15:02 20 Gennaio 2020
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Secondo l’ex ministra austriaca degli Esteri Karin Kneissl, Russia e Austria sono unite da solidi legami geografici e storici. Per questo, la pragmatica politica estera di Vienna non deve cambiare in futuro.

Durante la sua visita a Vienna Kneissl ha parlato a Sputnik della politica di partito in Austria, della sua “virata a destra” e del suo “inizio da zero”.

— Signora Kneissl, Lei avrebbe potuto passare queste feste in tranquillità a casa Sua, ma ha deciso di recarsi a Mosca. Che progetti ha?

— Sono stata invitata al Sochi Dialogue (forum russo-austriaco avviato nel marzo del 2019 da Kneissl e dal ministro russo degli Esteri, Lavrov, NdR). Ho presentato la traduzione del mio libro dedicato al principe Eugenio di Savoia e ho tenuto un intervento presso l’Università di Mosca per gli Studi Internazionali (MGIMO) sulla questione geopolitica tra Cina, Russia ed Europa. Poi presso l’Università di Mosca per gli Studi Linguistici (MGLU) ho parlato del libro sul principe Eugenio e all’Accademia diplomatica ho condiviso le mie impressioni sulle carenze a livello di dialogo fra i Paesi. Ancora quando ero ministra ho constatato con rammarico quanto la diplomazia sia nei fatti distante dalle scelte politica a causa delle rigidità di protocollo.

— A fine novembre durante un incontro con i media ha parlato del tema del “mondo diviso”. Cos’è che divide il mondo al giorno d’oggi?

— Nel 2012 ho scritto il libro “Il mondo diviso: cosa rimarrà della globalizzazione”. La questione riguarda in sostanza la problematica del crollo dei governi come ho avuto modo di osservare in Libano e Bosnia. Tra la “libanizzazione” e la “balcanizzazione” si è verificato il crollo dell’Unione sovietica e di altre nazioni, in primis, della Jugoslavia. Anche oggi possono nascere nuovi Stati e non solo in Caucaso o nei Balcani. In tal senso sono note le criticità legate a Scozia, Catalogna e molte altre regioni.

— Anche nell’Ucraina orientale?

— Non so. Ma dico sempre che il problema legato al crollo delle nazioni è sempre esistito. Quando studiavo a scuola, esistevano ufficialmente 156 nazioni, mentre ora l’ONU ne riconosce 193. Prima della Prima guerra mondiale ve n’erano solamente 30-40 e in Europa meno di 10.

— Chi provoca questo crollo: la politica o il popolo?

—Nel 1989 probabilmente nessuno avrebbe potuto ipotizzare il crollo della Jugoslavia. Si trattava di un Paese economicamente e politicamente più stabile della Polonia e dell’Ungheria. E tra l’altro all’inizio della guerra jugoslava nessuno si intromise dall’esterno dando origine a veri e propri movimenti sociali.

Lo studioso austriaco Leopold Kohr, autore del libro “Il crollo delle nazioni” (The Breakdown of Nations) e fondatore della scuola “Piccolo è bello” (Small is beautiful), ha scritto che in Europa si potrebbe ritornare alle divisioni regionali di un tempo. Riguardo all’Europa delle regioni in Unione europea se n’è parlato molto già negli anni ’80 e in particolare in Austria, Baviera e Suedtirol. In realtà, stiamo osservando il processo di regionalizzazione in vari ambiti, ma questo non può essere la risposta a tutte le domande.

“Il Partito popolare austrico non può più essere definito di centro”

— Come si sta evolvendo la situazione in Austria?

— L’Austria, essendo una nazione di medie dimensioni a livello europeo, ha subito indubbiamente enormi cambiamenti. Mi chiedo: in che modo la generazione dei miei nonni e bisnonni è riuscita a credere di nuovo nel proprio Paese. Questo fu un enorme problema negli anni ’20 e ’30, ma nel dibattito politico contemporaneo in Austria non svolge alcun ruolo. Quello che ci smuove è la domanda: cosa ci sarà poi? Quale sarà il rapporto tra nazioni piccole, medie e grandi? Prendiamo la Francia: si definisce la Grande Nation e rispetto molto questa sua posizione. Ma la retorica per cui siamo tutti piccoli talvolta si perde sia a livello politico sia personale. Ad esempio, per quanto possa sembrare strano, l’Austria talvolta è guidata da una certa arroganza nei confronti di alcuni Paesi come la Polonia anche se la Polonia è un Paese grande e importante.

