02:21 18 Novembre 2019
Banconote euro e le forbici

Riccardo Bellofiore: l'Euro al capolinea?

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Durante gli anni di Draghi, la BCE ha affrontato una crisi e la sua politica è significativamente cambiata. Quali prospettive si aprono con la Lagarde? E quali sono le criticità dell'euro? Ne abbiamo parlato con l'economista Riccardo Bellofiore.

Con la cerimonia di ieri si è concluso il mandato di Mario Draghi, che ha passato il testimone a Christine Lagarde, la prima donna alla conduzione della BCE, già a capo del FMI. Un passaggio all'insegna della continuità, ma su cui incombe lo spettro di una nuova e profonda crisi economica, dovuta a cause esterne e interne all'eurozona.

La possibilità di un ritorno a politiche di austerity, la Brexit, mettono sul tavolo un discorso sull'euro, sulle sue criticità e sull'opportunità di restare o meno dentro l'unione monetaria. Sputnik Italia ha raggiunto l'economista Riccardo Bellofiore, docente di Economia Politica all'Università di Bergamo, autore, assieme a Francesco Garibaldo e Mariana Mortagua di "Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea".

– Cosa è andato storto con l'euro?

– E' mia convinzione che, quando viene firmato, il Trattato di Maastricht sia un trattato morto, che la moneta unica fosse allora già defunta. Il progetto era un progetto francese, firmato nel '91 ma costituito prima del crollo del muro di Berlino. Il Trattato di Maastricht è l'esito di una commissione, la commissione Delors, e non è un caso che il principale esponente della commissione che ha dato poi vita al trattato costituente dell'UE sia francese.

Nell'idea francese la Germania era un gigante economico, soprattutto manifatturiero, ma un nano politico ed era ovviamente divisa a metà. La Francia invece era quasi altrettanto brava come i tedeschi, ma aveva la forza militare e la capacità di esercitare egemonia politica. L'Inghilterra doveva essere il terzo pilastro della strategia, cioè un pilastro finanziario.

L'idea non ha funzionato. Perché? Perché era cambiata l'Europa. In realtà la storia è andata tutta da un'altra parte perché gli anni '90 sono anni di debolezza per l'Europa, che viene trainata dagli Stati Uniti, e di debolezza particolare per la Germania. Questo ha consentito ai francesi di spingere i tedeschi ad accettare l'euro. La Germania ha chiesto vincoli in cambio dell'unificazione.

E la marcia verso l'euro riparte dopo la metà degli anni '90 e riparte con il Patto di Stabilità e Sviluppo. Vincoli sul bilancio pubblico ancora più duri. Non entrerò nel dettaglio ma quello che è successo è che quei vincoli sono stati infranti e sono stati infranti proprio dalla Germania e dalla Francia all'inizio degli anni 2000. E ovviamente non hanno pagato nessun pegno. Questa storia si è ripetuta poi con il Fiscal Compact, la fiscalizzazione del debito etc.

La moneta unica si è costituita e quello che è andato storto sul disegno della moneta unica è esattamente l'architettura monetaria, il fatto che i paesi non abbiano un autentico spazio di bilancio, che non esiste neanche un bilancio europeo che possa compensare. Non esiste una possibilità di compensare gli squilibri regionali dal punto di vista di politiche redistributive, non ci sono politiche industriali attive. Insomma da questo punto di vista è stato effettivamente un disastro.

Per i primi anni l'euro ha avuto successo, ma poi è arrivata la crisi mondiale che si è scaricata dopo il 2007. Dopo il 2008 è diventata non solo crisi delle banche europee ma anche crisi reale dell'Europa. Questa crisi non ha niente a che vedere con l'euro. L'Europa è andata in crisi perché è andato in crisi, diciamo così, il modello americano.

Quand'è che l'euro e Bruxelles diventa un elemento attivo della crisi? Dopo il 2010. Con una crisi in qualche misura sostanzialmente inutile e autoinflitta come quella che parte dal caso greco.

E che poi si generalizza, sino al punto in cui si è salvati dal famoso "whatever it takes" di Mario Draghi, farò qualsiasi cosa per salvare l'euro, e dall'altro lato dagli Stati Uniti.

– Quindi secondo questa ricostruzione l'euro era destinato a fallire?

