23:07 25 Novembre 2020
Interviste
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Negli ultimi anni il tema della violenza sulle donne in Italia purtroppo è diventato un argomento di attualità. La cronaca è piena degli episodi sconvolgenti e crudeli. Secondo la Polizia di stato ogni giorno 88 donne sono vittime di atti di violenza, una ogni 15 minuti.

Getta olio sulle fiamme la statistica sull’atteggiamento degli italiani nei confronti di questo fenomeno pericoloso. L’Istat ha pubblicato i dati drammatici che indicano: nella società italiana persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Inoltre, il 23,9% pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire.

Da dove provengono questi stereotipi? È possibile contrastarli? Per un approfondimento in merito Sputnik Italia ha raggiunto Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista e attivista del Movimento #NonUnadiMeno - piattaforma femminista italiana che lotta per la parità di genere.

– Barbara, secondo il report dell’Istat sui ruoli del genere, per un italiano su quattro (uomini ma anche le donne), la violenza sessuale sulle donne è colpa di come si vestono e quasi il 40 per cento degli intervistati ritiene che sia possibile sottrarsi ad un rapporto sessuale non voluto. Come mai è uscita fuori questa immagine imbarazzante? Da dove provengono tutti questi pregiudizi? È dovuto in qualche modo alla società patriarcale italiana o magari all’influenza degli immigrati musulmani?

– L’indagine restituisce la fotografia di una società dove è ancora molto radicata una cultura sessista e patriarcale, in Italia e in tutto il mondo.

Non credo ci sia una particolare influenza degli immigrati di religione musulmana. La cultura sessista e patriarcale è trasversale a tutte le religioni, etnie, ceti sociali etc, e gli stereotipi e i modelli con cui vengono cresciute le bambine e le ragazze sono simili in tutti paesi: ovunque si chiede alle femmine di essere in un certo modo, prima di tutto madri e mogli che dicano sempre sì ai desideri maschili, mentre le nuove generazioni dovrebbero crescere non solo avendo chiaro che la vita di una donna vale come quella di un uomo, ma, soprattutto, che anche le donne devono essere libere di scegliere come e cosa fare nella loro vita.

– Gran parte delle violenze contro le donne avviene tra le mura domestiche e i dati a livello nazionale dicono che una donna su tre ha subìto nel corso della sua vita almeno un episodio di violenza. Secondo una ricerca Eures, una donna è uccisa ogni tre giorni. Siamo di fronte una emergenza?

– Secondo me non si dovrebbe parlare di emergenza, proprio perché questi numeri ci dicono che la violenza maschile sulle donne è strutturale, è così da sempre e ha profonde radici culturali, adesso c’è maggiore informazione e ne veniamo maggiormente a conoscenza. Purtroppo, ancora oggi spesso i media raccontano male i casi di violenza, in maniera sensazionalistica e morbosa, e hanno anche la responsabilità di concorrere a creare gli stereotipi di genere. Avremmo bisogno di una diversa informazione, che non scriva, ad esempio nei casi di femminicidio, che si è trattato di “raptus di gelosia” o che l’uomo che ha ucciso una donna venga definito un “gigante buono”.

– Comunque, a leggere tutti questi numeri e le statistiche sembrerebbe che quella contro la violenza sulle donne sia una battaglia impossibile da vincere. È così? Pensi che la legge del Codice rosso che prevede percorsi più veloci per le denunce di violenza non funziona abbastanza bene? 

– Non sono una esperta in normativa, le avvocate dei centri antiviolenza sostengono che fra i problemi connessi alla nuova legge c’è la mancanza di risorse, questo impedisce di poter incrementare il personale o fare corsi specifici di formazione che sono fondamentali, altrimenti poi c’è il rischio che la donna trovi dinanzi a sé un magistrato o una magistrata che non sono preparati sul tema. Credo in generale che il carcere non è risolutivo [soprattutto se non è rieducativo], la questione va affrontata sul piano culturale, iniziando dall’asilo ad educare diversamente le nuove generazioni, dando voce alla storia delle donne nei libri di scuola, cambiando i modelli pedagogici e insegnando la cura delle relazioni e dei sentimenti.

– Il movimento #NonUnadiMeno si dedica alla lotta contro la violenza di genere in tutte le sue forme, si occupa della prevenzione di questo fenomeno devastante e della sensibilizzazione del pubblico. Una donna che si sente in pericolo, minacciata da un partner che cosa può o dovrebbe fare?

– Non avere paura di parlarne con persone di fiducia e andare dove ce ne fossero gli estremi a denunciare il partner. Rivolgersi appena possibile ad un centro antiviolenza, in Italia c’è la rete D.i.r.e. e ci sono diversi sportelli anche negli ospedali. Soprattutto non sentirsi in colpa, provare a non cadere nel ricatto morale del “me la sono cercata”. Non è facile, assolutamente, per questo le femministe ripetono sempre che nessuna donna deve sentirsi sola, siamo tutte in pericolo ma insieme possiamo fare la differenza.

– Quale è stato il caso più difficile, dal punto di vista umano, che avete seguito?

– Come giornalista non ho seguito singoli casi, mi sono occupata sempre del fenomeno in generale. Come attivista ho seguito un caso una decina di anni fa, una donna veniva picchiata dal marito con cui aveva avuto due bambini e la cosa che mi colpì di più è che persone accanto a lei le ripetevano “è sempre il padre dei tuoi figli”: anche questa è cultura e violenza patriarcale.

– A New-York è appena partito il secondo processo nei confronti del producer hollywoodiano Harvey Weinstein che rischia 28 anni di carcere. Tra le accusatrici è apparsa anche un'attrice italiana. Come commenterebbe questa notizia? E come, a Suo avviso, si concluderà questa lite giudiziaria?

– Credo che sia importante a livello simbolico e testimonia della forza del #metoo statunitense che è riuscito, più che in Italia, a buttar giù muri e a dare la forza alle singole di parlare e mettere sotto accusa un intero sistema di potere, non solo Weinstein. Non sono in grado di prevedere come possa concludersi, certamente i tempi della giustizia statunitense sono snelli, in sei settimane sapremo e qualunque sarà il verdetto difficilmente si potrà tornare indietro: i movimenti femministi in tutto il mondo sono attenti, vigili e continueranno a ripetere, non una di meno. Perché vogliamo contarci da vive, non da morte.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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