— E cosa ci può dire della sua “virata a destra”?

—Dal 1945 in Austria il potere è passato nelle mani dei socialdemocratici e dei cristiani. Tutti volevano così, nessuno voleva che si ripetesse una guerra civile sanguinaria come quella del 1934 tra i conservatori, i socialdemocratici e tutte le forze di sinistra che si concluse con l’affermazione del regime autoritario di Engelbert Dollfuss. La democrazia “della concordia” che fece seguito al regime dittatoriale fu concettualmente corretta, ma dopo 40 anni non è rimasta più alcuna concorrenza in politica. Il Partito popolare austriaco (OVP) e i socialdemocratici (SPO) si sono spartiti le posizioni al governo ed è logico che anche il Partito della libertà voglia la sua parte.

Persino dopo i numerosi scandali il potere nel Paese rimane nelle mani di OVP ed SPO. Questo “soffitto di vetro” poteva romperlo solamente Jörg Haider, ex leader del Partito della libertà negli anni ’90. Haider riuniva in sé ingegno, carisma e anche un po’ di populismo. Ma del resto esistono politici non populisti? Non voglio in alcun modo encomiarlo, ma Haider sapeva conciliare la provocazione e la critica per essere convincente alle elezioni sfruttando le divisioni della nazione. Alla fine, però, Haider non è riuscito a fare i conti con se stesso lasciando dietro di sé numerose controversie.

— Una collega austriaca mi raccontava che, quando porta suo marito russo a Graz, le capita a volte di sentire delle affermazioni xenofobe per il fatto che suo marito sarebbe un cittadino di “terza classe”. È così la vera Austria?

— Difficile dire quali siano gli umori politici della società poiché, stando agli ultimi sondaggi, il Partito della Libertà è supportato solamente dal 16% dei cittadini. Tuttavia, oggi il Partito della Libertà si colloca molto più a destra di quanto non accadesse 2-3 anni fa. Sebastian Kurz ha preso in prestito da questo partito moltissime idee, in particolare in materia di integrazione. Dunque, non è più possibile definire l’OVP un partito di centro. Quanto alla storia della sua collega, nella società austriaca così come in quella tedesca vi sono purtroppo moltissimi stereotipi sebbene la gente viaggi molto. Non so quando la situazione finalmente cambierà. Viaggiare e studiare non sono tutto.

Questo è legato alla mancata partecipazione della NATO

— I verdi ora potrebbero entrare nella coalizione di governo. Sono considerati poco pragmatici quando si tratta dei rapporti con la Russia. Mosca è preoccupata che in ragione di ciò la politica austriaca nei propri confronti perda di pragmaticità?

— Il governo non è ancora stato formato. Mi pare che il cancelliere Sebastian Kurz conduca una politica assai pragmatica che fa gli interessi della nazione. Non credo che questa linea subirà drastici cambiamenti. La questione è se vi sarà effettivamente un governo con i verdi. Dobbiamo rimanere calmi e capire quale sarà il programma di governo, in particolare relativamente agli affari esteri.

— A quali interessi fa riferimento? Si tratta innanzitutto degli interessi economici che uniscono Russia e Austria e probabilmente di altre 2-3 iniziative culturali. A livello politico i due Paesi non hanno molto in comune, vero?

— In Europa il più attivo al momento è Emmanuel Macron. Di recente in un’intervista rilasciata a The Economist ha dichiarato che il problema non è la Russia. Abbiamo appena visto durante il vertice NATO a Londra che i membri dell’alleanza hanno invece un’opinione diversa. Al momento la sfida principale riguarda la Cina. Noi, Russia e Austria, siamo legati a vicenda da ragioni geografiche e storiche. Il nostro famoso giornalista Hugo Portisch a tal proposito ha citato Helmut Schmidt in una chiacchierata con me all’Accademia militare di Vienna dicendo che l’Europa non può presentarsi senza la Russia. Anche io ho una citazione preferita sull’argomento, quella di Otto Bismark il quale diceva che la geografia è una costante della storia. Il Portogallo, ad esempio, è assai “trasatlantico” perché come nazione ex coloniale ha dovuto affrontare problematiche storiche a lui totalmente estranee.

— Per l’Austria è importante la Russia dal punto di vista geopolitico? Macron talvolta descrive Mosca come un partner per riequilibrare la situazione tra Washington e Berlino.

