12:03 20 Ottobre 2020
Economia
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La Libia ha ripreso le esportazioni di greggio che durante l’inverno erano state bloccate dall’esercito di Khalifa Haftar.

Mentre Tripoli calcola i ritmi di ripresa dell’economia libica grazie alla vendita di oro nero, l’OPEC lancia segnali d’allarme. Forniture indiscriminate di greggio potrebbero far crollare i prezzi che già ora sono ben lungi dall’essere stabili. Sputnik ha cercato di capire se la rinascita del comparto estrattivo libico avrà un impatto a livello nazionale e globale.

Un lockdown del petrolio

La guerra civile libica ha sempre avuto implicazioni energetiche oltre a quelle di carattere politico e socio-economico. Dopo la caduta del regime di Gheddafi i gruppi tra loro contrapposti hanno tentato di prendere il controllo sui giacimenti di petrolio. Le esportazioni di oro nero, infatti, sono da sempre state la principale fonte di entrate nel bilancio statale e l’accesso agli oleodotti garantiva in automatico anche l’accesso al potere. L’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Haftar è diventato una forza politica rilevante dopo la conquista delle province orientali dove sono dislocati i principali giacimenti di greggio, le raffinerie di petrolio e i porti marittimi da cui tali risorse partono dirette verso l’Europa.

Prima della guerra la Libia estraeva fino a 1,6 milioni di barili al giorno. Oggi non più di 0,1 milioni. Ma questo è comunque sufficiente per sostenere le esigenze di bilancio.

Il Governo di accordo nazionale (GNA) che ha sede a Tripoli ed è riconosciuto dalla comunità internazionale ha più volte esortato gli imprenditori stranieri a rifiutare qualsivoglia contatto con l’LNA. Contro Haftar sono state comminate sanzioni che impedivano l’instaurazione di affari con il generale. Ma questo non ha fermato le società gasiero-petrolifere straniere.

La francese Total e l’italiana ENI hanno operato in Libia anche durante il periodo di escalation degli scontri tra l’Est e l’Ovest del Paese. Non ha cessato le attività nemmeno la National Oil Corporation libica (NOC). Tuttavia, questo non ha comportato la violazione del regime sanzionatorio. Infatti, le multinazionali hanno elaborato un apposito meccanismo per ovviare al problema: tutti i contratti venivano conclusi da soggetti afferenti al GNA e si chiedeva poi ad Haftar di aprire i rubinetti degli oleodotti per trasportare il greggio dall’area orientale del Paese. Per fare questo l’LNA riceveva un lauto compenso.

Fino alla fine dell’anno scorso questo meccanismo ha soddisfatto le esigenze di entrambe le parti. Ma a gennaio Haftar ha definito ingiusta questa ripartizione e ha richiuso i porti marittimi. I flussi di risorse energetiche diretti verso l’Europa si sono interrotti così come le entrate di bilancio. Nel Paese sono scoppiate proteste contro il governo. Il popolo chiedeva la fine della guerra e l’inizio della fase di risanamento del Paese.

L’OPEC è cauta

Quest’estate il GNA ha annunciato la cessazione delle operazioni militari contro l’esercito di Haftar chiedendo in cambio la liberazione delle città di Sirte e Giofra per riprendere le esportazioni di greggio verso l’Europa. L’LNA non ha rilasciato commenti in merito. Ma la Camera dei rappresentanti, con sede nell’area orientale del Paese, ha supportato questa iniziativa.

Dopo poco il silenzio è stato interrotto da Haftar che si è detto pronto a negoziare con il vice primo ministro del GNA Ahmed Maiteeq. Le parti hanno raggiunto un compromesso: il generale ha promesso di garantire le estrazioni, mentre il rappresentante del governo di Tripoli ha convenuto per una più “equa ridistribuzione dei proventi dello sfruttamento delle risorse energetiche”.

La ripresa delle attività estrattive è stata confermata anche dalla NOC. Le limitazioni permangono in quei giacimenti dove esistono rischi per la sicurezza, precisano dalla società. Continua ad essere chiuso el-Sharara, il più grande giacimento libico. Durante il regime di Gheddafi da questo giacimento si estraevano fino a 300.000 barili al giorno.

