15:03 20 Gennaio 2020
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Non è un segreto che relazioni internazionali siano uno dei punti più deboli del progetto europeo.

L’UE non è in grado di gestire la sua politica estera in modo adeguato e operativo neanche quando tutto il mondo parla delle possibili tragedie a due passi dall’Europa e di una nuova nuova guerra, che potrebbe avere dimensioni non prevedibili. Sembra impensabile ma la prima dichiarazione ufficiale della nuova presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen sulla morte di Soleimani è arrivata dopo tre giorni! Per quale motivo?

Molti commentatori si lamentano: l’UE ha reagito in grande ritardo all'uccisione del generale iraniano e al successivo aumento della tensione per una ragione abbastanza ridicola – la maggior parte delle persone che lavorano nelle istituzioni europee erano ancora in ferie per le festività natalizie.

Probabilmente dopo aver finalmente capito che questa volta la minaccia è davvero alle porte e il rischio è così vicino, negli ultimi giorni l’Europa sta cercando in qualche maniera di riabilitarsi - i ministri degli Esteri dell'Unione europea si riuniranno oggi a Bruxelles in un vertice straordinario per discutere della crisi in Iran e Iraq. 

Che cosa ci dobbiamo aspettare da questo incontro? L’Europa riuscirà finalmente a superare le divisioni interne e a parlare con una voce sola oppure verrà completamente esclusa dal gioco? Quali strumenti ha a disposizione l’UE per disinnescare le tensioni e per prevenire un’ulteriore escalation in Medio Oriente? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto la Professoressa Francesca Corrao, Docente di Mediterranean politics della Luiss.

– Professoressa Corrao, i ministri degli Esteri europei si vedranno oggi per discutere un piano per stabilizzare la regione del Medio Oriente. Quali sono le Sue aspettative?

– Vorrei essere positiva anche se con cautela. Spero che riescano a mettere in evidenza gli interessi comuni da difendere, che in questo momento per l’Europa sono: l’energia, la sicurezza e la migrazione. L’Unione europea ha sicuramente bisogno di essere governata al suo interno in modo coerente e in accordo con i paesi limitrofi; è necessario contenere conflitti che vengono esasperati, o strumentalizzati in base agli interessi di potenze distanti che non subiscono gli effetti collaterali di questa destabilizzazione.

Un proverbio orientale dice: “Se la casa del mio vicino brucia, anche la mia presto brucerà”.

– La politica estera è uno dei punti più deboli del progetto europeo. Quale potrebbe e dovrebbe essere il ruolo dei paesi europei e delle istituzioni dell’Ue in questa vicenda? A Suo avviso, l’Europa riuscirà a superare le divisioni interne e a parlare finalmente con una voce sola, visto che questa volta la minaccia è davvero alle porte e i rischi sono così vicini?

– A mio avviso, in questi ultimi decenni l’Unione europea ha dimostrato una grande capacità di affrontare difficoltà enormi sul piano economico e di creare sinergie. Un esempio importante viene dalle politiche che riguardano il coordinamento tra i servizi di sicurezza sulla prevenzione di nuovi attacchi terroristici. Quindi, le capacità ci sono e la volontà diventa cruciale a fronte di una situazione internazionale estremamente delicata. La difesa riguarda tutti e quindi non può essere ignorata dai politici.

– Se la difesa davvero vale molto per l’UE, allora perché von der Leyen si è espressa sulla liquidazione di Soleimani solo a distanza di tre giorni. A che cosa è dovuto questo ritardo imperdonabile per una struttura che ha un’ambizione di diventare una “commissione geopolitica” e riprendersi la sua leadership globale?

Il problema della tempestività è un’arma a doppio taglio. Un ritardo può creare delle ansie però al tempo stesso se è una decisione concordata è molto più forte ed è meno rischiosa di una tempestiva decisione presa da un uomo solo al comando che può avere effetti devastanti.

– A proposito delle ultime mosse del presidente statunitense, cosa pensa della decisione di Trump di imporre le nuove sanzioni all’Iran. Le sembra una scelta saggia?

