11:27 30 Ottobre 2020
Economia
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Gli incentivi di governo sudcoreani destinati a favorire il rimpatrio di società delocalizzate in Cina non stanno dando gli effetti sperati. 7 società sudcoreane dislocate in Cina su 10 non sono interessate ad abbandonare il mercato cinese.

In 8 anni soltanto 80 delle 1.000 imprese sudcoreane in Cina hanno riportato in patria parte delle loro linee operative.

All’inizio del 2020 il governo della Corea del Sud ha esteso gli incentivi destinati alle società intenzionate a riportare in patria le proprie linee produttive. Anzitutto, le sovvenzioni erano destinate alle società impegnate nei comparti di servizi e IT. Tuttavia, in questo settore di importanza capitale l’interesse al rimpatrio è stato assai limitato.

Stando ai dati della Federazione sudcoreana delle piccole e medie imprese, 7 società sudcoreane basate in Cina su 10 non hanno mostrato alcun interesse per un eventuale rimpatrio, stando a quanto riportato da Bloomberg. L’agenzia di stampa riporta altresì i dati dell’Istituto coreano di commercio ed economia industriale secondo i quali solo 80 delle 1.000 imprese sudcoreane dislocate in Cina hanno rimpatriato parte delle proprie linee operative da quando nel 2013 il Paese ha adottato la legge sul rimpatrio della produzione dall’estero.

Nella primavera di quest’anno il Giappone ha stanziato 221 milioni di dollari sotto forma di sovvenzioni per le società che avrebbero trasferito le proprie basi produttive dalla Cina in Giappone, nel Sud-Est asiatico, in India e in Bangladesh. Come osserva Business Insider, 30 società giapponesi hanno usufruito delle sovvenzioni e stanno trasferendo i propri stabilimenti produttivi del Sud-Est asiatico, mentre altre 57 aziende stanno ricevendo fondi per il trasferimento degli stabilimenti in Giappone. Ad ogni modo, continuano ad operare in Cina alcune decine di migliaia di aziende giapponesi. Come osserva The New York Times, nonostante le crescenti preoccupazioni in merito allo svolgimento di attività commerciali in Cina, le sovvenzioni economiche per rimanere in Cina continuano ad essere molto maggiori.

Lee Wang Hwi, esperto di economia globale formatosi in Cina, nonché docente presso la Ajou University, ha rilasciato un’intervista a Sputnik nella quale ha osservato che, stando a diversi sondaggi, più dell’80% delle società sudcoreane, americane ed europee intende supportare o coltivare rapporti commerciali con partner cinesi:

“Dal punto di vista produttivo sono in pochi oggi a poter sostituire la Cina: si tratta di Corea del Sud, Giappone e Taiwan. Uno dei pochi settori dei quali cresce la domanda oggi è l’elettronica. Molti oggi lavorano da casa, acquistano elettrodomestici e mobili online. Ma tutte le catene di distribuzione che riguardano l’elettronica di consumo sono oggi strettamente dipendenti dalla Cina. E non sarebbe possibile sostituire la Cina con linee produttive nel Sud-Est asiatico, in Europa o negli USA. Pertanto, tutti sono costretti ad andare in Cina. Persino le società statunitensi sebbene per loro questo rappresenti un rischio per via delle sanzioni imposte nell’ambito della guerra commerciale. Dunque, non vi sono alternative alla produzione in Cina. Inoltre, se consideriamo la questione dal lato della domanda, ritroviamo nuovamente la Cina: l’unico Paese che registra una crescita economica. In Giappone il calo è dell’8%, nei Paesi europei e negli USA più del 10%. Quando si parla di spostamento delle catene globali di distribuzione, si intende anzitutto l’esportazione di merci prodotte in Cina verso USA e UE. Ma ora a crescere non sono tanto le esportazioni quanto le vendite all’interno della Cina. Pertanto, considerata la quota cinese nei consumi globali, sarà difficile abbandonare la Cina persino a lungo termine”.

