23:17 23 Gennaio 2020
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“L’Alleanza Atlantica è più forte che mai” scrive su twitter Donald Trump al termine del vertice NATO di Londra. L’Alleanza però, raggiunti i suoi 70 anni, presenta forti tensioni al suo interno. Gli interessi strategici di Washington e quelli degli alleati europei sembrano sempre più distanti. Qual è il futuro della NATO?

In risposta al presidente francese Macron il segretario della NATO Stoltenberg e il presidente americano Trump ricordano a tutti che “l’Alleanza Atlantica non è morta”. La guerra dei dazi e gli attriti a livello economico fra gli Stati Uniti e l’Europa però nel frattempo vanno ad intaccare l’Alleanza. Che futuro ha la NATO e qual è il ruolo dell’Italia nell’organizzazione? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Mirko Molteni, giornalista, esperto di storia e argomenti militari.

– La Germania dovrebbe aumentare le proprie spese per la partecipazione all’Alleanza Atlantica. Mirko Molteni, l’Italia spenderà di più raggiungendo il 2% voluto dagli Stati Uniti?

– Nel breve periodo l’Italia manterrà la sua spesa militare su un livello simile a quello attuale, cioè circa l’1,7% del Pil. È difficile che in tempi brevi superi il 2%. Sulla bassa riga si muove la maggior parte dei Paesi europei. La Germania pur aumentando le sue spese lo fa partendo da un livello con una proporzione inferiore a quella italiana, cioè dell’1,2% del Pil. Ben pochi paesi superano il 2%, una soglia che non è un’idea fissa di Trump, tutta una serie di presidenti americani hanno infatti chiesto agli alleati di spendere il 2% per la propria difesa. Questa soglia è superata solo da Gran Bretagna, Turchia, Polonia, Romania e le tre repubbliche baltiche. Nel caso degli Stati Uniti le spese superano addirittura il 3% del Pil.

L’aumento delle spese sarà graduale e per spingere gli alleati a muoversi gli Stati Uniti hanno preannunciato che a partire dal 2021 diminuiranno il loro contributo all’Alleanza Atlantica.  Gli americani oggi dedicano alla NATO circa 550 milioni di dollari all’anno. Questa cifra scenderà a 400 milioni a partire dal 2021, è un modo di Washington per spingere gli alleati ad aumentare le loro spese.

– Qual è la particolarità della partecipazione italiana alla NATO?

– Pur non essendo fra i Paesi che spendono maggiormente per le forze armate, l’Italia non è stata mai criticata dagli Stati Uniti tanto quanto la Germania. Il nostro Paese ha preferito la via dell’impegno in prima fila inviando i propri militari nelle varie arie di crisi sia nel Mediterraneo sia in Africa, in Iraq e in Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno criticato soprattutto la Germania perché spendeva poco e mandava all’estero ben pochi militari rispetto ai militari italiani nelle missioni di pace e di stabilizzazione internazionale.

L’Italia ha sempre puntato non tanto sulla forza militare, intesa come forza bruta, quanto sulla presenza di soldati italiani per pacificare le popolazioni. Il tutto accompagnato dalla peculiarità tutta italiana del costruire rapporti umani e di fiducia con le popolazioni. Gli italiani sono sempre stati i promotori di aiuti alle popolazioni, costruendo ospedali da campo, prendendosi cura di donne e bambini. È un valore che ci viene riconosciuto anche dagli alleati.

– Per questo grande impegno italiano nelle missioni NATO, per le spese ingenti destinate all’Alleanza, ma anche per tutte le basi militare NATO sul territorio nazionale che cosa ha in cambio l’Italia?

– In cambio ha la sicurezza di avere alleati su cui contare. Anche alle fine del vertice è stato ribadito che il cuore dell’Alleanza Atlantica è l’articolo 5, secondo cui l’attacco da parte di un nemico esterno anche ad un solo Paese membro comporta l’intervento da parte di tutti gli altri alleati a sua difesa. L’articolo 5 in sé è sicuramente una garanzia di sicurezza, poi ovviamente bisogna calarlo nella realtà di oggi.

– Cioè?

– Quando è stata concepita la NATO nel ’49 c’era un nemico ben identificato che era l’Unione Sovietica, la quale confinava con le nazioni europee tramite l’intero blocco dei Paesi comunisti d’Europa. Oggi la situazione è molto più stemperata e fluida, per cui l’articolo 5 deve essere inteso soprattutto come garanzia di reciproco sostegno per quanto riguarda il terrorismo, il vero nemico pienamente aggressivo.

Se prendiamo la Russia e la Cina la situazione è un’altra. La Cina può creare problemi dal punto di vista economico e quindi qui colleghiamo alla questione dei dazi. Mosca ha contribuito ad innescare la crisi ucraina, il problema principale però era che la stessa Ucraina sarebbe potuta diventare un avamposto della NATO verso Est. La Russia non fa che reagire all’espansione verso est della NATO, che non era prevista inizialmente negli anni ’90 dopo il crollo dell’Urss.

La NATO come alleanza difensiva mantiene il suo significato, però bisogna che si prosegua nel ridefinire la sua missione, la quale deve essere più flessibile e maggiormente rivolta ai terroristi islamici e agli Stati canaglia che sviluppano arsenali nucleari senza badare alle risoluzioni ONU. Serve un dialogo diplomatico con la Russia e la Cina per un comune equilibrio di forze.

– All’interno della NATO ci sono tante tensioni, un esempio su tutti sono gli attriti fra Macron e Trump. Qual è il futuro dell’Alleanza, dove prendono vita sempre più divisioni?

– Il futuro della NATO dipenderà da quanto gli interessi strategici e di sicurezza si manterranno comuni fra i suoi membri, assieme anche agli interessi economici. Se gli interessi economici inizieranno a divergere, se quindi fra gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbe inasprirsi la contrapposizione dei dazi, inevitabilmente si arriverà ad una divergenza di interessi in termini di sicurezza. Non è un caso che i battibecchi fra Trump e Macron siano stati innescati dai reciproci colpi a livello economico: da parte francese con la digital tax sulle grandi aziende americane del web, da parte americana con la minaccia di dazi sulle importazioni di merci francesi. Tutto ciò è un sintomo di come l’Oceano Atlantico, che per la NATO è sempre stato considerato come un corridoio logistico, possa diventare una barriera. Non qualcosa che unisce, ma qualcosa che divide. Starà ai governi deciderlo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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