– No, secondo questa ricostruzione l'euro è nato come un progetto limitato, che però come il famoso calabrone, una metafora che si ritrova sia in Mario Draghi che nel capitale di Karl Marx, non dovrebbe volare ma vola.

Noi siamo nella situazione in cui non si poteva stare nel sistema delle vecchie sovranità nazionali, ma è stata costruita una sovrastruttura monetaria con una architettura sbagliata.

Esistono due o tre discorsi. Il primo che dice che dobbiamo stare nell'euro fino a che non diventiamo un cadavere. Gli altri che dicono che bisogna uscirne.

In genere i primi sono anche quelli che pensano che i problemi della crisi europea sono problemi di bilancio pubblico, si spende troppo. I secondi sono gli economisti alternativi, in particolare italiani, ma non solo, che pensano che il problema della crisi europea sia che ci sono dei paesi, in particolare la Germania e l'Olanda, che esportano più di quanto importano e gli altri che invece importano. Quindi questi secondi pensano che il problema non sia del bilancio pubblico, ma delle bilance commerciali.

Io penso che tutte e due le ipotesi siano sbagliate. Io penso che l'euro "abbia volato" ma che sia una moneta costruito su fondamenta molto fragili. Penso che le cause del malessere dell'Europa e del mondo siano diverse e dirò una cosa che sembra contraddittoria, si muore dentro queste regole dell'Euro, ma occorre una rivoluzione da dentro l'euro in questo momento. E sottolineo in questo momento perché in una situazione in cui la crisi è una crisi non solo europea ma anche globale.

Nel momento in cui la crisi globale è diventata in qualche misura una crisi di civiltà che investe l'immigrazione, il razzismo, la pura e semplice uscita non è in grado di garantire nessun recupero di sovranità nazionale. Una sovranità nazionale che peraltro non c'è mai stata e bisognerebbe conquistare davvero.

Quindi occorre una rivoluzione da dentro. Una cosa è sostenere che è bene non salire su un aereo perché è molto instabile, un'altra è, quando l'aereo è in volo e magari si vedono alcuni effetti dell'instabilità, è dire: ragazzi, usciamo fuori.

– Come si fa a rivoluzionare l'euro da dentro?

– Anche qui una risposta "schizofrenica". Dopo la grande crisi, 2007-8 che era globale e poi è diventata europea, sappiamo più o meno quello che si dovrebbe fare. Un mondo come quello che immaginava uno dei miei maestri Hyman Minsky, che è un mondo in cui lo stato finalmente interviene socializzando l'investimento, la produzione, l'occupazione, la finanza. Sul terreno europeo questo significa riscrivere le regole di una unità monetaria in maniera che vi sia una riforma bancaria, vi sia un bilancio vero (significa tra il 5 e il 10% del Pil europeo, mentre adesso è poco più dell'1%), significa politiche redistributive, etc.

E allora come si fa a rivoluzionare l'europa dall'interno? Primo una rivoluzione c'è già stata. Insufficiente, in ritardo, ma c'è già stata. Guardiamo cosa è successo alla banca centrale europea dal 2008, quando è iniziata la crisi, a oggi. La BCE per "costituzione" non poteva essere creditore di ultima istanza. Adesso è cambiata. È cambiata perché c'è stata la crisi.

Ha cominciato a cambiare sotto Trichet, è cambiata molto sotto Draghi, che è stato costretto a individuare un meccanismo molto fragile per rendere la BCE prestatore di ultima istanza. Nel famoso 2012, quando l'ha inventato, ha detto "occhio però che sono disposto a fare qualsiasi cosa pur di salvare l'euro". Quel piano non è servito ma la frase "whatever it takes" sì.

La crisi si è immediatamente allentata. La BCE che diceva all'epoca che non l'avrebbe mai fatto, ha fatto delle politiche di Quantitative Easing, non ha funzionato direttamente da prestatore di ultima istanza, l'ha fatto indirettamente attraverso i sistemi bancari che rifinanziava.

E quindi la BCE che non dovrebbe essere prestatore di ultima istanza, lo è diventata.

Quindi una rivoluzione c'è stata, ma quando questa rivoluzione c'è stata? Quando la banca centrale europea cambia? Cambia quando c'è il rischio di morire.

