07:23 30 Novembre 2020
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Le tensioni tra Usa e Iran dopo l'omicidio del generale Soleimani a Baghdad (92)
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Uccidendo il generale Qassem Soleimani Trump ha dichiarato guerra all’Iran rendendo, di fatto, irreversibile la crisi fra Washington e Teheran. L’Iran dichiara di rispondere e vendicare la morte del mitico generale assassinato, nel frattempo Trump minaccia di colpire siti culturali iraniani. Qual è la posizione in merito dell’UE e dell’Italia?

L’uccisione del generale iraniano Soleimani, personaggio di immensa rilevanza nei dossier critici della regione dalla Siria all’Iraq, rende sempre più reale l’ipotesi di un conflitto vero e proprio fra Stati Uniti e Iran. Prevedere dove e come reagirà l’Iran è difficile, ma la risposta non si farà aspettare.

L’Unione Europea rimane senza un’unica voce forte e chiara in merito all’accaduto. Salvo qualche riga sui social, stupisce il silenzio da parte della politica italiana che si limita ad esprimere “grande preoccupazione”, ma senza indicare possibili linee politiche da seguire. Che cosa rischia l’Italia con l’escalation fra Teheran e Washington? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Antonello Sacchetti, giornalista, esperto di Iran, fondatore di Diruz, blog in italiano dedicato alle vicende del Paese.

-Antonello Sacchetti, l’uccisione di Soleimani è un vero e proprio atto di guerra da parte degli Stati Uniti?

-Direi di sì, è un vero e proprio atto di guerra. Teniamo presente che gli Stati Uniti hanno ucciso in modo deliberato e programmato il generale di un esercito di un Paese con cui formalmente non sono in guerra. Quest’attacco è stata una vera strage, perché sono morte 5 persone, è morto anche Abu Mahdi al-Muhandis, ufficiale di una forza militare, l’Iraq, che è in teoria è alleato degli americani.

Negli ultimi giorni si sentiva qualcosa nell’aria per via dei toni usati da Washington, ma sicuramente è stato un attacco a sorpresa, una coltellata alle spalle. È un vero atto di guerra.

-Possiamo dire che è stato anche un passo azzardato perché l’Iran può reagire?

-Sì, sicuramente. Da un anno si diceva in continuazione che sarebbe bastata una scintilla per provocare un incidente nel Golfo Persico e cominciare una contrapposizione armata. In questo caso non si è trattato di un incidente, è stato un piano programmato. Trump sa benissimo che l’Iran non può non rispondere. Soleimani non è una figura secondaria all’interno della politica iraniana e del Medioriente. Era un uomo che gestiva i dossier sulla Siria: quando Assad visitò l’Iran lo scorso anno incontrò Soleimani e non incontrò Zarif, ministro degli Esteri. Questo spiega qual era il peso che aveva il generale.

Continuano a dire che è stata una grande operazione di intelligence, ma io vorrei sottolineare che colpire una persona all’aeroporto di Baghdad con soltanto due macchine di scorta sapendo da dove veniva e dove si stava dirigendo non è una grande operazione di intelligence. Si tratta di un colpo che nessuno si aspettava, Soleimani è stato colto di sorpresa perché era molto sicuro di quello che stava facendo. Ora l’Iran può colpire, bisogna vedere quale sarà la strada che sceglierà.

-Che cosa ne pensa della reazione italiana: il Paese ha preso una vera posizione in merito o i singoli politici si sono limitati a due righe sui social?

-Questa è una grave lacuna del nostro Paese. L’unica vera reazione dichiarata è stata quella di Salvini. Una dichiarazione secondo me irresponsabile di totale allineamento con Trump. Immagino che fino all’altro ieri Salvini non sapesse nemmeno chi fosse Soleimani, ma, come gli capita spesso, si getta in entusiasmi molto facili. Da parte di tutti gli altri c’è un grande imbarazzo, perché oggettivamente non sanno come gestire questa situazione e questo denota una mancanza di politica estera nel nostro Paese, una mancanza che dura da troppo tempo. Una volta l’Italia, anche nel contesto dell’Alleanza Atlantica, sapeva ritagliarsi un ruolo nel Mediterraneo e nel Medioriente.

L’Italia ha avuto storicamente con l’Iran dei rapporti politici ed economici molto importanti. Negli ultimi anni questo non è stato più gestito come si deve. Il ministro degli Esteri si trovava in vacanza al momento di questa crisi, abbiamo avuto soltanto dei generici commenti di “grande preoccupazione”. La preoccupazione la esprimono i cittadini, i politici dovrebbero esprimere qualcosa di più di una preoccupazione, ovvero una linea.
Hassan Rohani e Matteo Renzi
© REUTERS / Alessandro Bianchi
Hassan Rohani e Matteo Renzi

-Secondo lei parlare di una possibile guerra è esagerato? Nel caso di un conflitto armato quali sono i rischi per l’Italia sia da un punto di vista militare con i soldati presenti nella regione sia da un punto di vista politico?

-Non so se nel XXI secolo avremo guerre come quelle del passato, cioè con una dichiarazione di guerra formale fra gli Stati o se si possa arrivare ad un conflitto di tipo asimmetrico. Probabilmente non sarà un attacco diretto fra i due Paesi, ma attraverso gli alleati regionali. Ancora una volta il teatro dello scontro potrà essere l’Iraq, che probabilmente pagherà il prezzo maggiore, almeno inizialmente, di questa crisi.

Per l’Italia indubbiamente il pericolo c’è, i nostri militari sono spesso a stretto contatto con i proxies dell’Iran, nella fattispecie gli hezbollah in Libano o i nostri contingenti militari in Afghanistan e in Iraq. Un possibile scenario di guerra mette in pericolo i nostri militari. Tutto ciò rischia di rendere il nostro Paese ancora meno importante: in questo contesto non cercare nemmeno di avere un minimo di ruolo nella trattativa è grave.

Vorrei fare un esempio concreto: ai tempi dell’accordo sul nucleare che si è raggiunto nel 2015 l’alto rappresentante della politica estera europea era l’italiana Federica Mogherini, un personaggio apprezzato in Iran. In questo momento non riuscire a ritagliare nessun margine di dialogo con Teheran è sintomo di una gravissima debolezza. Queste cose si scontano in tempo di crisi e in tempo di pace. Si finisce per essere inutili e trascurati sotto tutti i punti di vista.

-Che Iran vedremo nel prossimo futuro?

-Vedremo un Iran in cui tutte le proteste recenti, come per esempio contro l’aumento del prezzo del carburante, scompariranno. Di fronte ad una minaccia esterna, come accade quasi ovunque ma in Iran è un dato storico e confermato, ci si ricompatta. Fra un mese e mezzo si vota per il Parlamento ed è molto probabile che ci sarà una forte maggioranza conservatrice. Sarà un ultimo anno di presidenza di Rohani molto critica in cui sarà di fatto ostaggio dell’attuale opposizione. Tutte le aspettative di miglioramento, di apertura democratica, di progresso e di dialogo saranno messe in ultimo piano, perché ci sarà un’emergenza dovuta alla crisi con gli Stati Uniti. Non vedo scenari positivi, per la prima volta dopo tanto tempo ci sarà un netto passo indietro e molti aspetti preoccupanti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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