17:54 11 Agosto 2020
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Le tensioni tra Usa e Iran dopo l'omicidio del generale Soleimani a Baghdad (90)
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La situazione tra Iran ed USA si fa sempre più calda, ma l'Europa ancora una volta si fa trovare impreparata ed in balia degli eventi. Un problema doppio per l'Italia, che in breve tempo rischia di dilapidare i rapporti di cooperazione costruiti storicamente con l'Iran.

L’amministrazione Trump ha rivendicato l’eliminazione a Baghdad del generale iraniano Qassem Soleimani, una delle figure cruciali dell’Iran: comandante delle Forze Quds, non solo era un abile stratega, ma una figura carismatica per tutto il Paese, ora perfino simbolica diventato “martire”.

Tuttavia quest’azione militare unilaterale statunitense rischia d’innescare un’inquietante escalation dagli esiti assolutamente imprevedibili.

Il 10 gennaio a Bruxelles i ministri degli Esteri dell’Unione Europea si riuniranno in un vertice straordinario per discutere della crisi in Iran e Iraq.

Per fare il punto sull’evolversi della situazione Sputnik-Italia ha contattato il professor Riccardo Redaelli ordinario di “Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia” presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del S. Cuore di Milano, autore di numerosi pubblicazioni e gran conoscitore dei Paesi medio orientali.

Cosa ne pensa dell’attacco missilistico iraniano di questa notte contro le basi americane in Iraq? 

- Ali Khamenei l’aveva fatto intendere e neppure tanto velatamente. La risposta all’uccisione del generale Soleimani non poteva essere affidata a una semplice risposta asimmetrica tramite milizie, o i loro “proxy”  nella regione, ma doveva essere diretta, fatta dai pasdaran, poiché l’offesa è stata troppo forte. Quindi questo lancio di missili rappresenta da un lato un’escalation, ma i messaggi che arrivano da Teheran sembrano più indicare che sia una reazione formale più che sostanziale. Teheran non poteva permettersi di non reagire pubblicamente e ufficialmente. Ora starà alla saggezza e al buon senso dell’amministrazione Trump, che in realtà di buon senso ne ha davvero molto poco di non reagire e d’evitare ulteriori escalation. Certo questo rappresenta un ulteriore avvitamento di una crisi dai contorni molto indefiniti. Molto spesso in passato, sappiamo che le grandi crisi scoppiano per una serie di fattori a volta quasi casuali che portano sempre più vicini a un conflitto. 

- L’Iran è un paese che lei conosce bene, una storia che si perde nei millenni, con una forte percezione identitaria. Qual è stata la reazione a questo attentato? Il paese pare coeso. Sta facendo scudo davanti a questa provocazione da parte statunitense? 

- L’Iran è un paese molto complesso e diviso al proprio interno da profonde divergenze, che nemmeno risparmiano l’elite politica al potere. Ma gli iraniani, sia che sostengano, sia che detestino il regime, sono profondamente nazionalisti. E lo si è visto con la straordinaria partecipazione popolare e con la reazione a questa uccisione, che non può essere certo spiegata solo come propaganda o mobilitazione del regime. Paradossalmente l’avventata decisione di Trump favorisce un ricompattamento attorno a una politica di fermezza e spinge anche gli sciiti iracheni, anch’essi molto divisi e sempre più insofferenti rispetto alle ingerenze iraniane, a ridurre le polemiche contro Teheran e a fare fronte comune.

- Professore, Lei cosa ne pensa di questo assassinio? Il Generale Qassem Soleimani non era solo un abile generale ma un simbolo per tutto l’Iran. Quali secondo Lei le conseguenze?

- L’eliminazione di Qassem Soleimani era un’opzione che da molti anni era valutata dai vertici militari e di sicurezza statunitensi. Averlo fatto ora, in modo inaspettato, trasforma un generale di grandi capacità strategiche e tattiche in un martire che rimarrà nella storia iraniana. Ma Soleimani era già una figura leggendaria. Un pò come Rommel, “la volpe del deserto”, anche Soleimani è stato reso più popolare e mitizzato dai suoi nemici che dai suoi amici.

Gli americani, dopo averlo sottovalutato i primi anni post invasione irachena (post 2003) hanno creato il mito di uno stratega abilissimo e invincibile. Forse anche per giustificare i loro errori e fallimenti. In realtà, è difficile negare i grandi successi ottenuti da Soleimani e il suo enorme potere personale, anche basato sul suo carisma e suoi rapporti personali con i leader regionali sciiti.

Però egli era pur sempre un esecutore, per quanto di altissimo profilo, di strategie non prese in autonomia. Molto abile a sfruttare gli errori dei suoi avversari. Con lui l’Iran perde un attore molto importante, più moderato e flessibile di quanto si pensi. Ma non insostituibile. Le catene di comando militari hanno sempre una struttura che resiste alla perdita di un elemento, per quanto prezioso.

Conseguenze imprevedibili

Con l’omicidio del Generale Soleimani si alza definitivamente il livello dello scontro tra Stati Uniti coi loro alleati e l’Iran, con conseguenze imprevedibili. Gli Stati Uniti hanno consapevolmente superato una “linea rossa”. Cosa accadrà adesso?

