19:08 30 Novembre 2020
Economia
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Pare che la Cina ce l’abbia fatta di nuovo: esce più forte di prima dall’ennesima crisi globale. Più forte nel ruolo di sempre maggiore importanza che riveste a livello economico su scala mondiale.

Questi dati sono supportati dalle statistiche relative a queste primavera ed estate e dalle stime ben poco rosee condotte dagli americani. In breve, come riferisce The New York Times, nel 2018 la Cina ha contribuito all’export globale per il 12,8%, nel 2019 per il 13,1% e quest’anno per il 20%.

E il 20% si riferisce ai dati del periodo tra aprile e giugno. Vi sono comunque anche altri numeri corredati da osservazioni più recenti relativi ad agosto. Si segnala anche l’indice PMI che dà un quadro del settore produttivo relativo alle piccole e medie imprese e l’indice PMI relativo al settore dei servizi. Quest’estate entrambi gli indici in Cina non solo hanno registrato una tendenza positiva, ma addirittura la velocità di crescita delle vendite in Cina ha raggiunto valori inediti dall’inizio del 2011. E il 2011 è stato l’anno in cui la Cina si è imposta tra i leader mondiali (nel ruolo di una delle prime due economie del pianeta insieme agli USA) dopo gli ultimi strascichi della crisi finanziaria del 2008 che secondo molti avrebbe ridotto l’economia mondiale sul lastrico.

Da un lato, la ragione del boom produttivo è chiara. La Cina si è approcciata per prima al periodo del confinamento antivirale e della chiusura delle fabbriche e sempre per prima ne è uscita mentre gli altri Paesi ancora stavano affrontando il virus con le misure di contenimento (alcuni non hanno superato nemmeno ora questa fase). Così i prodotti cinesi hanno cominciato a colmare le ingenti lacune nella domanda dei consumatori di tutto il mondo. È proprio qui che si spiega quell’incredibile 20% che chiaramente non si potrà mantenere in eterno: un’espansione del genere sui mercati non può semplicemente esistere.

Dall’altro lato, tuttavia, nella situazione attuale si capisce ben poco. Infatti, l’emergenza sanitaria si è verificata nel momento in cui l’acerrimo nemico della Cina, ossia gli USA, aveva deciso di attaccare i prodotti più squisitamente cinesi e la quota di mercato cinese nell’export globale. L’articolo di The New York Times poc’anzi citato cerca proprio di comprendere questa situazione: com’è potuto accadere che l’inverno 2019-2020 durante il quale l’America si è impegnata seriamente a minare la supremazia cinese sul pianeta abbia portato a un’estate così imprevedibile.

Oggi negli USA alle merci cinesi viene applicato un dazio inedito del 25%. Si noti che si tratta di quello che (ad oggi) è il principale partner della Cina, cioè il Paese verso il quale affluisce la maggior parte della merce cinese d’esportazione. Inoltre, sull’imprenditoria privata statunitense e degli alleati vengono esercitate importanti pressioni con un obiettivo preciso: evitare ad ogni costo che la Cina diventi il primo produttore del mondo. Gli stabilimenti votati all’esportazione con capitale straniero nel Paese vanno chiusi, le catene di produzione (che forniscono posti di lavoro) devono essere rilocalizzate negli USA o nei rispettivi Paesi e non importa quali siano le ragioni che motivano tali richieste: l’elenco delle accuse è lungo e in larga misura non corrispondente al vero.

E proprio nel bel mezzo di questa contrapposizione scoppia la pandemia. Chiaramente è come offrire su un piatto d’argento agli interessati le basi per elaborare una classica teoria del complotto: infatti, c’è la tendenza a descrivere questa situazione complessa in maniera troppo semplicistica. La Cina, cercando di divincolarsi dagli USA, ha portato nel mondo un nuovo virus e questo è stato per lei vincente anche perché i periodi di confinamento cinesi sono stati rapidi e non estesi su tutto il territorio. E questo non è un caso, o almeno a pensarla così è circa il 78% degli americani.

