10:21 14 Aprile 2021
Economia
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Nel 2020 la quota del carbone nel mix energetico cinese è scesa per la prima volta sotto al 50%, come riporta il rapporto trimestrale di Fitch Ratings.

Le fonti di energia pulite, invece, hanno costituito il 34% del totale. Fitch prevede che dal 2021 la quota di petrolio diminuirà di almeno il 3% annuo e che l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili nel bilancio energetico complessivo aumenti.

La Cina si è impegnata a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060. Tuttavia, una serie di esperti occidentali erano scettici a riguardo in quanto la Cina continuava a fare affidamento essenzialmente sul petrolio. Già nel 2018 l’organizzazione internazionale CoalSwarm, che si occupa di studiare i problemi legati alla produzione di energia a partire dal petrolio, ha analizzato alcune immagini scattate dallo spazio e ha rilevato che la Cina starebbe costruendo nuove centrali elettriche a carbone. Probabilmente, sulla base di questo studio gli esperti occidentali sono giunti alla conclusione che le centrali elettriche a carbone della Cina siano relativamente giovani (età media stimata di 14 anni) e pertanto non si prevede alcuna liquidazione delle stesse sul breve termine.

Tuttavia, le autorità cinesi stanno coerentemente limitando il numero di centrali elettriche a carbone sebbene la loro costruzione in termini di stimolo del PIL sarebbe assai favorevole in tempo di crisi e risolverebbe diversi problemi di breve periodo. Nel 2017 il Comitato nazionale cinese per lo sviluppo e le riforme ha disposto che il Paese deve ridurre l’utilizzo del carbone nella produzione di energia elettrica. Il Comitato ha, altresì, annunciato la propria decisione di non costruire nuove centrali di questo tipo. In sostanza, stando ai piani delle autorità locali, entro il 2020 la potenza totale delle centrali elettriche a carbone nel Paese non avrebbe dovuto superare 1.100 GW.

Inoltre, alla fine dello scorso anno è stato pubblicato un Libro bianco sullo sviluppo dell’energia in Cina nel futuro. Nel Libro si parla dell’impegno della Cina per ridurre le emissioni nocive e la dipendenza da combustibili fossili. In alcune regioni, quali la provincia dello Hebei, sono state introdotte rigide misure per monitorare e ridurre le emissioni di CO2 in comparti altamente inquinanti come l’industria siderurgica. Le autorità locali hanno persino chiesto ad alcuni stabilimenti del comparto di cessare la produzione. Del resto, come dichiara Pechino, il brusco calo delle importazioni cinesi di carbone australiano è legato a ragioni di carattere ambientale e non politico.

Già un paio di anni fa erano in pochi a credere che la Cina potesse ridurre la quota di carbone nel suo mix energetico anche solo del 50% nel prossimo futuro. Il rapporto di Fitch, però, dà modo di convincersi della serietà delle intenzioni cinesi nella lotta alle emissioni. Al momento tutti i provvedimenti sono finalizzati a raggiungere l’ambizioso obiettivo della neutralità carbonica, sostiene Huang Xiaoyong, direttore del Centro internazionale di ricerca sulla sicurezza energetica.

“La Cina si è posta l’obiettivo di conseguire la neutralità carbonica. Pertanto, la totalità delle sue politiche e dei suoi provvedimenti sono focalizzati su questo obiettivo. Di conseguenza, in futuro registreremo uno sviluppo di determinati settori. Ritengo che l’obiettivo sarà raggiunto se applicheremo i piani nella loro integralità, ma sul nostro cammino potremo incontrare alcuni ostacoli”.

La Cina sta sviluppando attivamente il settore della green economy. Negli ultimi 20 anni questo settore ha beneficiato di investimenti per oltre 2.000 miliardi di yuan. Già oggi la Cina è il leader mondiale nella produzione di pannelli solari. In rapido sviluppo sono anche l’idroelettrico e l’eolico. Secondo le stime del Global Wind Energy Council (GWEC), la potenza complessiva di un solo parco eolico offshore al mondo aumenterà fino a 234 GW nei prossimi 10 anni e un quinto della potenza complessiva sarà imputabile alla Cina. Tuttavia, per ancora molto tempo i combustibili fossili saranno il principale baluardo dell’energia cinese rendendo dunque improbabile una rapida transizione a forme di energia pulite, sostiene l’esperto.

“A mio avviso, i combustibili fossili rimarranno prioritari nel mix energetico del Paese per i prossimi 5-10 anni. Sebbene la Cina abbia investito attivamente nelle rinnovabili negli ultimi anni e sebbene in diversi Paesi si registrino eccedenze di energia eolica, idroelettrica o solare, nel complesso queste ultime fonti energetiche costituiscono soltanto una piccola parte del mix energetico cinese. Temo che sul breve periodo sarà difficile rinunciare ai combustibili fossili. E la durata di questa transizione dipenderà essenzialmente dal livello di sviluppo tecnologico e dai ritmi a cui caleranno i prezzi delle tecnologie”.

Come dimostra la pratica, il progresso tecnologico non è ancora in grado di garantire l’assoluta affidabilità dell’energia rinnovabile. Il Texas, ad esempio, è uno stato in cui un quarto dei consumi di energia elettrica viene soddisfatto dall’eolico. Di recente lo stato ha dovuto affrontare una vera e propria crisi energetica. Per via delle temperature eccessivamente basse circa metà delle turbine eoliche del Paese ha smesso di funzionare per il troppo freddo. Di conseguenza, oltre 2 milioni di persone sono rimaste senza luce e riscaldamento. La Cina è un grande Paese e vanta fasce climatiche tra loro molto varie. La diversificazione delle risorse energetiche costituisce, dunque, un tassello importante della strategia che il Paese sta mettendo in campo per garantirsi la sicurezza dal punto di vista energetico.

In tal senso petrolio e gas acquisiranno nei prossimi anni un’importanza sempre maggiore per la Cina. Per lungo tempo il Paese si è affidato alle importazioni di GNL americano. Tuttavia, il peggioramento delle relazioni bilaterali tra USA e Cina ha costretto Pechino a diversificare i suoi fornitori. La Cina, ad esempio, sta guardando sempre di più alla Russia. Oltre ai contratti di fornitura di gas a lungo termine che garantiscono un approvvigionamento sicuro di gas russo alla Cina, la Russia sta anche aumentando le sue forniture di GNL alla Cina che nel 2020 sono raddoppiate toccando quota 5 milioni di tonnellate. Così la Russia è diventata uno dei primi 5 maggiori fornitori di GNL della Cina. Oltre alla Russia ai vertici di questa classifica figurano Australia, Qatar, Malesia e Indonesia.

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