- L’amministrazione Trump sembra ormai muoversi per spinte e decisioni improvvise, prive di una seria pianificazione strategica. Mi sembra che alla Casa Bianca siano state cacciate, o si siano dimesse, tutte quelle figure che potevano dare ordine e razionalità alle decisioni del Presidente, attorniato soprattutto, o da falchi estremisti, o da figure incapaci di resistere ai suoi desiderata.

- Credo che non vi sia stata una seria valutazione delle conseguenze strategiche regionali di medio e lungo periodo. In un periodo in cui l’Iran era in difficoltà, sia sul piano interno, sia sul piano regionale, fortemente contestato anche in Iraq, questa uccisione finisce paradossalmente per facilitare la politica dei conservatori iraniani e dei pasdaran. E ha umiliato anche il governo di Baghdad, formalmente alleato di Washington. Gli USA hanno compiuto un’azione militare, che pone anche problemi di natura morale ed etica, come sempre avviene con le eliminazioni tramite droni, senza informare Baghdad, all’interno del perimetro dell’aeroporto della capitale, dimostrando di agire come se fossero i padroni del paese.

La mancanza di un’analisi di fondo delle possibili reazioni è evidente anche nella violenza verbale dei tweet di Trump che ha minacciato risposte militari sproporzionate contro l’Iran (arrivando a minacciare di bombardare i siti storici di quel paese, che sarebbe un evidente crimine di guerra), addirittura arrivando a minacciare l’Iraq con sanzioni devastanti se davvero, come richiesto dal parlamento iracheno, vi fosse la richiesta di un ritiro delle truppe statunitensi dal paese.

Insomma, la scelta di uccidere Qassem Soleimani a Baghdad sembra più essere una decisione presa sull’onda delle tensioni recenti in Iraq, con gli attacchi di milizie sciite contro basi USA e contro l’Ambasciata americana, che una scelta veramente ponderata. Rischia di essere un boomerang per gli stessi Stati Uniti, ma soprattutto aggiunge pericolosi elementi d’instabilità in una regine già provata da troppi anni di conflitti, “proxy wars”, scontri settari e massimalismo.

A boy carries a portrait of Iranian Revolutionary Guard Gen. Qassem Soleimani
© AP Photo / Vahid Salemi
Teheran, un bambino regge un ritratto del generale Qassem Soleimani

Prossimo vertice straordinario dell’UE 

- I ministri degli Esteri dell’Unione Europea si riuniranno venerdì 10 gennaio a Bruxelles in un vertice straordinario per discutere di questa crisi. Un ultimo tentativo per arginare la situazione? Cosa ne pensa?

- Temo che questo incontro mostrerà ancora una volta l’irrilevanza geopolitica dell’Europa e la sua incapacità di progettare una politica estera e una politica di sicurezza degne di tal nome. Di fatto, l’Unione Europea ha rinunciato ad avere politiche comuni su quasi ogni dossier geopolitico rilevante.

Il professor Radaelli
Giampietro Agostini fotografia
Il professor Redaelli

Per più di un anno abbiamo promesso all’Iran di difendere l’accordo nucleare unilateralmente abbandonato dagli USA e abbiamo saputo creare solo INSTEX  (Instrument in Support of Trade Exchanges), che doveva essere la risposta alle sanzioni commerciali e finanziarie americane, ma che non funziona minimamente. La perdita di prestigio e credibilità europea nella regione mediorientale è evidente e fortissima, nonostante i grandi investimenti finanziari con le politiche di aiuto allo sviluppo e cooperazione. Detto questo, non bisogna rinunciare mai a tentare ogni possibile via di dialogo e di mediazione per evitare che le spinte degli estremisti presenti in ogni schieramento puntino al “tanto peggio tanto meglio”. L’Europa, pur conscia dei suoi limiti e delle sue debolezze strutturali, non deve arrendersi all’idea di non poter agire diplomaticamente (sia ufficialmente sia per canali riservati) per evitare che la situazione precipiti. È un impegno morale, oltre che un interesse geopolitico, a cui non possiamo sottrarci.

L’Italia senza visione geopolitica estera

Cosa ne pensa della politica estera italiana nei confronti dell’Iran in relazione a questo evento? Matteo Salvini ha appoggiato l’azione americana, il governo diplomaticamente si è defilato in attesa di vedere la reazione da parte della UE.

- L’Italia ha avuto per anni un rapporto privilegiato con l’Iran e per anni abbiamo giocato il ruolo di apripista con Teheran, anticipando aperture verso quel paese che sono puntualmente state seguite anche dagli altri.

All’Iran ci legano affinità culturali, legami economici, commerciali e storici. Purtroppo stiamo dilapidando tutto ciò. I nostri ultimi governi hanno di fatto abdicato ad avere una politica estera seria e tutto il mondo politico è ossessivamente concentrato sui tatticismi della politica interna. I principali leader politici italiani non hanno, o hanno pochissimo, una visione geopolitica internazionale e regionale, sanno davvero poco di politica estera. Sempre più, o stanno zitti, o parlano per slogan, come se gli scenari mediorientali fossero risolvibili con un paio di battute via twitter. Un’insipienza e un’inerzia diplomatica che offende le nostre tradizioni di politica estera nel Mediterraneo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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