10:33 09 Agosto 2020
Economia
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L'Italia rischia di perdere 1,7 milioni di piccole imprese, soprattutto nell'artigianato e nel turismo. Bisogna valorizzare il saper fare con le mani scrive la Cgia di Mestre e rivalutare determinati mestieri.

Molti piccoli imprenditori con meno di 10 impiegati hanno deciso o stanno decidendo di “gettare la spugna” e di chiudere definitivamente l’attività produttiva.

Secondo l’indagine della Cgia di Mestre condotta su un campione rappresentativo di aziende italiane, 4 micro imprese su 10 sono a rischio fallimento, cifra che si traduce in circa 1,7 milioni di attività che rischiano di chiudere per sempre.

I settori maggiormente colpiti sono la ristorazione con bar e ristoranti in testa, i negozi tutti, le botteghe di artigiani e le imprese di servizi e le attività ricettive. Di recente abbiamo scritto di Roma, dove su 1.200 alberghi hanno riaperto in 200.

Pesantemente colpiti anche l’industria del legno e del mobile, della carta e della stampa, ed ancora il tessile con l’abbigliamento e le calzature.

“Una situazione ritenuta irreversibile che sta inducendo tanti piccoli imprenditori a gettare definitivamente la spugna”, scrive la Cgia di Mestre presentando l’indagine.

Una situazione già deteriorata

La Cgia fa notare che la situazione per le aziende artigiane, ad esempio, era già profondamente deteriorata ben prima del lockdown e della sciagura economica che ha prodotto.

Tra il 2009 e il 2019 sono andate perse in Italia 180mila imprese artigiane con tutto il loro bagaglio di know how e culturale che rappresentavano e tramandavano di generazione in generazione.

La maggioranza delle imprese artigiane che ha chiuso riguardano il settore dell’edilizia, i lattonieri, i posatori, i dipintori, elettricisti e idraulici.

La Cgia, pur vedendo nelle nuove tecnologie uno sbocco per nuove professioni artigiane come il design e il web design, la comunicazione, che si stanno “imponendo”, sono pessimisti sul futuro perché credono che “le profonde trasformazioni in atto e la drammatica crisi che vivremo nei prossimi mesi cancelleranno moltissime attività che cambieranno il volto delle nostre città, incidendo negativamente anche sulla coesione sociale del Paese”.

La richiesta al Governo della Cgia di Mestre

“La CGIA torna a chiedere che con il decreto di Agosto le micro realtà commerciali e produttive più fragili all’emergenza sanitaria siano aiutate a rimanere in vita. Come ? In primo luogo, attraverso una ulteriore e più robusta erogazione di contributi a fondo perduto; in secondo luogo, con la cancellazione delle scadenze fiscali erariali, almeno sino alla fine di quest’anno.”

Le conseguenze della chiusura sono sociali

“Quando chiude definitivamente la saracinesca un piccolo negozio o una bottega artigiana si perdono conoscenze e saper fare difficilmente recuperabili e la qualità della vita di quel quartiere peggiora a vista d’occhio. Altresì, viene meno un punto di socializzazione, c’è meno sicurezza, più degrado e la qualità della vita di quel luogo peggiora”, scrive ancora la Cgia di Mestre.

Ed infine un richiamo a chi si occupa di Istruzione in questo Paese.

"Bisogna fare una vera e propria rivoluzione per ridare dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il saper fare con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo colpevolmente di perdere."

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