Adesso, dopo alcuni anni, l'Europa è di nuovo in crisi: Trump, la guerra dei dazi, la crisi del settore automobilistico. Quello che sta succedendo è che l'Europa, l'Europa della produzione, va in crisi.

Questo ha dato il via a una discussione, che al momento è puramente retorica, sulla necessità di politiche maggiormente espansive sul terreno del bilancio pubblico. Addirittura in Germania, sotto il cappello del cosiddetto New Deal europeo. Un po' anche per la paura degli effetti politici e sociali della crisi, delle politiche europee, che sono la crescita del populismo, le conseguenze in termini di razzismo, etc, stanno spingendo verso un allentamento della politica fiscale. Una costruzione di un qualche bilancio europeo un po' più serio, una politica di riforma bancaria. Per adesso siamo alle parole e non sono neanche troppo ottimista. Però ci dice che l'Europa cambia se c'è una tendenza alla crisi.

– Però c'è un problema genetico dell'UE. Quando con Maastricht vengono definiti i parametri, sono evidentemente dei parametri di stampo neoliberista, non danno dei margini per applicare delle politiche keynesiane. Come si fa a rivoluzionare l'Europa da dentro se resta Maastricht?

– Io sono molto d'accordo in astratto. Mi limito a dire alcune cose. Primo: i parametri di Maastricht sono mai stati davvero applicati? Certo che sono stati applicati ma da un punto di vista disciplinare. Non conta il parametro, conta la volontà di punire questo paese e non quello. Ho fatto l'esempio della Germania che li ha infranti, negativamente all'inizio del 2000.

Ma quando c'è stata la crisi in Europa, se n'è usciti per politiche keynesiane della Germania. La Germania ha fatto aumentare il proprio disavanzo e ha fatto aumentare il proprio debito pubblico.

In astratto quei criteri hanno una sensatezza? No, ce l'ha insegnato Pasinetti.

Ma tra il dire non ci deve essere nessun parametro e il cominciare a sostenere una cosa che i liberisti intelligenti, ovvero non stupidi, sono disposti a concedere, e cioè che da questi parametri devono essere escluse le spese per investimento, non solo le spese per investimento verde, le spese per investimento...beh è un grande passo in avanti. E che cosa sono le spese per investimento? Possiamo considerare le spese per l'istruzione o le spese per la sanità non sono spese per ivestimento? È un terreno di conflitto poltico.

– Adesso ci sarà il passaggio di consegna tra Draghi e Lagarde, come vede questo cambiamento?

– Io non credo che il peso della Lagarde sia analogo a quello di Draghi. Ripeto però che probabilmente c'è un tentativo di mantenere in questo momento una continuità. Ma ripeto ancora di più quello che ho detto prima e cioè che l'Europa non cambia in condizioni di tranquillità, non cambia se non c'è un rischio di crisi, seria, un rischio di crollo dell'Euro che imponga alle elite e alle tecnocrazie europee di tenere conto di quelle voci che vogliono cambiare, per l'interesse capitalistico, ma dentro una logica europea, non meramente nazionale.

Quindi è difficile dire cosa succederà, perché sarà da vedere cosa si troverà di fronte la Lagarde. Quello che io sto dicendo è che noi rischiamo di vivere il peggiore dei tempi possibili e questo potrebbe essere il migliore dei tempi possibili. Perché se questa crisi che io vedo all'orizzonte dell'Europa, quest'anno e il prossimo, non si materializzasse con caratteri di radicalità, è facile che passata la nottata non se ne faccia niente. Un famoso economista autenticamente keynesiamo allievo di Minsky, che si chiama Randall Wray, ai tempi della crisi del 2007-8 disse una cosa che ho ripetuto anche io e che credo sia fondamentale. Ci sono stati sei mesi di terrore nelle elite mondiali. Sono stati troppo pochi. Perché finito quel periodo di terrore negli USA e in Europa è tornato il mito dell'austerità.

Adesso io non dico che i miei argomenti siano argomenti che devono essere accettati. La pretesa che ho è di guardare dove la gran parte dei miei confratelli dell'economia alternativa non guardano e forse qui c'è una complementarietà che andrebbe sfruttata. Quello che veramente non credo è appunto che un ritorno a una logica nazionale a faccia bene alla società e possa funzionare in un mondo transnazionale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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