— Quando ero ministra, dicevo sempre che abbiamo bisogno di dialogo con entrambe le parti e il Sochi Dialogue è una delle mie 3 priorità. Ma nell’immaginario del popolo austriaco noi non siamo chiaramente tanto “transatlantici” quanto, ad esempio, la Danimarca o l’Olanda. Questo è legato in modo particolare al nostro status neutrale e alla nostra mancata partecipazione in seno alla NATO. Quanto agli USA, i nostri rapporti economici, culturali e diplomatici sono stati e rimangono assai profondi, ma non sono rafforzati dall’appartenenza a una medesima unione militare.

“Nella nostra società gelosa pochissimi rispettano i traguardi altrui”

— “Rimanere dignitosi e continuare sempre così”: quello che Lei mi ha scritto potrebbe essere stato detto da Eugenio di Savoia, il personaggio del Suo libro. Che cosa ammira di lui?

— Chi ai giorni nostri potrebbe essere un esempio per i bambini? Nelle nostre scuole non vi sono più esempi da imitare. Il principe Eugenio era deciso, disciplinato e in grado di prendere decisioni. Alla fine della sua vita era forse il generale più famoso al mondo, ma da piccolo non serviva a nessuno e nessuno lo amava. A 19 anni arrivò a Vienna e fece presa sulle persone. Dovette condurre i soldati in combattimento, ma volle anche occuparsi della sua collezione d’arte e intrattenere una corrispondenza con Gottfried Leibniz. Amava anche gli animali. I suoi animali erano tenuti nelle condizioni per loro più adatte e non erano per lui un simbolo del suo status sociale come avveniva invece per altre persone. Per alcuni gli animali sono parte della famiglia; per i bambini possono rivestire una grande importanza perché sono in grado di vedere ogni essere per come è. A me è piaciuta moltissimo la storia del suo leone. Il principe Eugenio lo portò con sé ad alcuni incontri per assicurarsi che determinate persone non si presentassero. E quando il principe morì, il suo leone morì subito dopo di lui. Quando Napoleone nel 1809 entrò a Vienna, volle andare allo zoo di Schönbrunn per vedere l’animale che, si diceva, era stato allevato dal principe Eugenio in persona. Questo per far capire il rispetto che provava nei suoi confronti.

— Si può dire che Lei sente propria la sua storia?

— Fortunatamente non sono una condottiera. Sono felice che in qualità di ministra non abbia dovuto assumermi la responsabilità delle forze armate e che le mie decisioni siano state banali rispetto a quelle dei politici a cui è toccato decidere se inviare o meno le nostre truppe in Siria. Nel principe Eugenio mi ritrovo perché anch’io non ho avuto una vita facile. Si lavora su se stessi, si raggiungono dei traguardi e le persone attorno a sé cominciano a inviadiarci. Il principe Eugenio è stato accusato di tradimenti e per poco non è stato giustiziato. Gli invidiosi dicevano che avesse tentato di impadronirsi della corona imperiale. Quando venne a sapere casualmente di queste accuse, chiese che si riunisse un comitato speciale per le indagini. Spero di non dover mai arrivare a tanto, ma, se accadesse, spero di saperlo in tempo. Il principe Eugenio, così come Klemens von Metternich, dovette vivere circondato dall’invidia. Nella nostra società invidiosa la gente rispetta molto poco i reali traguardi raggiunti dagli altri.

— Dunque in Austria permane questa situazione?

— Ho amici libanesi e iraniani che sono rimasti al mio fianco anche nei momenti più difficili. Potrebbero vivere ovunque, ma rimangono in Libano e Iran. Stanno tentando di contribuire a cambiare in meglio i loro Paesi. Se la società cambia, è solo grazie alle persone perché un cambiamento che viene dall’esterno non è un vero cambiamento. Vogliono che i loro Paesi percorrano un’altra strada, che accolgano una società in grado di stimare la meritocrazia e non le raccomandazioni. Questo è un punto che continua a non piacermi dell’Austria: qui i meriti purtroppo non hanno l’importanza che dovrebbero avere. Anche io in Austria parto da zero. Sono riconoscente di essere cresciuta in Austria, di aver avuto la possibilità di studiare qui e di aver sempre servito con piacere il mio Paese anche come ministra. Ma talvolta ho dei problemi con gli invidiosi presenti nella società austriaca. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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