12:13 15 Novembre 2019
Eutanasia

“Suicidio assistito”: la sentenza della Corte Costituzionale riapre il dibattito tra etica e diritti

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Dopo la recente sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito, il tema del “fine vita” è tornato d’attualità in Italia.

 

Per un punto di vista autorevole su questa delicata questione Sputnik Italia ha raggiunto la professoressa Assuntina Morresi, Associato di Chimica Fisica presso il Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Perugia, che dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale per la Bioetica, organo di consulenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

– Professoressa, innanzitutto qual è la differenza tra “eutanasia” e “suicidio assistito”? La recente sentenza della Corte costituzionale prevede la non punibilità per entrambe i casi?

– Nella sostanza e dal punto di vista morale non c’è differenza. L’eutanasia è un atto del medico che ha l’intenzione di procurare la morte a un suo paziente che lo chiede, per eliminare la sofferenza. Che poi questo atto sia fare un’iniezione letale, staccare un ventilatore con l’intenzione di far morire o porgere un bicchiere con un prodotto mortale al malato, in modo che se lo beva da solo (questo ultimo caso è rubricato come suicidio perché è il malato a compiere l’ultimo atto per darsi la morte), a mio avviso fa differenza solo nelle modalità di esecuzione dell’atto, non nella sua natura.

– Possiamo dire che con questa sentenza l’eutanasia è stata legalizzata?

– Dobbiamo aspettare il testo della sentenza per capire bene l’aspetto giuridico. Finora abbiamo solo un comunicato della Corte e sappiamo che a essere cambiato è il codice penale quando parla di suicidio e non si nomina l’eutanasia (una parola che, tra l’altro, non compare nel nostro ordinamento, dove invece si tratta l’omicidio del consenziente). Ma nella sostanza, per ora possiamo dire che con questa sentenza in alcuni casi l’eutanasia non è reato, cioè non è sanzionabile da un giudice.

Non solo malati terminali

– L’approccio della sentenza prevede dei casi circoscritti a tutta una serie di condizioni, tuttavia, la porta, ora stretta, è stata aperta. La questione di fondo è come una parte della società sia giunta all’idea che un eventuale aiuto al suicidio rappresenti una risposta alla sofferenza individuale. Non c’è il rischio che col tempo si arrivi a un abuso di questa “libertà”?

– Non la chiamerei “libertà”, e mi sembra che già siamo abbastanza “avanti”: la Consulta non parla di malati terminali e ritiene sufficienti le sofferenze psicologiche. Sono condizioni che corrispondono alla situazione in cui si trovava il dj Fabo (che aveva anche sofferenze fisiche), che non era un malato terminale ma un grave disabile. E d’altra parte già il Comitato Nazionale per la Bioetica, nella metà dei suoi componenti favorevoli al suicidio assistito, aveva dichiarato discriminatorio il limite della dipendenza dai sostegni vitali, eliminando quindi una delle quattro condizioni individuate: questo per dire che prima ancora che la Corte si pronunciasse, già voci di peso si sono fatte sentire per superare quei confini.

– E se un giorno la stessa società arrivasse a definire il limite di “sofferenza” individuale oltre il quale legalmente intervenire?

– La società ha già definito quel limite: in tutti i paesi dove queste leggi sono in vigore, il limite è stabilito dalla persona che chiede di morire, e anche la nostra Corte Costituzionale segue questo criterio.

– Anche la richiesta di ottenere la morte rappresenta un ulteriore ampliamento delle libertà individuali. Cito il caso di Noa la ragazzina olandese che si è lasciata morire con un dottore che ha assecondato tutto, anziché aiutarla a vivere. La persona in nome della sua libertà ha il diritto di annientare sé stesso? È possibile che non ci siano limiti ai diritti individuali?

– Parlare di diritto da rispettare implica che qualcun altro abbia un dovere corrispettivo, ed è questo il punto: una persona ha la libertà di procurarsi la morte, ma non ha il diritto di ottenerla dallo stato, a mio avviso. Quando questo avviene, di fatto si stabilisce che esistono alcune circostanze nelle quali uccidere non è reato ma un bene, tanto che è lo stato a farlo. Si tratta di un rovesciamento culturale epocale: significa che ci sono vite umane che è bene terminare, cioè vite che non hanno valore. Il paradosso che ne risulta è evidente: l’annientamento di se stessi come un bene, come espressione della propria realizzazione personale. Ma come è possibile realizzarsi, annientandosi?

E se ciascuno di noi fosse arbitro assoluto della propria esistenza, allora coerentemente dovremmo consentire la cessione di organi a pagamento, o anche la possibilità di fare contratti per dichiararci schiavi altrui, o più semplicemente dovremmo eliminare l’obbligo del casco per i motociclisti, e via dicendo. Esistono molte norme a tutela dei singoli, che derivano dall’esigenza di proteggere tutti da possibili abusi, e dal riconoscimento del valore di ciascuna vita umana. Le dovremmo forse abolire?

Diritti e deontologia medica

– Secondo Lei, che risposta andrebbe data alla sofferenza individuale davanti ai casi più estremi? La difesa della vita è un bene assoluto?

Abbiamo la fortuna di vivere in un periodo storico in cui la sofferenza e il dolore possono essere controllati con le cure palliative e con le terapie del dolore; abbiamo un’ottima legge a riguardo, la L.38/2010, che ancora aspetta di essere applicata in modo omogeneo in Italia: questa dovrebbe essere la prima risposta. Se si va a leggere le storie di coloro che hanno chiesto e ottenuto l’eutanasia, nei paesi dove è legale, si trovano vicende drammaticamente comuni, e non casi estremi: anziani che si muovono poco e male, con problemi di circolazione e magari anche di vista e di udito, per esempio, così come giovani con gravi disturbi alimentari, e così via. Persone come tante che vivono intorno a noi, e che noi assistiamo e delle quali ci prendiamo cura: noi non crediamo abbiano la morte come via d’uscita, come invece si arriva a pensare quando si vive in un ambiente dove l’eutanasia è considerata una possibile soluzione ai loro problemi. La vita è il nostro primo bene, senza cui non possiamo godere di nient’altro: come non tutelarla? Altro sarebbe sacrificarla per un bene più grande, come quello di salvare un’altra persona, ma questo è qualcosa di radicalmente diverso dall’eutanasia.

– Lei in qualità di scienziato come vede da un punto di vista etico l’atteggiamento del medico che davanti a questi casi dovrà limitarsi a prendere atto della richiesta di morte del paziente?

– Quando dare la morte diventa un atto medico si rivoluziona la professione medica, nata per combattere la morte, non per somministrarla. Dovremmo piuttosto porci il problema del rapporto fra deontologia medica e legge dello stato, anche di rango costituzionale: quale delle due deve prevalere quando sono in contrasto, su questioni di vita e di morte? E chi decide cosa debba prevalere?

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Italia, suicidio
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