La situazione vera descritta in quello stesso quotidiano è invece questa: in primo luogo, le aziende cinesi impegnate in tutto il mondo fanno affidamento su catene logistiche brevi e comode. In Cina quando si parla di produzione, tutto dev’essere alla portata di mano. Mentre negli altri Paesi asiatici vicini non è così sebbene la manodopera costi ancora meno. Per non parlare poi della qualità del lavoro: la classe operaia cinese è composta da soggetti residenti in un Paese con una lunga tradizione. Dunque, le merci cinesi, in particolare quelle ad elevato valore tecnologico, stanno comunque superando la concorrenza nonostante i dazi americani al 25%. E così sarà per almeno altri 20 o 30 anni, secondo le stime.

Un altro elemento da considerare è che in Cina si produce la maggior parte di quei prodotti di cui c’è maggiore necessità. Chiaramente quelli sanitari, ma vi sono anche prodotti destinati all’uso domestico: ad esempio, idromassaggi privati o sistemi acustici molto performanti. In generale, si tratta comunque di prodotti la cui domanda è elevata. La domanda è un fattore chiaramente temporaneo, ma ben sfruttata in questo caso. Del resto…cos’è che in questo mondo dura per sempre?

Ma c’è anche un “secondo luogo”: infatti, anche se una multinazionale volesse far contenta Washington rilocalizzando le catene produttive e riportando posti di lavoro nel Paese, è altamente probabile che non disponga dei fondi e volontà a sufficienza per rischiare. Meglio rimanere a galla che rischiare di affondare vista l’emergenza sanitaria. Questo è un elemento fondamentale che rema contro il modello “riportare le aziende a casa” proposto da Donald Trump.

Ci si può chiedere, dunque, cosa accadrà in futuro. Nel 2020 la Cina non ha che beneficiato della pandemia per il semplice motivo che gli altri Paesi ne hanno risentito più di lei. Potremmo attenderci anche ciò che è stato previsto dagli economisti, ossia una crescita nulla o positiva della economia cinese a fronte della contrazione di tutte le altre. Ma poi cosa succederà?

La risposta a questa domanda sarà la base fondante della politica internazionale di breve termine. Il mondo si divide ancora tra, da un lato, i Paesi (sono pochi) con un desiderio, piccolo o grande, di cedere alle pressioni esercitate dagli USA di opporsi alla Cina e, dall’altro, i Paesi che dicono di non voler cedere. Il primo gruppo di nazioni è il più interessante perché al loro interno la politica e l’ideologia si scontrano con la realtà economica.

Prendiamo, ad esempio, un piccolo Paese, le Filippine. Il ministro degli Esteri, Teodoro Locsin, sostiene che sarebbe buona cosa unirsi all’imposizione delle sanzioni statunitensi contro la multinazionale edile cinese che ha eretto una città su uno dei territori contesi nel Mar Cinese Meridionale. Il presidente Rodrigo Duterte risponde che non sarà comminata alcuna sanzione perché la stessa società sta costruendo sia la città sia il secondo aeroporto di Manila per investimenti che si aggirano attorno ai 9 miliardi di dollari. E si tratta di un Paese in cui il grande pubblico, a differenza di quanto accade in altre nazioni della regione, ama sempre più l’America della Cina.

Prendiamo ora un Paese ben più grande, l’India. Pare che l’India sia la vittima più colpita dalla pandemia che costringe il governo a introdurre periodi di confinamento assai rigidi. Il Paese sta registrando una contrazione economica del -24%, livelli inediti. L’India, durante l’attuale governo, è sempre stata in contrasto con la Cina e ha instaurato relazioni assai solide con gli USA. Tuttavia, né a livello economico né a livello militare l’America è stata in grado di dare all’India risposte a tutte le domande e in questo momento di emergenza economica la situazione è peggiorata.

E questi sono solo due esempi delle difficoltà che si troverà ad affrontare il mondo di domani in cui non sarà affatto semplice privare la Cina del bottino conquistato in questa ennesima vittoria.

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