17:01 08 Dicembre 2019
Una delle foto di Giorgio Bianchi

Siria, Operazione Fonte di Pace e cortocircuiti della stampa mainstream

© Foto : Giorgio Bianchi
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Dopo otto anni di guerra la Siria è un paese allo stremo. La grande vittima di questo conflitto, oltre a quasi mezzo milione di morti, è l'informazione. Giorgio Bianchi, di ritorno dal nord ovest siriano, racconta una storia diversa dalla narrazione mainstream.

Per Giorgio Bianchi, fotoreporter romano e documentarista, è il terzo viaggio in Siria. La lente del suo obiettivo ci ha consegnato immagini, volti e storie osservate da una prospettiva differente, che spesso ci vine preclusa dal mainstream.

Questa volta lo ha colto di sorpresa, nel bel mezzo delle riprese di un documentario che uscirà a breve per la Rai, l'operazione Fonte di Pace. Sputnik Italia ha chiesto a Giorgio di raccontarci la Siria di quei giorni.

– Come hai ritrovato la Siria in questo particolare momento, quando Erdogan ha annunciato l'operazione Fonte di Pace?

– Le operazioni militari turche su suolo siriano sembrano aver impensierito più noi occidentali, che il governo e la popolazione locale.

Mentre ero in Siria, e più precisamente vicino al confine con la Turchia, le autorità militari sembravano avere un preciso sentore di quello che di lì a poco sarebbe accaduto. A conferma di ciò avevamo notato un insolito movimento di uomini e mezzi, anche se l’atmosfera non era particolarmente tesa.

Quello che non è stato detto è che i militari turchi erano già presenti su suolo siriano e ben oltre la fascia dei 32km. Abbiamo ripreso con la nostra telecamera delle postazioni di avvistamento con issata la bandiera con la mezzaluna, a circa 167km dal confine turco-siriano.

Posso essere così preciso con le misure perché l’ufficiale che comandava la guarnigione posta di fronte ad una di queste postazioni, mi ha calcolato la distanza dal confine utilizzando un’applicazione del suo cellulare.

Di lì a poco siamo stati informati che erano giunte a Damasco delle delegazioni curde per trattare con il governo siriano e con i russi.

I curdi con una popolazione pari a circa il 6% di quella complessiva siriana, presidiavano una vasta regione nel nord della Siria che si estendeva lungo quasi tutto il confine con la Turchia.

Il 20 gennaio 2018 le Forze armate turche avevano compiuto un'altra azione nella Siria settentrionale (nome in codice di "Ramoscello d'Ulivo") nel cantone a maggioranza curda di Afrin e nell'area di Tel Rifaat del governatorato di Aleppo. Stranamente quell’operazione non ebbe particolare risalto sui media e tutti coloro che oggi protestano per le sorti dei curdi, rimasero in silenzio.

Una delle foto di Giorgio Bianchi
© Foto : Giorgio Bianchi
Una delle foto di Giorgio Bianchi

Probabilmente “Fonte di pace” ha destato un maggior clamore mediatico per il fatto di aver interessato le aree nelle quali sono situati i pozzi petroliferi siriani.

D’altra parte, quando Trump ha deciso il ritiro delle truppe statunitensi, si è comunque premurato di presidiare i pozzi petroliferi (“we secured the oil”) e tutto il territorio ad essi adiacente.

Dopo questa presa di posizione, i curdi sono gradualmente spariti dal dibattito pubblico, segno che gli interessi strategici più che le vite umane, ad accendere e spegnere i riflettori dei media su un determinato scenario.

– In che condizioni vivono i siriani dopo 8 anni di guerra?

– La Siria oggi conta oltre 500.000 morti, 6 milioni di sfollati e danni materiali per 400 mld di US$. E' un paese afflitto da quasi nove anni di guerra e da sanzioni internazionali. Si tratta di numeri e fatti, non di opinioni.

Oltre al conflitto combattuto sul campo e alle sue conseguenze, ad affliggere la popolazione siriana si aggiunge anche la guerra subdola delle sanzioni internazionali, che agiscono come una sorta di assedio medievale: circondano il paese con una barriera economica e lentamente conducono la popolazione allo stremo.

Le conseguenze che questi provvedimenti hanno sui cittadini delle classi medie e svantaggiate sono devastanti; nella fattispecie siriana queste categorie hanno visto precipitare il potere d'acquisto del loro salario e salire i prezzi dei beni di prima necessità per via della svalutazione della moneta.

Ovviamente sul costo del carburante e la sua scarsissima qualità incide anche l’impossibilità da parte del governo siriano di poter attingere alle risorse petrolifere attualmente sotto il controllo statunitense.

Il presidente Assad ha dichiarato recentemente in un’intervista che chiederà in sede ONU un risarcimento agli Stati Uniti per il furto del petrolio siriano.

– Quali sono gli effetti tangibili delle sanzioni?

– Molte famiglie provenienti dalla classe media siriana si sono viste costrette a lasciare le abitazioni che avevano preso in affitto in luoghi lontani dalla guerra, per fare ritorno alle loro abitazioni seppur situate in zone gravemente danneggiate dalle battaglie. Si tratta di impiegati, operai, funzionari che prima della guerra vivevano più o meno come viviamo noi in occidente.

