11:25 11 Luglio 2020
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La conferenza sulla Libia a Berlino (30)
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L’incontro di Berlino per trovare una via d’uscita alla crisi in Libia si è concluso con la presentazione di una dichiarazione. Il documento, costituito di sei macro temi e 55 punti, prevede - tra l'altro - il cessate fuoco permanente, un embargo sulle armi e un processo politico per arrivare a un governo unico.

"Tutti gli Stati sono d'accordo che abbiamo bisogno di una soluzione politica e che non ci sia alcuna chance per una soluzione militare", Abbiamo messo a punto un piano molto ampio, tutti hanno collaborato in modo molto costruttivo, tutti sono d'accordo sul fatto che vogliamo rispettare l'embargo delle armi con maggiori controlli rispetto al passato", ha detto Angela Merkel al termine della conferenza.

Per capire a fondo la trattativa diplomatica alla Conferenza di Berlino, i risultati dell’incontro e i futuri scenari, Sputnik Italia ha raggiunto Daniele Scalea, co-fondatore e presidente del think-thank Centro Studi politici e strategici Machiavelli.

— Daniele, si è appena conclusa la conferenza sulla Libia a Berlino che era mirata a riunire gli attori esterni, la cui intromissione nella crisi libica ha provocato un’escalation di violenza. A tuo avviso, questo obiettivo è stato raggiunto? L’Ue è stato capace di presentarsi con un progetto politico serio e condiviso da Russia e Turchia? 

— La conferenza di Berlino ha, apparentemente, ottenuto l'obiettivo principale che, nelle parole della stessa Merkel, era evitare un'escalation regionale minacciata dall'intervento diretto della Turchia. In tal senso raccoglie l'eredità del recente vertice a Mosca. Se riconosciamo che l'obiettivo a Berlino era limitato, possiamo considerare la conferenza un parziale successo, nel senso che i partecipanti si sono trovati concordi su questo punto e che anche sul fronte del cessate il fuoco si è raggiunta almeno l'istituzione di un organo di controllo congiunto tra Tripoli e Bengasi. Questo successo, oltre che limitato, è però da verificare: il cessate il fuoco potrebbe non reggere e l'impegno degli attori regionali ad evitare l'escalation potrebbe essere disatteso, così come già in molti hanno disatteso l'identica risoluzione dell'Onu che prevede l'embargo alla vendita di armi in Libia. Per quanto riguarda l'UE, la conferenza di Berlino ne ha dimostrato una volta di più l'insignificanza come attore internazionale: la Germania ha operato in raccordo con la Russia più che con Bruxelles.

— Chi sono i grandi protagonisti della crisi libica? E quali sono gli interessi dei principali attori coinvolti in questa vicenda geopolitica? La conferenza può aiutare a conciliarli?

— I Fratelli Musulmani, dopo i vari rovesci seguiti ai rapidi ma effimeri successi nel 2011, hanno in Tripolitania una delle ultime regioni in cui detengono il potere, seppur in coalizione con varie altre forze. Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti sono decisi a debellarli anche lì, sostenendo Haftar, mentre Qatar e soprattutto Turchia proteggono Serraj. L'Egitto mira anche a fare della Cirenaica (e forse della Libia intera) un proprio satellite, così come l'Italia spera di poter tutelare i propri interessi strategici (approvvigionamento energetico e controllo dei flussi migratori), principalmente in Tripolitania. Al petrolio e al gas mira anche la Francia, mentre la Russia vuole sfruttare il relativo disinteresse americano per il dossier libico per affermarsi come mediatrice.

— La settimana scorsa i negoziati tra le parti libiche a Mosca si sono conclusi senza un accordo, però in vigilia della conferenza di Berlino il generale Haftar, che ha rifiutato la mediazione turca per la tregua a Tripoli, ha scritto una lettera al presidente russo Vladimir Putin dicendogli di essere pronto a recarsi a Mosca per proseguire i colloqui sull'iniziativa di pace per la Libia. Come dobbiamo leggere questa notizia? Perché Haftar si è rivolto di nuovo al Cremlino? E perché la Russia si avanza in Libia?

