16:19 05 Dicembre 2020
Economia
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La posizione predominante della valuta statunitense sarà minata dalle conseguenze economiche della pandemia, questa è la conclusione a cui sono giunti gli esperti del FMI.

Infatti, le migliaia di miliardi di dollari stampate per contrastare la crisi e i bassi tassi di interesse non fanno che minare l’esistenza stessa di questa valuta di riserva: gli investitori rifuggono il debito statunitense.

Danno al commercio

Confrontati a un calo senza precedenti della domanda globale e dei prezzi delle materie prime, a un deflusso di capitali, a un’interruzione della catena di forniture e a una riduzione generalizzata del volume commerciale globale, molte valute di Paesi in via di sviluppo hanno registrato importanti perdite di valore. Di conseguenza, cresce il valore delle importazioni ma cala la domanda, osservano gli esperti del FMI nel rapporto “Dominant Currencies and the Limits of Exchange Rate Flexibility”. Questo ha infuso la speranza di un incremento della competitività delle esportazioni da questi Paesi. Tuttavia, sottolineano gli economisti, non si riuscirà a sfruttare la situazione per stimolare l’economia: i prezzi delle esportazioni rimarranno in dollari.

Stampare moneta

Stando i dati del FMI, l’economia statunitense nel secondo trimestre ha perso il 37%. Questo nonostante sin da marzo il governo federale abbia iniettato nel mercato una somma di liquidità incredibile, pari a circa 6.000 miliardi di dollari. Alla fine dell’anno si prevede un calo del PIL del 6,6% “nonostante l’adozione di incentivi senza precedenti”.

Gli esperti ammoniscono: l’effetto risultante dagli stimoli aggressivi della Fed potrebbe avere effetti negativi. Gli economisti parlano di “esperimento storico”: si stampa moneta a tutto regime. Questo sta lentamente danneggiando il dollaro.

“Il governo è responsabile del valore del denaro che emette. Altrimenti viene meno la fiducia nella data valuta”, precisa Paul Volcker, ex direttore della Fed.

“Dopo che nell’economia sono state immesse alcune migliaia di miliardi di dollari freschi di stampa, la gente comincia a pensare che la situazione sia fuori controllo”, osserva lo stratega di investimenti della Mauldin Economics Jared Dillian.

Sullo sfondo della attrattiva rappresentata dall’inaudita generosità e dai tassi d’interesse al loro minimo storico (ovvero allo zero), i maggiori investitori abbandonano i propri collocamenti nelle obbligazioni di Stato USA.

“Se un’obbligazione non rende o addirittura va in perdita e gli emittenti della stessa emettono nuovo denaro in grandi quantità, a cosa serve quell’obbligazione?”, argomenta Ray Dalio, miliardario e fondatore di Bridgewater Associates, uno dei maggiori fondi di investimento al mondo.

Si ricordi che la vendita di obbligazioni di Stato è la principale fonte di finanziamento del deficit di bilancio statunitense il quale ha quasi raggiunto i 3.000 miliardi di dollari.

Privilegi infondati

Delle pressioni esercitate sul dollaro dai problemi di natura finanziaria ne ha parlato il noto economista Stephen Roach, ex direttore della filiale asiatica della banca di investimenti Morgan Stanley. Secondo Roach, il dollaro gode ancora di “privilegi ereditari”, ma quest’epoca sta volgendo al termine.

Nel 2021, prevede l’economista, la valuta statunitense potrebbe svalutarsi di un terzo. Questo sarebbe reso possibile dal brusco calo dei risparmi della popolazione e dall’aumento del debito statale a patto che i principali partner commerciali degli USA escano velocemente dalla crisi.

Roach ha sottolineato che nel mondo sono sempre maggiori i dubbi relativi all’esclusività del dollaro, un tempo universalmente data per scontata. “Le valute stabiliscono l’equilibrio tra i fondamentali economici interni a un Paese e le rappresentazioni esterne delle sue forze e debolezze”, ricorda. “Negli USA questo equilibrio sta mutando rapidamente, dunque a breve termine un crollo del dollaro è assai probabile”.

Al momento, stando alle stime della Banca dei regolamenti internazionali, il dollaro è quotato al 33% in più rispetto ai minimi del 2011. Ma nel 2021 potrebbe ritornare facilmente su quei minimi totalizzando un -35%, tenuto conto dell’inflazione.

“Qualsivoglia tasso valutario rappresenta un valore relativo che riflette la situazione (economica, finanziaria, sociale e politica) in cui versa un dato Paese rispetto alle stesse caratteristiche considerate di altri Paesi”, spiega Roach. “Dunque, le fluttuazioni del tasso sono il risultato della comparazione degli USA con l’Europa, con la Cina, ecc. Le previsioni di un calo del valore del dollaro pari al 35% sono basate sul confronto degli USA con i propri principali partner commerciali”.

Un rischio ulteriore è rappresentato dai bassi tassi di interesse. Questa politica monetaria estremamente accomodante unitamente agli ingenti prestiti statali non farà che incrementare “i considerevoli squilibri di natura macroeconomica” colpendo inevitabilmente il dollaro.

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