“Le estrazioni di greggio sono cominciate a Sirte e Bengasi nei giacimenti di Zelten, Ar-Rakuba e El-Lehib. Per le esportazioni è stato aperto anche il porto marittimo di Marsa-el-Brega. Recente è anche la ripresa delle attività di Arabian Gulf Oil Co. nel porto di Tobruk”, si legge nel comunicato della società.

I mercati hanno accolto queste notizie con cautela. I Paesi dell’OPEC+ da diversi anni stanno riducendo le estrazioni per stabilizzare i prezzi. La ripresa delle attività in Libia comporta il rientro sul mercato di circa 1 milione di barili al giorno, ossia l’1,1% della domanda globale. Questa oscillazione può rilevarsi molto significativa per i prezzi.

Un accordo sospetto

Tuttavia, gli accordi tra Haftar e Maiteeq sono stati criticati dalle autorità occidentali e orientali del Paese. Il generale ha dichiarato di aver avviato i negoziati per via delle promesse statunitensi di smuovere la situazione. A suo avviso le precedenti iniziative del GNA non sono valide. Haftar si riferiva alle proposte avanzate da Fayez al-Sarraj, presidente del governo occidentale del Paese, che consistevano nel congelare tutti i proventi dalla vendita del greggio su un apposito conto. Si è proposto di utilizzarli dopo lo svolgimento in primavera delle elezioni presidenziali e parlamentari.

Ad essere scettico in merito agli accordi sul greggio libico è anche Grigory Lukyanov, esperto del Consiglio russo agli affari internazionali. Lukyanov è dubbioso circa l’effettiva competenza di Haftar e Maiteeq nella conclusione di simili accordi.

“Maiteeq non ha fatto menzione di questi accordi con le élite politiche dell’area nord-occidentale della Libia le quali si sono rifiutate di riconoscere la legittimità di questi accordi sul greggio. I politici di Tobruk hanno avanzato pretese analoghe: nello specifico, hanno dichiarato che l’LNA è un esercito di militari e non un organo politico. Dunque, l’esercito non ha facoltà di concludere accordi con soggetti governativi. Un documento simile l’avrebbe potuto sottoscrivere Aguila Saleh, capo della Camera dei rappresentanti. Saleh rimane probabilmente l’unica figura politica di una certa rilevanza in Libia orientale”, ha spiegato a Sputnik Lukyanov.

Il politologo è convinto del fatto che, se il greggio libico verrà alla fine esportato, diminuiranno le tensioni socio-economiche nella società libica.

“I comuni cittadini libici sono stanchi e vogliono un cambiamento. Se i proventi del greggio finiranno nelle casse dello Stato e le autorità non li useranno per soddisfare le esigenze di natura bellica, il popolo riuscirà a tirare il fiato per un po’. Così, infatti, i bisogni fondamentali del popolo sarebbero soddisfatti. Qualsivoglia entità politica che riuscirà a garantire il ritorno sul mercato del greggio libico e un nuovo afflusso di capitali, riporterà la vittoria anche per il potere”, sostiene l’esperto.
Petrolio per la vita

Il politologo libico Mustafa Fetouri ritiene che il greggio stia diventando il principale strumento politico. I negoziati avviati per normalizzare il conflitto aumentano la posta in gioco. Fetouri è convinto del fatto che siano pressoché tutte le parti coinvolte a voler sfruttare i vantaggi derivanti dalla ripresa delle esportazioni.

“In Libia hanno appena riattivato il processo politico. Stanno scomparendo molte figure rilevanti, ma sono in pochi a lasciare la loro carica in maniera volontaria. Questo non fa che inasprire la lotta politica e aumentare i rischi. Tutti gli attori politici stanno tentando di prendersi il merito per la ripresa delle forniture di greggio. Ma di fatto ad oggi sono ancora pochi i veri miglioramenti che hanno interessato la vita dei comuni cittadini libici”, spiega Fetouri.

Non sarà facile ottenere i meriti politici legati al petrolio. L’esperto è convinto del fatto che la guerra abbia gettato cattiva luce sulla maggior parte delle personalità pubbliche. Per tutta la durata della guerra civile, infatti, non si sono minimamente interessati alle questioni di carattere socio-economico. E ora i libici guardano con sfiducia coloro i quali promettono cambiamenti rapidi.   

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