– L’Europa è riuscita a portare avanti con forza il progetto dell’accordo sul nucleare. In quella fase la capo della diplomazia europea on. Mogherini è stata capace di creare il consenso tra parti molto distanti, riuscendo a rappresentare gli interessi di tutta l’Unione europea. Questo dimostra che sul medio termine gli europei possono elaborare delle politiche di pace nell’ambito delle relazioni internazionali che difendono i nostri intessi economici. È chiaro che in una fase pre-elettorale come quella in cui si trovano gli Stati Uniti, prevalgono gli interessi di bottega ed anche per questo l’Unione europea può svolgere un ruolo importante perché a partire da una visione più equilibrata. Per esempio, l’Italia, che ha avuto politici come De Gasperi e Andreotti, può tornare a mettere in campo le proprie capacità di creare interazioni e consenso. L’Italia è il più piccolo dei Paesi grandi e pertanto non è percepito come una minaccia, e allo stesso tempo è il più grande dei Paesi piccoli e perciò può mediare con autorevolezza.

– Cosa può fare in questo momento l’UE per disinnescare le tensioni e per prevenire un’ulteriore escalation in Medio Oriente, visto che nel frattempo l’Iran ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare?  

– Secondo me, bisogna attivare tavoli di dialogo, gli stessi tavoli che hanno portato alla firma dell’accordo. Inoltre bisogna pensare a delle politiche di coordinamento tra vari attori interessati al contesto regionale, così come si è fatto ad esempio con l’accordo sui migranti con la Turchia. Ovviamente questo presenta aspetti positivi ma anche negativi; tuttavia sono passi che hanno portato a delle soluzioni. Anche adesso per la questione libica è importante che l’Unione europea si muova in maniera unitaria e non insegua piccoli interessi nazionali.

– La situazione in Libia peggiora di giorno in giorno. Quali carte ha in questo momento l’Europa in mano da giocare?

– Ha le carte in regola per evitare pericolose fughe in avanti, gestendo le tensioni che nascono dagli intessi strategici e politici dei francesi o da quelli politici ed economici della Turchia. Per questo, come dicevo, l’Italia deve proporsi come mediatrice tra i contrapposti interessi in una visione di utilità comune. È una scommessa ma è una scommessa su cui bisogna puntare.

– L’Italia è tra i paesi europei più coinvolti in tutta questa delicatissima e pericolosa situazione. Sono 3.500 i militari che svolgono missioni di pace nei territori resi da oggi più insicuri. Quali sono i rischi per i militari italiani che dopo l’uccisione di Soleimani sono costretti a rimanere in Iraq? L’attuale governo, a Suo avviso, ha preso la decisione giusta sul loro destino?

– Le nostre forze sono molto presenti. Se noi investiamo mettendo in gioco le vite umane dei nostri soldati e dei cooperanti lo facciamo per portare aiuto in situazioni di grave conflitto nei paesi terzi, e tutto il Paese li sostiene e li tutela. In passato il nostro intervento è stato premiante ed è stato svolto grazie alla capacità dei nostri rappresentanti militari e civili in loco. A differenza di altri Paesi, l’Italia ha una capacità di interagire con il territorio e gestire i rapporti con i rappresentanti locali. È quello che in questo momento di crisi potrebbe essere estremamente utile per trovare delle soluzioni sul campo.

– Le Sue previsioni per l’intera regione: in Medio Oriente andiamo verso una vera e propria guerra (sui social si parla addirittura della “terza guerra mondiale”) oppure verso la cosiddetta “escalation controllata” – la tattica che è stata utilizzata all’epoca contro la Nord Corea e contro Assad in Siria?

– La mia visione è che oggi la politica di Trump mira a tirare il sasso e rompere il vetro e poi mitigare i termini del conflitto. Credo che ci sarà una “escalation controllata”. Il ruolo di creare panico è funzionale a chi non vuole il dialogo. Tutti hanno paura della guerra, nessuno ha voglia di morire e pertanto è naturale chiedere di avere la possibilità di trattare e quindi credo che sia molto importante lanciare ponti e creare momenti di incontro. Noi europei abbiamo promosso molti incontri di dialogo e trattative in passato, ma non siamo i soli a saperlo fare. Basta pensare al dialogo e alla cooperazione tra la Russia e la Turchia e l’Iran che erano notoriamente storici nemici ma hanno saputo trovare punti di incontro risolvendo crisi importanti. Per questo io credo che questa parte del mondo sia in grado di trovare delle soluzioni. D’altronde le crisi sono provocate dagli esseri umani e questi possono trovare delle soluzioni, perché individuando le cause è possibile trovare delle modalità di convivenza civile tra popoli e paesi diversi. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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