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12:50 13 Novembre 2019

L’allarme dell’ISPRA: il mare diventa una grande discarica

© AP Photo / Thanassis Stavrakis
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La problematica relativa alla presenza dei rifiuti marini è emersa soprattutto nell’ultimo decennio ma oggi questo nuovo fenomeno è diventato quasi ingestibile.

Il Mar Mediterraneo, che contiene straordinario patrimonio ambientale, è tra i mari più inquinati al mondo a causa della plastica.

“Con i rifiuti abbiamo “toccato il fondo”: più del 70% di quelli marini è depositata nei fondali italiani e il 75% è plastica”, - lo dice uno studio condotto dai ricercatori dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

Il Mediterraneo davvero rischia di trasformarsi in una vera e propria “trappola di plastica”? C’è una via d’uscita da questa situazione allarmante? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto ricercatrice dell’Ispra, Dott.ssa Cecilia Silvestri.

– Dott.ssa Silvestri, come mai siamo arrivati a questa emergenza?

– Dei rifiuti marini se ne parla da qualche anno però i dati che uscivano fuori erano sempre parziali. Infatti è la prima volta che si fa in Italia e anche negli altri paesi del Mediterraneo un monitoraggio sui rifiuti marini a largo spettro, perché c’è la Direttiva dell’Ue che ha obbligato i paesi-membri dell’Unione ad affrontare questo problema. Adesso, quando abbiamo finalmente dei dati che sono stati presi con le metodologie e programmi di monitoraggio comuni, abbiamo una fotografia completa che ci permette di parlare dell’emergenza.

– Complessivamente ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, di cui il 7% nelle acque del Mediterraneo. Come arrivano in mare?

– L’Unione Europea ha verificato che nel mondo vengono prodotte più di 335 milioni di tonnellate di plastica e mediamente 8 milioni di questa plastica prodotta finisce in mare, di cui il 7% nelle acque del Mediterraneo. È un dato importante perché vuol dire che abbiamo più di 250 mila di tonnellate di plastica nel nostro Mediterraneo. Questo succede sostanzialmente perché il Mar Mediterraneo è un bacino chiuso.

In questo momento si fa un grande lavoro con la Convenzione di Barcellona per motivare tutti i paesi a gestire i rifiuti in maniera adeguata, perché i rifiuti vengono da terra e soprattutto dai fiumi, dal traffico marittimo e dall’attività di pesca.

Il problema è che l’opinione pubblica è abituata a vedere i rifiuti sulle spiagge, però pochi sanno invece che alla fine i rifiuti precipitano nei fondali marini. Quindi con questo comunicato si è voluto spiegare che esistono pure i rifiuti che non si vedono e parlare del fatto che il 70 per centro dei rifiuti va a finire nei fondali. Tutti questi dati sono stati acquisiti grazie ad un robot subacqueo e che ha “fotografato” quanta mondezza c’è in fondo al mare.

– Quali regioni italiani sono stati colpi di più dall’inquinamento provocato dagli oggetti di plastica?

– La situazione varia da area ad area e in base alle zone monitorate: nei fondali rocciosi, dai 20 ai 500 m di profondità, le concentrazioni più alte di rifiuti sul fondo si rilevano nel Mar Ligure (1500 oggetti per ogni ettaro), nel golfo di Napoli (1200 oggetti per ogni ettaro) e lungo le coste siciliane (900 oggetti per ogni ettaro).
Queste sono le aree che sono più monitorate in questo momento. Si è visto che purtroppo la densità dei rifiuti al livello di chilometri quadrati sotto il mare è alta. Devo dire che tutta questa situazione sta creando un po’ di allarmismo, però noi in realtà volevamo solamente dire che il problema esiste e tutti noi insieme dobbiamo fare qualcosa per risolverlo.

– Il problema dei rifiuti in mare è trasversale e riguarda anche gli alimenti che consumiamo. Entrando nella catena alimentare, i frammenti di plastica (grandi e soprattutto i piccoli) causano spesso la morte di animali (dalle alici alle balene, dalle tartarughe agli uccelli marini), incluse specie protette, e mettono a rischio anche la salute umana. Cosa dice il vostro studio a questo proposito?

– Questa situazione sicuramente provoca che tutti gli organismi maritini ne soffrano (tartarughe e gli stessi delfini vengono impeliate nelle reti). Abbiamo quindi un problema che causa i danni a livello di biodiversità.

La salute umana viene messa a rischio soprattutto per le microplastiche. Quando una marcroplastica si deposita sul fondo e galleggia, e poi piano paino con i correnti e l’erosione si frantuma, questi pezzettini poi diventano invisibili e diventano il cibo dei pesci che dopo noi ovviamente mangiamo. Infatti il nostro Istituto sta facendo una serie degli studi dove stiamo vedendo che effettivamente la microplastica finisce nei stomachi dei pesci”.

– I rifiuti di plastica rappresentano un rischio crescente non solo alla biodiversità̀, all’ambiente, alla salute ma anche all’economia. Secondo un nuovo studio, i rifiuti marini hanno un grave impatto economico poiché influenzano negativamente i servizi ecosistemici offerti dagli oceani. Quanto costa l’inquinamento da plastica all’economia italiana?

– Il marcorifiuto crea problemi economici sulle spiagge e colpisce ovviamente il turismo. Però noi non abbiamo ancora fatto alcun studio per misurare il danno economico. Nonostante ciò bisogna sicuramente valutarlo sulla base anche delle spese che vengono attuate per il ricupero dei rifiuti sulle spiagge e tener conto dei danni economi che ricevano, per esempio, i pescatori.

– C'è qualcosa di pratico che, secondo Lei, potrebbe migliorare la situazione? Quali sono i rimedi possibili per fermare questa invasione? Si può risolvere il problema o è già troppo tardi?

– Una azione molto forte viene dall’Ue e l’Italia l’ha recepita - dal 2021 la plastica monouso verrà bandita perché si è visto che purtroppo la percentuale più alta è di usa e getta. Abbiamo visto in Adriatico che sulla media degli scarti l’86% è di plastica e di questa plastica 77% è usa e getta (forchette, piatti, bicchieri, ecc.) Quindi, questa nuova direttiva ci obbliga a bandire il monouso che verrà sostituito con il materiale biodegradabile. Adesso, per esempio, già fanno i piatti e bicchieri di mais.

A mio avviso, però, la nuova frontiera sarebbe quella di capire quali sono le tecnologie che ci possono aiutare a portar via tutti questi rifiuti dal mare. Adesso ci sono diversi progetti che l’Unione europea vuole finanziare e che riguardano soprattutto le tecnologie avanzate.

C’è anche da dire che le azioni di promozione e di sensibilizzazione sono molto importanti e aiutano tantissimo a cambiare il concetto culturale.

– Le Sue previsioni per il futuro: alcuni Suoi colleghi-studiosi sostengono che nel 2050 nel mare ci sarà addirittura più plastica che pesce. E Lei cosa ne pensa?

– Questa osservazione purtroppo è vero. I nostri dati testimoniano che la quantità di tonnellate di rifiuti incastrati nelle reti è enorme. Abbiamo fatto uno studio di più di 224 pescarecci, che hanno raccolto in pochi anni, 190 tonnellate di rifiuti. Quindi, questo vuol dire che da qui ai prossimi anni, se non viene risolto il problema, avremo nel mare sicuramente più plastica che pesce.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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rifiuti, Italia
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