14:47 24 Settembre 2020
Economia
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Entro il 2030 lo yuan potrebbe diventare la terza maggiore valuta a livello globale dopo dollaro ed euro. Questa la previsione prodotta dagli esperti di Morgan Stanley.

Al momento la quota di yuan nelle riserve mondiali non supera il 2%, ma nel prossimo decennio questo numero crescerà nel caso peggiore fino al 5% e nel migliore dei casi fino al 10%, secondo Morgan Stanley.

Gli esperti parlano di una tendenza all’espansione della domanda di titoli di Stato cinesi da parte degli investitori. Nel mese di luglio l’afflusso netto di capitale estero in obbligazioni cinesi ha toccato i 21,3 miliardi di dollari, il valore più alto dal 2014 (anno di inizio della pubblicazione di queste statistiche). Il valore complessivo delle obbligazioni detenute dagli investitori stranieri ha raggiunto i 360 miliardi di dollari totalizzando così un aumento del 13,7% rispetto all’anno scorso.

In futuro questa tendenza rafforzerà in maniera significativa il ruolo della valuta cinese a livello internazionale. Nel rapporto di Morgan Stanley si legge che in questo decennio gli investimenti in portafoglio diventeranno per la Cina il principale canale di afflusso di capitale, mentre gli investimenti diretti passeranno in secondo piano. Stando alle stime degli esperti, quest’anno il volume complessivo di investimenti in portafoglio attirati dalla Cina si attesterà su 150 miliardi di dollari, mentre nel periodo tra il 2021 e il 2030 questo valore crescerà fino a toccare 200-300 miliardi di dollari. Considerato che le autorità cinesi, così come gli investitori, sono interessate ad attirare capitali e ad aprire sempre di più i propri mercati finanziari, in futuro la maggior parte degli asset sarà denominata in yuan.

Lo yuan è stato incluso nel paniere delle valute DSP già nel 2016 e da allora le banche centrali di alcuni Paesi hanno cominciato a creare riserve della valuta cinese. A fine 2019 erano 70 le banche centrali ad avere riserve di yuan, mentre nel 2018 erano solo 60. Ad ogni modo, la quota complessiva di yuan presente nelle riserve valutarie mondiali non supera ancora il 2%. Stando alle statistiche del FMI, nel primo trimestre del 2020 la quota del dollaro nelle riserve mondiali si è attestata al 61,9%, quella dell’euro al 20,05%, dello yen al 5,70% e della sterlina al 4,43%.

Vi sono diversi elementi che contribuiscono a contenere l’internazionalizzazione dello yuan, secondo Liu Dongmin, direttore del Centro di finanza mondiale presso l’Istituto di economia e finanza dell’Accademia cinese di Scienze sociali.

“Al momento l’elemento principale che determina l’internazionalizzazione dello yuan è il grado di apertura dell’economia. E al momento la Cina non si è ancora aperta al massimo del suo potenziale. Questo, chiaramente, limita in maniera importante l’internazionalizzazione dello yuan. Vi sono anche altri fattori da considerare, quali la libera convertibilità dello yuan. Anche da questo dipende la liberalizzazione dell’economia cinese. Se il cambio dello yuan non riesce a fluttuare liberamente, è molto difficile che si raggiunga una liberalizzazione totale dell’economia. Inoltre, a ricoprire un ruolo fondamentale in tal senso è anche il grado di apertura dei mercati finanziari cinesi. Se sono totalmente aperti, si riesce ad attirare un volume maggiore di investimenti stranieri. Infine, altrettanto importante è che l’economia cinese continui a registrare elevati ritmi di crescita a medio e lungo termine”.

Gli esperti di Morgan Stanley ipotizzano che i conti pubblici cinesi finiranno già a breve termine in deficit. Poiché la Cina sta tentando di modificare il modello di crescita della propria economia e passare dalle esportazioni al consumo interno, il Paese comincerà inevitabilmente ad assorbire più di quanto produca. Con “assorbire” si intendono i consumi, gli investimenti e la spesa pubblica. Entro il 2030, stando alle previsioni, il deficit dell’economia cinese si attesterà al -1,2% del suo PIL. In questa situazione per finanziare questo deficit tra il 2025 e il 2030 la Cina avrà bisogno di un afflusso netto di capitale straniero di almeno 180 miliardi di dollari l’anno, secondo le stime di Morgan Stanley.

Liu Dongmin osserva che la tendenza ad aprire sempre di più l’economia e i mercati finanziari cinesi rimane invariata. Pertanto, nel complesso le previsioni di Morgan Stanley in merito al maggiore ruolo che rivestirà lo yuan a livello internazionale sono del tutto giustificate.

“Ritengo che le previsioni siano del tutto giustificate perché al momento l’economia cinese sta registrando buoni risultati. Ha contrastato con successo l’epidemia e questo rende i mercati cinesi attrattivi per gli investitori. Molti investitori occidentali hanno cominciato a manifestare grande interesse per i mercati cinesi di capitali. Vediamo che i rendimenti dei titoli cinesi sono maggiori dei rendimenti registrati dai titoli sui mercati occidentali. Dunque, quegli investitori occidentali che allocano fondi in yuan sui mercati cinesi ottengono rendimenti maggiori rispetto a quelli generati dai loro fondi collocati sui mercati occidentali. Questo è un fattore chiave che consente di attirare gli investitori stranieri. Inoltre, la Cina sta portando avanti attivamente una riforma del settore finanziario finalizzata all’apertura dei mercati. Pertanto, a mio avviso, in futuro il mercato cinese diventerà ancor più attrattivo per gli investitori stranieri. Infine, l’espansione dell’economia cinese è stabile. Tutti questi elementi creano le condizioni necessarie per attirare capitali stranieri”.

La maggior parte dei Paesi con mercati finanziari sviluppati ha cominciato a introdurre politiche monetarie a tassi d’interesse minimi o nulli per contrastare la crisi. Questo rende meno vantaggiosi gli investimenti in tali Paesi. La Cina, invece, non persegue queste politiche e, anzi, sta mantenendo i tassi molto elevati e in generale sta conducendo una politica monetaria moderata. Il differenziale tra i rendimenti dei titoli sul mercato cinese e sugli altri mercati rende quello cinese più attrattivo per gli investitori, considerato che a livello di affidabilità i collocamenti in obbligazioni cinesi e, ad esempio, statunitensi sono di fatto paragonabili.

Le autorità cinesi, nonostante la sempre più complessa contingenza a livello internazionale, si stanno muovendo per semplificare l’accesso di capitali stranieri sul mercato cinese. Pochi giorni fa gli enti regolatori finanziari hanno pubblicato un nuovo quadro di norme che disciplinano l’accesso degli investitori stranieri al mercato obbligazionario cinese. Le norme semplificano molte procedure burocratiche e armonizzano le possibilità di accesso per gli investitori stranieri ai diversi tipi di mercato obbligazionario del Paese. Inoltre, viene ridotta gradualmente la stop-list degli investimenti stranieri. Ad esempio, sono state rimosse le limitazioni alla quota di capitali stranieri per i settori bancario, assicurativo e dell’intermediazione di servizi. Alcune società finanziarie straniere hanno già presentato domanda per costituire joint venture in Cina. Nello specifico, JP Morgan è diventata la prima società ad aver ottenuto l’autorizzazione per trasferire la propria attività in Cina e condurla in maniera del tutto autonoma. Il suo esempio è stato seguito da altri grandi player internazionali: UBS Group AG, Nomura Holdings Inc. e Crédit Suisse.

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