22:12 07 Dicembre 2019

Viaggio nelle serre del ragusano, tra sfruttamento e dignità negata

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Sono circa 26 mila i lavoratori a rischio grave sfruttamento, nella cosiddetta "fascia trasformata" del ragusano.

Un'area che si estende per 80 km tra Ragusa e Vittoria, da Ispica sino alle porte di Gela. Una linea continua di serre tra le città e il mare, che si succedono senza soluzione di continuità. E' la terra natia del pomodorino ciliegino, eccellenza italiana esportata nel mondo, e fornisce il mercato ortofrutticolo di Vittoria, uno dei mercati più grandi del sud e del paese.

Delle quasi 5000 aziende agricole presenti sul territorio, solo una quarantina sono iscritte alla Rete del Lavoro Agricolo di Qualità riferisce a Sputnik Italia Giuseppe Scifo, sindacalista Flai – CGIL, impegnato nella lotta al caporalato nella provincia di Ragusa. Ovvero una minima parte è in regola con gli standard che la normativa sul lavoro impone di rispettare.

"I lavoratori sono assunti formalmente con un contratto di lavoro, ma quel contratto di lavoro poi di fatto si riduce in una assenza di regolarità contributiva, perché non tutte le giornate effettivamente lavorate vengono comunicate, trasmesse e quindi versate all'INPS. Il salario è riconosciuto sotto forma di una sottopaga, che spesso è anche molto ma molto al di sotto di quello che i contratti stabiliscono", riferisce Scifo.

Qui un bracciante guadagna al massimo 3,5 euro l'ora per 9/10 ore di lavoro al giorno, ma le paghe variano per etnia e in certi casi possono ridursi a 1,5 euro l'ora. Il lavoro è svolto fuori dagli standard di sicurezza e igiene, i braccianti vivono in magazzini adibiti ad abitazioni, senza servizi e mezzi di trasporto, segregati nel fondo e isolati dalle zone urbane. In queste condizioni riemergono antiche piaghe che le campagne siciliane conobbero nel secolo scorso, come la dispersione scolastica dei figli dei braccianti, il lavoro minorile e gli abusi su donne all'interno delle serre.

Il ghetto di Marina di Acate

Nel borgo marinaro tra Scoglitti e Vittoria vivono circa 5000 braccianti, per lo più tunisini e rumeni, dentro vecchi magazzini dismessi e adibiti ad alloggi, ma senza alcun intervento migliorativo. Edifici cadenti, umidi, senza servizi igienici, luce, acqua. Alcuni, rimasti senza tetto, sono ricoperti dai teloni di plastica dismessi delle serre. A volte il datore di lavoro riduce la paga a 25 euro, trattenendo giornalmente una quota dell'affitto del posto in cui i lavoratori abitano.

Per spostarsi in paese devono rivolgersi al caporalato dei trasporti, i cosiddetti taxi neri, ex braccianti o locali che mettono a disposizione un mezzo facendosi pagare un prezzo molto più alto di un normale trasporto. 50 euro per raggiungere l'ospedale di Ragusa, l'equivalente di una giornata e mezzo di lavoro.

Qui intere famiglie vivono in condizione di isolamento e fragilità. Scifo spiega che "arrivano in questo territorio e non conoscono il tessuto urbano, ma vengono nelle campagne, cioè conoscono direttamente e solo come unica condizione quella del lavoro, perché dentro queste serre si lavora, ma poi finito il lavoro nelle serre, si dorme a pochi passi in alloggi di fortuna che vengono messi a disposizione dai datori di lavoro".

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Viaggio nelle serre del ragusano

Alcuni braccianti non parlano neanche l'italiano, solo qualche parola in dialetto per comunicare con i capi. Se perdono il lavoro perdono anche l'abitazione.

"Questa caratteristica di questo lavoro in questa zona è assimilabile a un lavoro coatto, alle dipendenze in maniera totale del datore di lavoro. – continua – E quindi questa è già una condizione di ricattabilità, perché chi non dovesse più accettare condizioni salariali, di orario di lavoro, non ha alternative, perdendo il lavoro per molti braccianti e spesso interi nuclei familiari, il lavoro è l'unica possibilità di esistenza, perché dietro la lavoro c'è l'alloggio, c'è la casa e quindi lasciare il lavoro per queste persone sarebbe anche difficile".

Bambini nei campi, non a scuola

In queste condizioni per le famiglie è quasi impossibile mandare i bambini a scuola. E' impossibile raggiungere qualsiasi posto, la loro vita si svolge interamente tra campi e serre. Michele Mililli, del sindacato USB di Ragusa spiega la condizione in cui vivono i minori nel ghetto di Marina di Acate.

"Per centinaia e centinaia di bambini è impossibile raggiungere la scuola, perché in queste zone i pulmini non arrivano e quindi sono costretti a vivere e crescere in mezzo alle serre, non avendo la possibilità di spostarsi".

Non potendo frequentare la scuola, i minori vengono avviati al lavoro nelle serre.

"Noi abbiamo trovato casi di ragazzini che hanno iniziato a lavorare nelle serre, a volte in maniera saltuaria, a volte in maniera più assidua, già dall'età di 13 anni".

Gli abusi sulle donne rumene

Come è emerso da diverse inchieste, sono diversi i casi di donne vittime di abusi sessuali nei campi o costrette a prostituirsi in veri e propri festini a luci rosse.

"Con l'arrivo delle donne dalla Romania", spiega Scifo che lo sfruttamento travalica la sfera lavorativa e "in certi casi è pure uno sfruttamento sessuale, che si determina per via di questa condizione di assoluta sottomissione delle donne al datore di lavoro, oppure a un capo squadra, ad un superiore, ad un dirigente o magari ad un caporale connazionale".

Una guerra tra poveri

I braccianti rumeni sono giunti in Sicilia con le loro famiglie tra il 2005-2008, in seguito all'allargamento dell'Europa ai paesi dell'est. Il loro sogno europeo si è infranto nel paesaggio di ferro e plastica della fascia trasformata.

"Hanno iniziato a lavorare anche per paghe da 15 euro al giorno vivendo nei magazzini, – racconta Mililli – tutte condizioni non più accettabili dai magrebini. Quindi ha inizio una guerra tra poveri. Molte zone vengono suddivise, in alcune sono presenti solo lavoratori rumeni, in alcuni solo lavoratori magrebini, tutto questo porta a un ipersfruttamento, perché abbassa tutte quelle condizioni di lavoro che si erano create e stabilizzate".

Adesso che la paga media si è stabilizzata a 35 euro a giornata – poco più della metà della paga prevista nel CNL del settore – l'arrivo dei richiedenti asilo dell'Africa subsahariana, spinge di nuovo le paghe verso i 20-15 euro al giorno, "questo crea di nuovo quella guerra tra poveri – sottolinea Mililli – fortissime tensioni, tutte a discapito dei lavoratori".

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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