20:55 12 Aprile 2021
Economia
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Sullo sfondo del raffreddamento delle relazioni con Mosca e delle pressioni che il tema Nord Stream 2 esercita sull’Europa, gli americani hanno aumentato in maniera considerevole gli acquisti di greggio russo anche in vista di eventuali nuove sanzioni.

Aumento delle importazioni

Come comunicato dalla EIA (la Energy Information Administration degli USA), l’anno scorso le importazioni statunitensi di greggio e prodotti raffinati russi sono aumentate del 3,5% raggiungendo i massimi livelli degli ultimi 10 anni. La Russia si è posizionata prima tra i vari fornitori superando l’Arabia Saudita che ha ridotto in maniera considerevole le esportazioni per ripristinare l’equilibrio di mercato.

Nel 2020 gli americani hanno comprato dalla Russia in media 538.000 barili al giorno, mentre 522.000 dall’Arabia Saudita. I maggiori acquirenti sono Valero ed Exxon che hanno acquistato rispettivamente 55 e 50 milioni di barili. Queste due società garantiscono circa la metà delle importazioni dalla Russia.

Quali importatori?

Le raffinerie statunitensi si sono rivolte alla Russia dopo che non era più disponibile il greggio venezuelano. E questo è merito di Donald Trump che nel 2019 ha imposto sanzioni alla società statale Petroleos de Venezuela provocando di fatto un’interruzione della catena distributiva.

Le realtà più colpite sono state gli stabilimenti del Golfo del Messico e della costa orientale tra cui Citgo Petroleum, Valero Energy e Chevron. Gli americani non comprano dalla Russia il greggio, ma l’olio combustibile necessario per la produzione di benzina.

“Venendo meno il greggio venezuelano e a fronte del rincaro del greggio applicato dai consueti fornitori dell’OPEC, gli USA sono diventati il principale consumatore di olio combustibile russo”, afferma Adi Imsirovich, consulente scientifico dell’Oxford Institute for Energy Studies.

La situazione è stata complicata anche dalla riduzione delle estrazioni in seno all’OPEC. Le forniture provenienti dall’Arabia Saudita sono oggi al minimo storico dal 1985. E, secondo gli esperti, soltanto l’olio combustibile proveniente dalla Russia ha consentito alle raffinerie statunitensi di continuare la loro attività.

La crisi dello scisto

Ha inciso anche il crollo del mercato dello scisto generato dalla pandemia. Negli USA se ne estraevano 13 milioni di barili al giorno, oggi 11.

È crollata la domanda di idrocarburi così come i prezzi delle materie prime. Il numero di impianti di gassificazione e trivellazione si è ridotto sensibilmente, diverse società hanno cessato l’attività. Circa 150 produttori di scisto hanno dichiarato fallimento.

A fallire sono stati anzitutto quelli già in difficoltà prima del COVID: le società hanno dovuto contrarre debiti per via della grave carenza di investimenti. Dal 2018, infatti, Wall Street si è dimostrata sempre meno interessata a investire nello scisto perché riteneva che non ci fossero margini di guadagno dato che la maggior parte delle aziende era in pesante perdita.

Nel 2020, stando alle stime della IEA (Agenzia internazionale dell'energia), gli investimenti si sono più che dimezzati toccando i 45 miliardi di dollari.

L’IEA riporta che l’estrazione di scisto nel mese di marzo sia crollata fino a 7,5 milioni di barili al giorno. Si registra una tendenza decrescente in 6 bacini estrattivi su 7: Anadarko, Bakken, Niobrara, Eagle Ford, Gainesville, Appalachi.

Secondo le stime di Fitch, il mercato dello scisto non tornerà ai livelli pre-crisi nemmeno tra 2-3 anni: i produttori saranno, infatti, impegnati ancora nell’ottimizzazione delle perdite e nel ritorno sull’investimento piuttosto che sull’incremento delle estrazioni.

Una situazione scomoda

Così gli USA si sono venuti a trovare in una posizione scomoda: come osserva Bloomberg, l’aumento della dipendenza dal greggio russo è in totale contrasto con la politica governativa in materia di energia. Da un lato, Washington sta facendo di tutto per evitare che l’Europa approvi il Nord Stream 2 e venda così il proprio gas. Dall’altro, le raffinerie americane stanno comprando dalla Russia più greggio di quanto non abbiano mai fatto.

“Le petroliere ormeggiate presso le raffinerie di Baytown (Texas) sono del tutto simili alle molte altre che attraversano lo Houston Ship Channel. Ma queste trasportano una merce inconsueta: il petrolio russo”. “Se la Russia è diventata il fornitore chiave di petrolio per gli USA, è grazie all’ingegnosità e alla competenza del Cremlino di sfruttare la politica di Washington a proprio vantaggio”. “Dopotutto Trump si vantava del fatto che gli USA fossero diventati una superpotenza energetica e che il Paese non sarebbe più dipeso da fornitori stranieri nemici”, Mark Finley, analista del mercato petrolifero.

È interessante che Washington non commenti affatto la situazione.

Ma l’incessante crescita delle importazioni è un segnale evidente del fatto che il mantra della indipendenza energetica predicato dall’ex presidente degli USA Donald Trump non abbia avuto alcun effetto.

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