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02:50 12 Novembre 2019
Carles Puigdemont

Esclusiva, Carles Puigdemont: "Per noi l'indipendenza è stata l'ultima alternativa"

© Sputnik . Giordie Boyshareu
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Carles Puigdemont ha rilasciato un'intervista esclusiva a Sputnik Italia a margine del Festival culturale Endorfine di Lugano dove lui e'stato oggi ospite: ha discusso la Corte di Giustizia Europea, la sua idea di Europa, la posizione nei confronti della Russia e l'indipendenza della Catalogna.

— Carles Puigdemont, a breve la Corte di Giustizia Europea si pronuncerà sul Suo caso. Lei è stato eletto al parlamento europeo ma il suo seggio è stato congelato. Cosa si aspetta dalla sentenza?

— Naturalmente mi auguro che si esprima a nostro favore, cioè a favore tanto della causa catalana quanto della democrazia europea. Dopo essere stato votato da oltre un milione di cittadini le autorità spagnole mi impediscono ogni forma di esercizio del diritto a rappresentare i miei elettori a Bruxelles, utilizzando il pretesto secondo cui per farlo dovrei andare a Madrid a giurare sulla costituzione spagnola. E' una richiesta in assoluta violazione del diritto europeo e ci auguriamo che la Corte di Giustizia Europea si esprima al più presto, anche se non sappiamo ancora quando lo farà.

— Qualora, diciamo, si esprimesse come Lei spera, quali valori promuoverebbe a Bruxelles? Qual è la Sua idea di Europa?

— La nostra idea di Europa è quella di uno spazio in cui il voto dei popoli conti più di ogni altra cosa. La Catalogna è una nazione, una delle più antiche in Europa. Il nostro parlamento, le nostre istituzioni e la nostra costituzione risalgono al medioevo e vennero bandite solo quando nel 1714 i Borbone portarono per la prima volta la monarchia spagnola nel nostro Paese. Fino ad allora eravamo una nazione a tutti gli effetti. Oggi lo siamo ancora e se il popolo lo chiede abbiamo il diritto ad essere indipendenti.

— Un'Europa fondata dunque sulle nazioni? Un po' come sostengono molti dei movimenti populisti...

—  Paradossalmente il cosiddetto populismo è uno dei principi alla base dei diritti umani, come d'altra parte recita l'articolo 21 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: “La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo”. In base a questo principio ritengo che l'Europa possa essere più unita se in grado di preservare le sue diversità, che sono una grande forza. Ma chi garantisce queste diversità? Beh, naturalmente le diverse radici e tradizioni, i diversi punti di vista e le diverse lingue, non solo quelle ufficiali degli Stati ma anche quelle più particolari. Un'Europa di questo tipo sarebbe certamente più vicina ai nostri ideali di democrazia e di diritti umani.

— Quindi possiamo definirla un populista pro-europeo?

— (Ride). No, non sono un populista. Credo però nei popoli perché credo nella democrazia. Io lotto contro il concetto nazionalista di democrazia secondo cui il potere debba determinare ogni aspetto delle nostre vite chiedendoci poi di esprimerci solo una volta ogni quattro anni. Al giorno d'oggi siamo tutti muniti di smartphones e tablets, dai quali possiamo prendere e mettere in pratica decisioni importanti in tempo rapidissimo. Ciò influenza le nostre famiglie, le nostre culture, il nostro modo di fare business. Perché non può anche velocizzare i nostri processi democratici?

— Lei chiede quindi una maggiore partecipazione dei popoli nel processo decisionale. Un po' come avviene in Svizzera...

— La Svizzera è un modello, certo non perfetto ma che funziona perché è una confederazione basata sul rispetto delle diversità reciproche. Se concepissimo l'Unione Europea come una grande Svizzera potremmo affrontare al meglio le sfide del futuro. La Svizzera mostra e insegna al mondo come gestire con successo le diversità e come così facendo si possa garantire a tutti la dignità, cosa che è appunto data attraverso il rispetto per le identità, le nazionalità, le culture e le lingue.

— Qualora Lei andasse in Europa quale sarebbe la sua posizione nei confronti della Russia, soprattutto in merito alle sanzioni e alla crisi ucraina?

— La Russia e l'Unione Europea devono rafforzare i propri rapporti. E' assurdo avere più problemi con l'odierna Russia rispetto che nel passato con l'Unione Sovietica. Sono convinto che il futuro passi attraverso il dialogo e la cooperazione tra l'Est e l'Ovest e pertanto migliorare i rapporti è nell'interesse di entrambe le parti. Ormai sono passati diversi anni dall'approvazione delle sanzioni e possiamo vederne i risultati. E' il momento di cambiarle. Ciò potrebbe essere il primo passo verso un'Europa più protagonista nel trovare una soluzione della crisi ucraina.

