01:28 01 Dicembre 2020
Economia
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Già nei prossimi anni la Cina potrebbe diventare la prima economia mondiale: queste le conclusioni di molti esperti in merito allo sviluppo futuro del Paese.

È noto che la Cina è già la prima economia al mondo in base a uno dei due sistemi di calcolo, ossia la parità di potere d’acquisto delle valute. In base all’altro sistema, quello più diffuso e basato sui valori nominali, la Cina è in seconda posizione. Ma, evidentemente, non per molto.

Giovedì si è conclusa la plenaria del Comitato centrale del Partito comunista cinese durante la quale sono stati passati al vaglio i dettagli del prossimo piano quinquennale, nonché definiti gli obiettivi per i dieci anni successivi al piano. Ma molte discussioni di natura prettamente statistica relative a detti obiettivi si sono tenute nell’ambito della plenaria con il contributo dei media. Nel Paese già da 3 o 4 anni si è cominciato a rifuggire quei piani rigidi e dettagliati del passato e quindi si è posto in essere un passaggio da una crescita quantitativa a una qualitativa.

Pare che questo approccio sia già diventato un trend mondiale. Ad esempio, durante la preparazione del vertice APEC in Malesia è in corso di discussione la proposta secondo cui è ora di prendere le distanze dal PIL come principale indicatore di crescita perché spesso capita che ci sia un certo livello di PIL, ma manchi la felicità: è giunto il momento di riflettere sul senso dell’economia e non sulla crescita numerica di quest’ultima.

A tal proposito, stavolta in Cina i piani quinquennali sono stati oggetto di ampia e lunga discussione tra il popolo e i principali leader nazionali. Solo sul sito del giornale Quotidiano del popolo è stato inviato circa 1,1 milione di proposte e opinioni. È emerso che generalmente le persone non parlavano di parametri numerici, ma di concetti più umani.

Ma prima che smettano di misurare le statistiche nude e crude, cerchiamo di valutare quelle che si riferiscono alla situazione della Cina prima dell’inizio del quattordicesimo quinquennio (2021-2025). Nel Paese, ad esempio, potrebbero essere ad oggi raggiunti gli obiettivi del PIL rispetto al 2010. I cinesi ci si sono avvicinati abbastanza: per il conseguimento di quegli obiettivi l’economia cinese doveva crescere del 5,5% quest’anno, mentre crescerà del 2-3% (si noti che si tratta di cifre ufficiose).

Ma una crescita del 2-3% significa che la Cina è l’unica grande economia del mondo a non registrare una contrazione quest’anno. La Cina, capendo a quali conseguenze avrebbero portato le restrizioni legate alla pandemia, ha spinto perché fossero accelerati i ritmi di risanamento economico. A questo si aggiunga l’ottimo lavoro svolto dai medici. Questo e altri elementi sono un esempio di parametri di sviluppo prettamente qualitativi e non quantitativi.

Sempre in materia di qualità si noti che nella plenaria di Pechino si era anzitutto preoccupati per il fatto che ora si vive in una situazione di totale pressione da parte degli USA finalizzata a contenere e sopprimere la crescita cinese.

Molti parlavano di un primato già evidente nel comparto tecnologico. Evidentemente, nei prossimi anni si prevede un incremento degli sforzi profusi nel settore, anzitutto nella produzione di semiconduttori propri di terza generazione. Al momento gli USA esercitano pressioni sulla Cina per i semiconduttori di seconda generazione (prima venivano spesso importati dall’America). Al secondo posto dei piani quinquennali figurano le tecnologie 5G, i calcoli quantistici, i mezzi di trasporto approvvigionati da nuove fonti di energia, le biotecnologie mediche e molto altro. L’idea di fondo è che, se il flusso di tecnologie americane cessi totalmente e improvvisamente, la Cina non debba risentire, ma anzi trarne giovamento.

Una nazione rischia di collassare se dipende totalmente dall’import-export. Tuttavia, questo poteva valere la Cina di 10 o meglio 20 anni fa. Oggi la Cina dipende anzitutto dal mercato interno, ossia da quanto ricca è la popolazione cinese. E per riportare qualche cifra della plenaria si noti che la Cina ha un PIL annuo di 15.000 miliardi di dollari (valori del 2019), il che significa un reddito medio pro capite di oltre 10.000 dollari l’anno. Questo fa sì che fino al 57% della crescita economica venga generata dalla domanda interna.

Quanto ai mercati esterni, si tenga presente anche la posizione della Cina rispetto al mondo musulmano e il fatto che lo Xinjiang presenti una popolazione in parte musulmana. Se siete sfortunati e vivete negli USA o in Europa, probabilmente avrete letto che lo Xinjiang è una regione in cui i musulmani uiguri vengono spediti in campi di concentramento, le loro donne vengono sterilizzate e così via. Insomma, la regione viene descritta come un luogo terribile i cui prodotti vanno boicottati.

Ma oggi è chiaro che proprio lo Xinjiang sia riuscito a diventare una vetrina per lo sviluppo della Cina intera sostituendosi alle già sviluppate provincie marittime del Sud-Est del Paese).

In media lo Xinjiang cresce dell’8,3% da quando esiste la Repubblica popolare cinese (ossia dal 1949), ma questi sono valori di media. In larga misura la grande crescita si è registrata in questi ultimi anni con punte annue del 40-46% (si è registrato un aumento del turismo interno in questa regione nel 2018 e nella prima metà del 2019: sono milioni i turisti che viaggiano nella regione). Lo Xinjiang è inoltre leader nel Paese per meccanizzazione agricola, produzione di cotone, ecc. Ma si dimentichi nemmeno il terrorismo che scosse la provincia e il resto della Cina alcuni anni fa. Lo Xinjiang è assurto ad esempio delle modalità in cui sia possibile uscire dal tunnel del sottosviluppo e del terrorismo in cui si trovano Paesi come Afghanistan e Ciad. Pechino ovviamente ha tratto vantaggio da questo.

Rimangono ancora poche cose che le cifre non possono spiegare. Ad esempio, i folli ritmi di crescita dell’industria cinematografica (la cosiddetta “fabbrica dei sogni”). La Hollywood cinese, dislocata nella provincia dello Zhejiang, si chiama Hengdian. Dopo la breve pausa primaverile qui ora sono tutti al lavoro per girare programmi televisivi e film. Questo chiaramente consente di creare anche un prodotto di esportazione che viene fruito da tutti i cinesi che vivono all’estero. Ma i cinesi della madrepatria vengono per primi.

Infine, pare quasi relegato al passato l’amore dei cinesi per i prodotti di moda “firmati” (ossia stranieri). Oggi fino all’80% delle grandi marche in vendita sono locali. Di grande popolarità gode oggi la cosmesi. Dunque, superare o contrastare gli USA è necessario senza però dimenticarsi la bellezza.

Di Dmitry Kosirev

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