerequisito necessario all’attivazione degli stessi fondi europei. Questo si assesta in quote precise che vanno ripartite tra pubblico (Regione o Stato che sia) e privati.

– Forse è prematuro parlarne, ma in linea di massima si dovrà ricominciare tutto daccapo, con un nuovo appalto, una nuova cordata e un nuovo progetto, o la storia del ponte riprenderà da dov'era rimasta nel 2013?

– No, non è tutto da rifare. Quello del Ponte è un progetto esecutivo. L’iter può essere ripreso da dove è stato interrotto. Va da sé che in questi anni le cose sono molto cambiate: sia sotto il profilo tecnologico che naturalistico. Con l’apertura del canale di Nicaragua e considerato il raddoppio di Suez, oggi il mondo è completamente circumnavigabile. In quest’ottica, il Ponte, che è già ritenuto opera strategica per il corridoio La Valletta – Helsinki, consentirebbe alle merci di giungere da Suez al porto di Augusta; da lì, si avrebbe il passaggio attraverso l’alta capacità fino al continente. Un’opportunità che oggi esiste solo da Napoli verso il resto dell’Europa con tutte le conseguenze del caso, sia in termini di sottosviluppo del meridione per mancata valorizzazione di un palese potenziale, sia sotto il profilo economico per lo stesso consumatore finale. Ricordiamoci che tutto ciò che interessa l’arrivo di merce e prodotto in Sicilia ha un surplus di costo che può arrivare al +25%.

– Pensate di rimettere in piedi in qualche modo la società Stretto di Messina Spa?

– Andiamo per gradi, intanto serve un “giù a maschera” che, mi creda, è primario rispetto a tutto il resto. La politica nella sua totalità deve assumersi la responsabilità di dire “si” o “no”. Questo vale per lo Stato centrale, per le Regioni, per i partiti.

Lei ci pensa che dal 2006 al 2011, in quattro anni e mezzo, da Roma il progetto è stato prima priorità, poi messo da parte, poi ripreso di nuovo e, infine, accantonato? Certo, visioni politiche strategiche sono diverse ma foriere di una schizofrenia impossibile da gestire. Se si dice “no” allora si fa una scelta a viso aperto, si va in Europa e si riferisce che non c’è alcuna intenzione di realizzare uno dei principali Core Network Corridors; ci si presenta agli italiani spiegando che per un tempo lunghissimo si è semplicemente scherzato, sperperando inutilmente soldi e paralizzando un Meridione che non è palla al piede bensì, in potenza, tra i volani dell’economia del sistema nazione nella sua totalità. E si andrà pure da siciliani e calabresi in primis - ma anche da tutti gli altri meridionali d’Italia - per rendere conto dell’aver lasciato il Mezzogiorno in stand by per decenni senza realizzare opere ordinarie e straordinarie e aver rimandato indietro 20 miliardi che avrebbero potuto rappresentare una svolta. Attendo con ansia il giorno in cui qualcuno si prenderà la responsabilità di fare questo. Diciamocelo, non succederà mai. Allora si dia un “si” e si proceda. In questo modo la situazione con la Società si risolve con una semplice transazione; la SDM ha esaurito abbondantemente il suo compito. Trattandosi di un investimento pubblico, impiegando i famosi miliardi di cui sopra, sarebbe sufficiente una struttura operativa del MIT che rimodulasse il piano infrastrutturale e monitorasse la situazione dei lavori.

– Recentemente lei ha dichiarato di non comprendere la rassegnazione di chi dice che ci sono altre priorità. In Sicilia c'è un'emergenza viaria, che ha visto scendere in protesta negli ultimi giorni i camionisti. Sarà possibile con gli stessi fondi finanziare sia il ponte che opere fondamentali per la viabilità (e l'economia) interna, come la messa in sicurezza della Palermo-Catania e della Messina-Catania?

– Sono siciliana, vivo sulla mia pelle i disagi connessi all’assenza di requisiti necessari ad una mobilità che si possa definire sostenibile. Ci sono zone montane e isole minori che in certi periodi dell’anno restano letteralmente isolate; la ferrovia siciliana non è neanche lontanamente considerabile adeguata a standard di normalità. Idem la rete viaria in moltissime zone.

Se pensiamo ad un Ponte fine a se stesso non concludiamo niente e realizziamo una cattedrale nel deserto. E’ ovvio che quest’opera vada iscritta in un piano ampio e organizzato. Va visto il quadro nella sua interezza. Bisogna accompagnare la sua realizzazione con un piano strategico Regionale; serve un piano industriale siciliano, a partire dalle Zes. Serve una comunione d’intenti con lo Stato centrale.

Noi dobbiamo puntare sulla filiera agroalimentare, sul turismo, sulla cultura e sull’ambiente: queste sono le colonne portanti. Non ammetto che dopo tutto questo tempo restiamo ancorati all’idea di prima uno e poi altro. Va fatto tutto e subito. Anzi “prima”.

Gli altri corrono e noi restiamo lumache in un mondo globalizzato pieno di corridori eccellenti. La realtà è che serve consapevolezza da parte dei cittadini e non opposizioni ex ante. La gente deve iniziare a pretendere!

Non si parla di un’infrastruttura collaterale ma di un punto di partenza che potrebbe, finalmente, essere l’inizio della fine di una questione meridionale nella quale qualcuno ha interesse (sì, interesse!) che il Sud Italia rimanga, avvantaggiando altre realtà del nord Europa.

– Quali saranno le prossime mosse dell'Ars che seguiranno l'approvazione dell'Odg? Può anticiparci una tabella di marcia?

– Ho presentato un odg in Assemblea sull’argomento: una raccomandazione al Governo regionale affinché si faccia portavoce con quello Centrale delle richieste di un territorio come il nostro che ha un’esigenza reale di ricevere uno slancio sotto il profilo infrastrutturale. Esiste inoltre un intergruppo all’ARS che si occupa di “Continuità Territoriale e sviluppo per infrastrutture e Ponte sullo Stretto” e ne ho invitato il Presidente a discutere la questione il prima possibile al fine di condividere una mozione. Passo ulteriore sarà ovviamente creare un’interfaccia con tutte le regioni meridionali e far sì che anche nelle altre assemblee regionali la mozione possa essere discussa e condivisa.

Sul fronte nazionale, Fratelli d’Italia, tra l’altro, ha sempre sostenuto l’importanza di realizzare la grande opera. Si tratta di uno dei punti cardine della nostra proposta politica per risollevare il Sud e renderlo, come merita e può, traino di un settore di sviluppo per l’Italia e l’Europa nel suo insieme. La Sicilia è centro nevralgico del Mediterraneo, interfaccia immediata con l’Africa, crocevia di merci, persone e quindi perno di un’economia e di opportunità che non dobbiamo continuare a perdere o sfruttare poco e male.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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