— Il futuro dell'Unione Europea è molto incerto, soprattutto in merito alla Brexit. Si riesce a immaginare la Catalogna all'interno di un'Europa frammentata?

— Noi vogliamo rimanere in Europa, come dicevo la nostra cultura è anticamente europea e dell'Europa vogliamo essere uno dei centri culturali. Non ci immaginiamo neanche una Catalogna fuori dalla Ue. Per questo sono preoccupato per le possibili conseguenze della Brexit, che colpirebbero non solo il Regno Unito ma tutti gli equilibri europei. Con la Brexit non perderemmo solo una grande potenza ma anche una delle più antiche ed importanti democrazie mondiali.

— In tutto questo, però, lo Stato spagnolo non ha nessuna intenzione a riconoscere la vostra indipendenza. Ci sono per Lei delle alternative per tutelata l'identità catalana?

— Per noi l'indipendenza è stata l'ultima alternativa dopo che per 30 anni abbiamo tentato di percorrere tutte le strade possibili, di aprire un dialogo con lo Stato spagnolo, di collaborare con tutti i governi spagnoli tanto di destra quanto di sinistra. Abbiamo provato a migliorare la democrazia spagnola, abbiamo rinnovato il nostro statuto sull'autonomia, abbiamo ottenuto un grande appoggio popolare attraverso le consultazioni popolari. Le abbiamo provate tutte ma abbiamo ricevuto in risposta solo dei no. Di fronte a tali risposte un popolo può rassegnarsi oppure mobilitarsi contro le ingiustizie che subisce. Il questo caso il popolo catalano si è mobilitato per via democratica e non violenta. E vuole essere ascoltato.

— E sareste disposti a fare un passo indietro in caso di aperture da parte del governo di Madrid?

— In passato lo abbiamo già fatto, con un costo molto elevato. Eppure è stato inutile. Qualora lo Stato spagnolo avesse un progetto sulla Catalogna potremmo valutare gli eventuali compromessi. Fino ad oggi però Madrid non ha mai voluto esprimere alcun progetto con cui poterci confrontare. Preferiscono semplicemente applicare l'articolo 155 della costituzione spagnola per impedire ogni forma di dialogo.

— Ormai sono passati quasi due anni dal referendum che Lei vinse chiedendo l'indipendenza. Che prospettive vede per il futuro?

— Il cammino è difficile e ci sono molte incertezze, però anche qualche certezza. La prima è che la nostra strada preferita è sempre quella del dialogo, se esso non sarà possibile allora utilizzeremo tutti gli strumenti legittimi di cui abbiamo diritto. Un'altra certezza è che non abbandoneremo la nostra causa e la nostra speranza, come invece staremmo facendo secondo alcuni media spagnoli diffusori di fake news. Alle ultime elezioni al parlamento europeo l'indipendentismo ha superato il suo record storico di consensi, mai nella storia siamo stati così forti.

— Eppure la stampa, anche quella catalana, scrive di un crescente malcontento verso i partiti indipendentisti come il Suo...

— E' vero, oggi c'è più gente insoddisfatta dei partiti politici indipendentisti rispetto a prima, per questo dobbiamo fare autocritica ed imparare dagli errori. Sto lottando perché sul fronte indipendentista vi sia la massima unità, è il modo migliore per avere forza.

— Lei ha parlato di identità, un concetto che viene spesso associato ai movimenti di destra. E in effetti la causa catalana viene spesso sostenuta da partiti di destra come il Vlaams Belang in Belgio e la Lega in Italia. Eppure voi vi definite progressisti...

— Io non ho mai chiesto l'appoggio di alcun Paese né di alcun movimento. Ho sempre e solo chiesto la possibilità di potermi spiegare liberamente e di potere essere ascoltato. Recentemente a Global Spain ha prodotto un report in cui si diffondono una serie di notizie false secondo cui il movimento indipendentista catalano sarebbe identitario, di destra e vorrebbe reprimere l'insegnamento della lingua spagnola nelle nostre scuole. Basterebbe andare in Catalogna per rendersi conto che sono tutte menzogne.

Guardiamo ai fatti: abbiamo ricevuto il sostegno di diversi esponenti politici e di partiti che hanno al loro interno correnti di tutti i tipi, ma mai da partiti di estrema destra. In Germania sono stato accolto molto bene da Die Linke, che evidentemente è di sinistra; in Francia è stata emanata una dichiarazione a favore dei presos politicos firmata da esponenti di tutti i partiti del parlamento; a Westminster c'è un gruppo degli amici della Catalogna al quale partecipano tanto i conservatori che i laburisti oltre che ovviamente lo Scottish National Party. Il caso catalano fa convergere sensibilità diverse, di destra come di sinistra, più o meno europeisti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Catalogna, Carles Puigdemont
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