L’ultimo lavoro che ho fatto in Siria scaturisce proprio dall’esigenza di mostrare come le sanzioni si ripercuotano concretamente sulla vita dei civili siriani, costringendoli ad abbandonare il paese o a vivere in condizioni critiche in zone senza luce, acqua e riscaldamento.
Una delle foto di Giorgio Bianchi
© Foto : Giorgio Bianchi
Una delle foto di Giorgio Bianchi

Sono stato a Murak nella provincia di Idlib, dove ho incontrato la famiglia che per prima aveva fatto ritorno al villaggio. L’atmosfera era simile a quelle dei film di fantascienza nei quali viene descritto un mondo post apocalittico: le strade erano deserte, gli edifici ridotti a cumuli informi di macerie, il silenzio spettrale.

Sembrava un luogo completamente privo di qualsiasi forma di vita. Eppure, nonostante la desolazione, una famiglia aveva deciso di fare ritorno alla sua abitazione. Prima della guerra lavoravano in una delle tante aziende locali produttrici di pistacchi. Oggi quei campi giacciono abbandonati nella campagna circostante.

Di storie del genere se ne trovano ovunque, distribuite in tutte le zone toccate dalla guerra.

– Che differenza c'è tra la Siria che hai visto e raccontato e quella riportata dall'informazione ufficiale?

– In estrema sintesi in Siria sono stati costituiti tre eserciti mercenari (proxies), il Free Syrian Army (FSA ora Syrian National Army, SNA), le YPG e l’ISIS, che come galli da combattimento sono stati lanciati nell’arena siriana a scontrarsi con l’esercito Arabo Siriano (EAS) per la spartizione del territorio da esso difeso.

Ciascuno dei tre eserciti mercenari ha combattuto per ritagliarsi la sua fetta di territorio ai danni della Siria, uno stato sovrano rappresentato all’ONU.

Ciascuno dei suddetti proxy ha avuto i suoi sponsor: il FSA principalmente i Turchi, l’ISIS le petromonarchie, le milizie curde gli USA e Israele.

Alla base di questo scontro tra bande c’è un progetto comune degli sponsor ad esse sottese, ovvero quello di dividere la Siria lungo le sue linee di faglia etnico-religiose.

Pertanto a mio parere la definizione di “guerra civile” è completamente da rigettare per il caso siriano, in quanto si è trattato piuttosto di un conflitto per procura.

Ad esempio per chi ha seguito fin dall’inizio l’evoluzione del conflitto siriano, l’appoggio dei cosiddetti “ribelli moderati” dell’SNA (ex FSA) all’iniziativa di Ankara non ha destato nessuno stupore.

Elogiati per anni dalla stampa internazionale con diversi appellativi, tra i quali quello alquanto lusinghiero di “combattenti per la libertà”, i miliziani del FSA oggi vengono unanimemente etichettati con la più congeniale definizione di “jihadisti”, uniformando il giudizio nei loro confronti a quello espresso fin dall’inizio dai governi russo e siriano.

Questo sbadato utilizzo dei termini “terroristi” e “ribelli moderati” in base all’occorrenza, oltre a ribadire un impiego per fini politici dei mezzi di informazione, evidenzia il continuo rimodellamento del lessico in base alle necessità contingenti.

Se si prendono per buone queste premesse si capisce più facilmente per quale motivo il cambio di casacca della Turchia, uno dei principali sponsor della guerra per procura in Siria, abbia mandato letteralmente in tilt il sistema dell’informazione.

– Quindi l'informazione è entrata in cortocircuito? Cosa è successo esattamente?

– In pratica questo ribaltamento di fronte ha incrinato il frame che era stato predisposto dalle Segreterie di Stato per la narrazione del conflitto da parte dei media mainstream, interrompendo di fatto il flusso dello storytelling sul conflitto.

Pertanto giornalisti e opinionisti, colti impreparati dal voltafaccia di Erdogan, non avendo più un canovaccio da seguire per delimitare i contorni del dibattito pubblico, hanno cominciato ad andare in ordine sparso, spesso contraddicendo la narrazione tenuta fino a quel momento.

Questo comportamento, oltre ad essere la dimostrazione dell’esistenza di una “cornice” nel dibattito pubblico, è anche la conferma che gli organi di informazione costituiscono uno dei tanti asset dei gruppi di potere e come tali rispondono a logiche che hanno poco a che vedere con la diffusione delle notizie.

Il cortocircuito del sistema dell’informazione mainstream riguardo al conflitto siriano, non ha interessato soltanto i giudizi rispetto alle forze impegnate sul campo ma anche le stesse fonti informative.

Per la prima volta dall’inizio della crisi vengono messe in dubbio fonti che fino a questo momento erano state ritenute dai media di tutto il mondo inoppugnabili.

Basta un unico punto di vista documentato e in controtendenza per far sì che le menzogne diffuse da una propaganda pervasiva e onnipresente balzino agli occhi. Per questa ragione la manipolazione mediatica esige una censura implacabile.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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