17:39 17 Maggio 2021
Economia
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A fine marzo il valore del Bitcoin è schizzato alle stelle e oggi si attesta a più di 64.000 dollari. Si sta preparando l’ennesimo boom delle criptovalute. I miner si stanno preparando a minare altro denaro digitale. In questo articolo scoprirete come sono strutturate le mining farm e per quale motivo queste sono oggetto di investimenti milionari.

Come funziona il mining

La criptovaluta si basa sulla tecnologia della blockchain, ossia tutte le operazioni effettuate all’interno del sistema sono accessibili a tutti i partecipanti grazie a un sistema costituito da singoli blocchi di transazioni, la blockchain appunto. Ciascun blocco è codificato da una sequenza di segni, cifre e lettere chiamata hash.

La mining farm seleziona l’hash per le transazioni effettuate nell’ambito del sistema. Le combinazioni possibili sono milioni e il processo richiede strumentazioni in grado di sostenere un elevato volume di produzione. L’hash rate è il tasso di rapidità a cui vengono risolti i singoli problemi. Il tasso viene misurato in hash al secondo e maggiore è questo valore, maggiori sono i ricavi derivante da una determinata moneta.

Le prime criptovalute venivano minate grazie a un processore centrale. Poi è stato necessario garantire maggiori capacità di calcolo ed è giunta l’era delle schede video. Ma per il Bitcoin dal 2013 sono profittevoli soltanto i miner ASIC, ossia specifici processori che garantiscono un hash rate molto più elevato rispetto alle schede video. Questi strumenti sono molto costosi e di fatto inaccessibili ai comuni cittadini.

“Mettere in insieme in quattro e quattr’otto una ASIC farm è praticamente impossibile. Infatti, servono tra l’altro appositi chip che non vengono venduti al dettaglio. Si potrebbero comprare dei miner ASIC già pronti all’uso, ma in questo caso i costi sono di tutt’altro livello”, spiega Oleg Nedoseko, esperto del settore.

Tuttavia, vi sono anche altre valute che presentano buone prospettive. Ad esempio, Ethereum è la seconda criptovaluta per valore. Negli ultimi mesi, infatti, il suo valore è passato da 300 a 1.800 dollari.

Fattoria di “minatori”

Per il mining di Ethereum sono scomparse dalla circolazione le schede video. Così mentre i gamer lamentano la mancanza di adattatori di nuova generazione Nvidia, i miner comprano in massa tutti quelli su cui riescono a mettere le mani.

Le alternative sono: schede video (più potente è, meglio è), scheda madre, processore, sistema di raffreddamento e batteria di alimentazione. L’elemento più costoso in previsione dell’ennesimo boom di mining sarà proprio la scheda video, la Nvidia GeForce RTX 3060 che costa circa 900 euro. Ancora più interessanti per i miner sono le versioni più potenti della Nvidia: 3070, 3080 e 3090. Si sconsigliano, invece, le schede video usate perché la loro affidabilità è compromessa.

Non vale la pena di risparmiare nemmeno sulla batteria e sul sistema di raffreddamento. L’alimentazione è un punto critico per le mining farm che devono costantemente gestire importanti carichi.

Anche un piccolo numero di schede video può creare discreti problemi. Anzitutto, sono molto rumorose. Poi richiedono una rete elettrica che riesca a sostenere una domanda costante ed elevata per evitare eventuali problemi di cablaggio e alla costosa strumentazione.

Costi elevati

Minare criptovalute è costoso. Si riesce a risparmiare soltanto sul software che solitamente per le mining farm è piuttosto accessibile.

“Per guadagnare, ad esempio, almeno 500 dollari al mese, servono 4-5 schede video. Non si riesce a rientrare subito dall’investimento”, osserva l’esperto Oleg Nedoseko.

Con un costo dell’energia elettrica pari a 5 rubli al kW/h (0,05€), una sola scheda video GeForce RTX 3060 consuma 4,5€ al giorno per minare Ethereum, ossia circa 130€ al mese. Una scheda video da 8GB al prezzo di mercato di circa 1.500€, senza contare i costi della restante attrezzatura, si ammortizza dopo 11 mesi. E senza contare nemmeno gli oneri fiscali che dovranno essere corrisposti ai sensi della legge sugli asset digitali di recente approvata in Russia.

Minare Bitcoin è invece molto più costoso. Pertanto, si sta sviluppando il cosiddetto cloud mining.

“Anche se ignorassimo la mancanza di strumentazione, in Russia il costo dell’energia elettrica non è mai stato basso. Invece, in Venezuela, ad esempio, minare Bitcoin è in media 8 volte più conveniente. Pertanto, gli investitori puntano sempre più spesso sul cloud mining prendendo in locazione strumenti di calcolo dai fornitori nei data center collocati in Paesi dove l’energia elettrica costa poco”, spiega Vladislav Akelev, direttore per lo sviluppo del cloud mining ECOS.
Prospettive di Bitcoin ed Ethereum

Nonostante l’attrattività del mining, è probabile che si ripeta quanto è accaduto nel 2018 quando, per via del calo dei margini, c’è stata una diminuzione dei miner e si è stati costretti a svendere l’attrezzatura concedendo importanti sconti. Si può comunque riuscire a realizzare un profitto rivendendo le schede video a un prezzo elevato.

“In realtà oggi la situazione è positiva: si comprano nuove attrezzature, le piattaforme hanno sempre più utente. Sembra irrazionale parlare di bolla, ma ci sono tanti rischi da considerare e prevenire. Vendere l’attrezzatura a un punto di massimo è prassi normale se l’operazione garantisce un guadagno da spendere poi per rinnovare il proprio parco macchine. Si può anche minare per alimentare le riserve se si è pronti a rischiare e a coprire le spese per la piattaforma”, osserva Philippe Modnov, direttore del data center LAZM.

Il prezzo delle criptovalute è imprevedibile: al culmine della pandemia dello scorso anno nessuno avrebbe potuto immaginare che nell’arco di pochi mesi il Bitcoin avrebbe battuto ogni record.

Nemmeno l’Ethereum ad oggi può essere considerato un porto sicuro per i miner dato che a luglio i suoi sviluppatori intendono apportare rilevanti modifiche al sistema che, come da previsioni, porteranno a un decremento della sua redditività.

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