Nikita Maslennikov, esperto del Centro di tecnologie politiche, ha rilasciato un’intervista a Sputnik in cui ha fornito la sua opinione in merito agli incentivi che vengono selezionati dalle società sudcoreane e giapponesi sul mercato cinese:

“In Corea del Sud vi sono diversi e complessi problemi di natura economica. I rapporti commerciali verso l’esterno hanno subito una brusca contrazione perché i principali partner commerciali dei sudcoreani non se la passano bene. I giapponesi stanno cominciando solo adesso a registrare un debole segnale di ripresa. Mentre in Cina la ripresa va a gonfie vele: il mercato è vivo e la domanda cresce. Perché lasciare un Paese così attivo? Tra 2-3 anni potrebbero esserci altre soluzioni, ma oggi no. Tanto più che i rapporti di lunga data consentono di risparmiare importanti somme sulla logistica. Infatti, per le imprese sudcoreane un conto è l’Europa e ben altro è la Cina. La comodità del mercato cinese è che si trova nelle immediate vicinanze. Inoltre, tra le società cinesi e sudcoreane sussistono relazioni produttive e tecnologiche di lunghissima data”.

Chiaramente, le società sudcoreane e giapponesi rimangono in Cina per conservare la propria competitività e salvaguardare la propria quota di mercato. A tal proposito l’esperto Aleksandr Salitsky definisce “vuote” le previsioni in merito alla fuoriuscita di capitali stranieri dalla Cina:

“Continua la crescita economica della Cina. Gli esperti stanno aspettando i dati relativi al terzo trimestre: si prevede quasi sicuramente una crescita dell’economia cinese. Nessun altro Paese sviluppato al mondo può vantare un trend in crescita oggi. Una situazione analoga alla Cina la registrano i Paesi del Sud-Est asiatico i cui mercati però non presentano volumi nemmeno comparabili a quelli cinesi. Pertanto, sono privi di fondamento tutti i discorsi in merito al deterioramento delle catene di distribuzione e alla fuoriuscita di capitali stranieri dalla Cina. Non esiste un rischio simile. La Cina, com’è naturale, conserverà il proprio status di leader nel comparto produttivo globale”.

Se verranno trasferiti degli stabilimenti dalla Cina al Sud-Est asiatico, la ragione di fondo non sarà l’ambiente imprenditoriale, si tratterà piuttosto di ragioni obiettive, secondo Salitsky. Tuttavia, si noti che nel Sud-Est asiatico non vengono trasferite solo le imprese straniere dalla Cina; sono anche gli stessi imprenditori cinesi che si spostano in questi Paesi.

“Trasferiscono dal proprio Paese le linee produttive verso i Paesi dell’ASEAN: in particolare, Vietnam, Tailandia e Malesia. È una tendenza non recente, ma che si sta sviluppando da diverso tempo. Alla luce del rapido incremento degli stipendi in Cina, gli imprenditori cinesi stanno capendo che è più conveniente produrre non in patria, ma nel Sud-Est asiatico. Di conseguenza, si rafforza il legame tra le economie di Cina e dei Paesi dell’ASEAN. All’inizio di quest’anno i Paesi dell’ASEAN sono diventati il principale partner commerciale della Cina. Migliora, dunque, la qualità dei rapporti tra le economie di Cina e dei Paesi dell’ASEAN”.

Proprio i costi della manodopera legati all’incremento degli stipendi cinesi hanno spinto Samsung Electronics e Hyundai Motor a trasferire alcune delle loro attività dalla Cina in Vietnam e in India. Samsung Electronics ha incrementato i propri stabilimenti di produzione di smartphone in Vietnam e India riducendo così la produzione di elettronica di consumo in Cina. A sua volta, Hyundai Motor ha incrementato il numero di automobili prodotte in Vietnam.

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