— La Turchia è per Bengasi un avversario; Haftar ha bollato l'intervento militare turco come una "invasione". Al contrario la Russia è, tra le potenze più influenti a livello globale, quella che le appare più amichevole e ben disposta nei suoi confronti.

— La Libia è strategica per l’Italia sia per la sicurezza che per la dipendenza energetica. Pensa che in questa fase importante Roma finalmente riuscirà a restituire il suo ruolo di primo piano all’interno del Paese nordafricano?

— Questo ruolo è stato perso, temo irrimediabilmente, con l'atteggiamento ondivago, ambiguo e a tratti pusillanime tenuto negli ultimi nove anni. Nel 2011 l'Italia, che era legata da un patto di cooperazione e non aggressione con la Libia, mollò Gheddafi e partecipò lancia in resta ai bombardamenti per rovesciarlo, malgrado lo stesso ministro degli esteri Frattini avesse correttamente notato i rischi di frammentazione del Paese e proliferazione dell'estremismo islamico.

Berlusconi, già in difficoltà e sul punto di cadere, si arrese alle pressioni di Londra, Parigi e della Washington obamiana, di cui in Italia furono cassa di risonanza la Sinistra e i giornalisti. All'esplodere della guerra civile Renzi e Gentiloni scelsero un appoggio netto a Serraj, sia in omaggio al credo multilateralista (è il presidente riconosciuto dall'Onu) sia perché controllava il grosso dei giacimenti dell'Eni e il Greenstream.

Tuttavia, a un protegé impegnato in una lotta armata con un controgoverno ribelle, non puoi offrire solo un ospedale da campo o, come fece la ministra Trenta nel passato governo, i corsi d'educazione al gender per i suoi ufficiali. Serraj aveva ed ha bisogno di qualcosa di più concreto, ed era destino che presto o tardi avrebbe trovato un nuovo protettore disposto ad appoggiarlo anche militarmente.

Pure sul piano diplomatico l'Italia non ha fatto granché. I ministri degli esteri Alfano e Moavero sono stati evanescenti, lasciando che il dossier libico fosse gestito dai - al contrario abili - ministri degli interni Minniti e Salvini con però ovvio focus sui flussi migratori.

La conferenza di Palermo nel 2018 fu un fallimento, al di là della photo opportunity con stretta di mano tra Serraj e Haftar.

— Sulla Libia la Russia e l’Italia saranno gli alleati? Gli interessi del Cremlino in Libia divergono da quelli italiani o no?

— Chiarito che l'Italia non può, o forse sarebbe meglio dire non vuole, essere un attore protagonista in Libia, deve necessariamente appoggiarsi ad interlocutori più potenti. A lungo si è provata a trovare una sponda a Washington, ben disposta a riconoscere i diritti e la preminenza italiana in Libia ma a patto che fosse Roma stessa a farsi valere. Conte, in questo come in tanti altri dossier, ha finito per mettersi in coda alla Merkel sperando che sia la Germania a togliergli le castagne dal fuoco. Anche con la Russia sarà imprescindibile parlare e trattare.

— Quali sviluppi potrebbe avere la crisi libica nei mesi successivi? Quando arriverà il momento di decidere il futuro politico della Libia, a tuo avviso, quale Paese avrà più leverage? Esiste un parere che l’Europa avrà poca voce, sei d’accordo?

— La sensazione è che Serraj e Haftar potrebbero combattersi per il resto dei loro giorni senza che uno dei due possa prevalere. Anche se si verificasse l'escalation, e all'intervento turco ne seguisse uno egiziano, lo stallo potrebbe riproporsi. Quanto avviene in Yemen piuttosto che in Siria dimostra che in questa fase la ricomposizione totale dei conflitti, con la netta vittoria di una delle parti in causa, non è possibile. Troppi interessi confliggenti esterni intervengono a perpetuare questi conflitti, seppur a più bassa intensità, magari col cristallizzarsi d'aree d'influenza perché nessuno vuole rischiare una guerra aperta per vincere al 100%. Sul futuro della Libia l'Europa avrà molte voci: ci sarà l'italiana, temo poco ascoltata, la tedesca, come autorevole mediatrice, la francese con le sue mire.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
La conferenza sulla Libia a Berlino (30)
Tags:
crisi in Libia, Libia
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