09:33 24 Gennaio 2021
Economia
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Recentemente i media stranieri hanno titolato “La Cina vieta le importazioni di carbone australiano”, informazione che dopo adeguati controlli si è rivelata una verità che omette però qualche dettaglio.

In merito si è espresso anche il primo ministro australiano Scott Morrison il quale ha dichiarato che Pechino sta conducendo una politica discriminatoria che viola le norme del libero mercato.

Le agenzie di stampa occidentali si sono affrettate a inquadrare l’accaduto all’interno di una vendetta cinese ai danni di Canberra poiché quest’ultima avrebbe ottenuto il supporto degli USA nella guerra commerciale contro la Cina. Si tratta, nello specifico, delle premeditate restrizioni al gigante IT Huawei.

Pechino, che rifugge abitualmente qualsivoglia confronto diretto sulla scena internazionale, ha riferito per il tramite della stampa locale che non sussiste alcun divieto e che l’accaduto è soltanto la conseguenza di un anno difficile, del calo della produzione, dell’adozione di politiche di decarbonizzazione e del perdurante diniego del carbone come risorsa energetica. Del resto, per quanto si nasconda l’embargo con belle frasi diplomatiche, è impossibile cancellare l’accaduto. Infatti, le forniture di carbone australiano sono congelate fino a data da destinarsi.

Per comprendere l’accaduto, dobbiamo analizzare l’attualità più recente.

L’Australia era uno dei maggiori sostenitori degli USA per tutto il corso della contrapposizione economico-commerciale tra USA e Cina. Washington e Donald Trump sin dall’inizio hanno tentato di eliminare dal proprio mercato i prodotti digitali di Huawei e ZTE, ma non ci sono riusciti. Alla fine del 2019 le parti hanno convenuto una tregua siglando l’accordo di prima fase. Canberra, invece, non è scesa ad alcun compromesso di fatto ignorando tutti i chiari segnali della Cina.

Pechino ha chiesto insistentemente di lasciare in pace i suoi giganti tech e di non ostacolare l’implementazione sul mercato australiano delle tecnologie 5G di produzione cinese. Ma poiché le esortazioni a una convivenza pacifica non sono state ascoltate, già ad aprile del 2018 la Cina ha vietato le importazioni dall’Australia di rifiuti riciclabili provocando una vera e propria crisi dei rifiuti.

Canberra risponde vietando l’utilizzo delle soluzioni Huawei e ZTE. Come contromisura la Cina a settembre del 2018 risponde bloccando le trasmissioni della ABC (Australian Broadcasting Corporation). 

La situazione, dunque, si blocca così e, per rendere gli australiani più cooperativi, la Cina nel febbraio del 2019 fa una prova. Proprio allora per la prima volta cominciano i problemi relativi all’ingresso nei porti cinesi come Dalian.

L’obiettivo viene scelto non a caso. Infatti, mentre i Paesi progressisti stanno gradualmente passando a fonti di energia rinnovabili, per il continente australiano l’estrazione del carbone è una pietra miliare dell’economia. L’Australia estrae ogni anno circa 540 milioni di tonnellate di carbone coke, il 75% del quale è destinato alle esportazioni. Nel 2019 le aziende estrattrici locali hanno esportato questa materia prima per 53 miliardi di dollari, ossia l’8,3% del PIL.

Il principale acquirente del carbone australiano è da molti anni il Giappone che l’anno scorso ha acquistato 17 miliardi di dollari (il 27% di tutte le esportazioni).

La Cina è il secondo mercato di commercializzazione con 13,7 miliardi di dollari, ossia il 21% del commercio estero. Perdere un simile sbocco potrebbe non solo scatenare una crisi del comparto, ma anche innescare gravi criticità a livello nazionale.

Si ricordi che la Cina ha più volte introdotto temporanee restrizioni alle importazioni di carbone australiano, ma le ha sempre rimosse aspettandosi evidentemente un cambio di posizione da parte di Canberra. Questo, però, non è accaduto. Quindi, quest’estate la Cina ha adottato un approccio diverso. Il governo cinese ha annunciato che avrebbe considerato la possibilità di introdurre sanzioni commerciali per limitare l’importazione di una serie di merci di origine australiana tra cui vino, carne e pesce. Il governo australiano non ha risposto in alcun modo. Quindi, nel mese di novembre la Cina ha imposto ai prodotti vinicoli un dazio compreso tra il 107 e il 212% del prezzo.

