09:07 08 Maggio 2021
Economia
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Nuove regole per le esportazioni, lungaggini burocratiche e certificazioni sull'origine dei prodotti da compilare. La frustrazione degli imprenditori britannici.

Dopo il divorzio politico alla fine dello scorso anno si è consumato anche il distacco economico e commerciale tra Gran Bretagna e Unione europea. La Brexit è stata completata e dall’1 gennaio, pur avendo evitato il no-deal, i problemi non sono finiti. In particolare per le aziende britanniche che hanno definito il primo mese dall’uscita dall’Ue come “il quinto girone dell’Inferno di Dante”.

Una metafora, per niente edulcorata, usata dal direttore dell’associazione che rappresenta i produttori del Regno Uniti, Make UK. Ben Fletcher, che ha parlato al Guardian, facendo il bilancio del primo mese di divorzio da Bruxelles non ha nascosto che i problemi sono più di quelli previsti alla vigilia e che le conseguenze potrebbero farsi sentire ben oltre il periodo fisiologico di assestamento.

“Il ritorno delle dogane sta creando più problemi di quanto era stato previsto, alcuni potrebbero risolversi con il tempo, ma altri potrebbero diventare permanenti, mettendo a rischio l'export e l'esistenza stessa di molte aziende”, ha detto Fletcher.

Problemi di import e di export

Secondo il direttore di Make UK le difficoltà vengono riscontrate sia in un senso che nell’altro. Il problema principale è il requisito delle regole di origine: prima della Brexit le merci potevano circolare nel mercato unico senza certificazione.

Quindi la burocrazia è diventata una vera spina nel fianco, con decine di attestazioni e documenti in più da compilare e presentare.

In particolare, pesa la necessità di dover catalogare ogni prodotto e anche le sue componenti e per sfuggire ai pesanti dazi, in base all’accordo con l’Ue, tutte le parti di una merce devono essere prodotti nel Regno Unito o in Paesi Ue. Se un componente è prodotto in un Paese terzo extra-Ue allora scatta l’imposta.

I dazi

A seconda della provenienza di un prodotto o dei suoi componenti, in base alle nuove regole, si può passare da dazi zero a tariffe che possono variare dal 6,5% sulla plastica all'1,7% sugli aspirapolvere, al 12% sui cappotti e al 14% sulle biciclette.

“Le persone stanno iniziando a rendersi conto di quanto sarà difficile inserire regole di origine nelle attuali regole commerciali. Questi sono problemi iniziali, ma stanno diventando problemi strutturali", ha sottolineato Fletcher.

Uno degli escamotage è quello di spostare i magazzini per la distribuzione in Europa in Paesi sul territorio Ue, ma questo fa perdere manodopera e posti di lavoro nel Regno Unito.

La delusione delle imprese

Secondo un sondaggio condotto tra i membri dell'associazione Make UK il 60% delle aziende che credevano di essere pronte per la Brexit "ora subiscono interruzioni" nel loro commercio e stanno "anche riscontrando che le catene di approvvigionamento hanno subito un impatto significativo”.

Secondo Fletcher “c'è vera rabbia e incredibile frustrazione per le persone che importano o esportano perché semplicemente non sono in grado di spostare le merci”.

Delusi anche i pescatori, in particolare scozzesi, che lamentano molto invenduto. Il pescato, infatti, deve essere accompagnato dai documenti di cattura e dai certificati sanitari di esportazione e compiere tutta un'altra serie di pratiche burocratiche per essere esportato verso l’Ue. Il rischio è che il carico rischia di andare perso se ci son intoppi.

Acquisti online e Iva

Altri problemi sono stati riscontrati anche dai semplici cittadini che hanno acquistato dei beni online e alla consegna hanno ricevuto anche la fattura con l’Iva alla frontiera e i costi doganali per un prodotto spedito dall’Europa verso il Regno Unito.

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Regno Unito, Brexit
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