Per rendere ancor più efficace la misura adottata, nello stesso periodo è entrata in vigore una ordinanza che bloccava nuovamente le importazioni di carburante dall’Australia. Come riporta Bloomberg, a novembre il tempo medio di attesa nei porti e di scarico delle imbarcazioni che trasportavano carbone australiano era in media di circa un mese. Questo ha provocato per gli esportatori e i vettori perdite molto ingenti. La Cina non ha mai espresso in maniera esplicita il motivo per cui stia punendo gli australiani. Si è limitata ad addurre giustificazioni legate alla tutela dell’ambiente e alla necessità di incrementare di converso il proprio settore estrattivo. Del resto, le vere ragioni erano estremamente chiare e comprensibili.

Nel caso in cui l’attuale divieto sia prolungato, Canberra comincerà ad avere gravi problemi perché il mercato cinese non può essere sostituito in alcun modo. Giappone e Corea del Sud (un altro mercato chiave) intendono decarbonizzare la propria economia entro il 2050. Dunque, le importazioni in questi Paesi registreranno un calo. Un altro attore importante è l’India con i suoi ambiziosi progetti di diventare il primo Paese produttore di acciaio del pianeta. Delhi, però, acquista coke da vari Paesi, anche concorrenti come l’Indonesia e la Russia.

A proposito di Russia.

Sullo sfondo delle amichevoli relazioni intrattenute da Mosca e Pechino e della diffidenza che la Cina dimostra nei confronti dell’Occidente tutto sarebbe logico supporre che la nicchia eventualmente liberatasi venga in futuro approcciata dalle aziende russe. Infatti, in Russia si estraggono tutte le tipologie di carbone. Tuttavia, ahinoi, questo scenario è assai poco probabile e le motivazioni sono di natura prettamente logistica.

In primo luogo, non siamo in grado di collocare in una sola volta sul mercato cinese oltre 70 milioni di tonnellate di carbone. In tutto il 2019, stando ai dati del Ministero russo dell’Energia, le società estrattrici russe hanno ottenuto 441 milioni di tonnellate di prodotto, 206,5 milioni delle quali sono stati destinati alle esportazioni. Se tralasciamo quelle necessarie a soddisfare i consumi interni nei settori della metallurgia e della produzione di energia elettrica, il carbone russo viene esportato in 80 Paesi. Ma non è fattibile né incrementare le estrazioni né sottrarre la materia prima dalle esportazioni verso altri Paesi (perlomeno in volumi così significativi).

In secondo luogo, qualsivoglia progetto di espansione si basa sul principio del “collo di bottiglia”. Le aziende russe del settore ogni anno si scontrano con le Ferrovie statali russe. Le prime chiedono un aumento delle quote per il trasporto della merce e maggiori scontistiche dedicate, mentre le Ferrovie rispondono che il carbone è una delle voci di trasporto verso Est più importanti tanto che solo nel 2020 Kuzbass, che ha garantito i due terzi delle forniture, sono stati estratti 55 milioni di tonnellate di carbone. Al momento su richiesta personale del governatore Sergey Tsivilyov è al vaglio la possibilità di esportare ulteriori 10 milioni di tonnellate al fine di coprire almeno parzialmente l’utile non totalizzato quest’anno dalla regione pari a 50 miliardi di rubli.

Ma si tratta di una misura una tantum e che non influisce in alcun modo sulla capacità generale di transito delle direttrici di trasporto. Il nostro ramo ferroviario orientale è assai congestionato e nemmeno uno stregone riuscirebbe a infilarci una ventina di milioni di tonnellate per la Cina.

Si rende oramai necessario un potenziamento della Ferrovia Baykal-Amur e della Transiberiana, ma si tratta di strutture così estese che il governo non ha abbastanza risorse per farlo, considerata anche la mole di altri progetti infrastrutturali all’attivo. Nella conferenza stampa del 17 dicembre Vladimir Putin ha ricordato lo stanziamento di 60 miliardi di rubli per l’ammodernamento dell’infrastruttura della Transiberiana. Per il comune cittadino si tratta di somme da capogiro, ma non sono poi tanti per una direttrice ferroviaria che si estende per più di 9000 km.

Tuttavia, sarebbe ingiusto accusare il governo di essere avaro. Il bilancio russo, infatti, non è in grado di finanziare contemporaneamente progetti (solo per citarne alcuni) come la costruzione del tracciato ferroviario a Nadym, la sostituzione dei binari nell’Estremo oriente russo, la gassificazione della linea nella Regione dell’Amur. Per questo, il carbone russo arriva nel Sud-Est asiatico passando per il porto di Ust-Luga.

In conclusione, cerchiamo comunque di addolcire la pillola.

Nel mese di ottobre le forniture di gas russo in Cina hanno registrato un aumento del 28% raggiungendo quota 3,5 milioni di tonnellate. Speriamo che gli australiani continuano con la loro testardaggine e che l’embargo cinese duri il più a lungo possibile. Le aziende estrattrici delle regioni di Kemerovo, Yakuzia, Chakassia ed Estremo oriente russo non potranno che esserne felici.

di Sergey Sevchuk

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