07:50 15 Agosto 2020
Economia
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Sullo sfondo di crescenti contrasti di natura commerciale e politica tra Cina e USA, in territorio cinese si percepisce sempre di più il desiderio di ridurre la dipendenza dal dollaro.

Washington minaccia di introdurre ulteriori sanzioni agli istituti finanziari cinesi che cooperino con soggetti inclusi nell’elenco statunitense dei sanzionati e sta valutando altresì la possibilità di dequotare le società cinesi dalle borse statunitensi. Ad ogni modo negli ultimi anni la Cina ha garantito un aumento della domanda della valuta americana e, secondo gli esperti, le guerre commerciali in atto non portano vantaggio a nessun Paese.

Come scrive sul Financial Times Michael Howell, direttore di CrossBorder Capital, nel secondo trimestre i governi stranieri hanno venduto obbligazioni di Stato americano per 500 miliardi di dollari. Di questi un terzo era della Cina. Da quando la Cina è entrata nell’OMC ha fatto salire la domanda di dollari e contestualmente diminuire il costo dei prestiti per gli USA. Al momento la Cina rimane il maggior detentore di bond di Stato USA, con più di 1.000 miliardi di dollari. Tuttavia, si ricordi che, alla luce della rinuncia cinese agli strumenti finanziari denominati in dollari, la domanda di valuta americana registrerà un calo rendendo più complesso e costoso per gli USA finanziare il proprio deficit di bilancio.

Nelle ultime settimane alcuni funzionari cinesi hanno cominciato a parlare della possibilità di rinunciare il più velocemente possibile alla dipendenza dal dollaro e di promuovere l’internazionalizzazione dello yuan. Inizialmente Fang Xinghai, vicedirettore della Commissione per la regolamentazione del mercato dei titoli di Stato, ha ammonito in merito al rischio di esclusione della Cina dal sistema finanziario basato sul dollaro e sul sistema di pagamenti internazionali SWIFT nel caso in cui si acuissero le tensioni tra Cina e USA. In un secondo momento timori analoghi sono stati espressi da Guo Shuqing, direttore della Commissione per la regolamentazione delle attività bancarie e assicurative. Infine, anche Zhou Li, ex direttore del Dipartimento di relazioni internazionali del Comitato centrale del Partito comunista cinese, ha sottolineato la necessità di sottrarsi tempestivamente al sistema finanziario basato sul dollaro.

A scatenare questi timori sono state le ultime azioni intraprese dagli USA. Il Senato statunitense ha approvato le sanzioni per le presunte vessazioni ai danni degli Uiguri nello Xinjiang e per l’approvazione ad opera della Cina della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong. Perché le sanzioni entrino in vigore è necessaria anche l’approvazione del presidente degli USA. I senatori statunitensi hanno già da tempo auspicato l’introduzione di sanzioni contro i dirigenti cinesi nell’ambito del Magnitsky Act. Fino ad oggi Trump non si è affrettato a porre in essere queste proposte in quanto temeva che i negoziati commerciali con la Cina sarebbero falliti.

Tuttavia, alla luce della campagna elettorale e dello stallo economico legato all’epidemia di coronavirus, pare che i candidati dei due principali partiti non abbiano pensato a niente di meglio se non giocare la carta della minaccia cinese. È altamente improbabile che si riescano a risolvere i gravi problemi di natura socio-economica del Paese in un arco di tempo ridotto, pertanto la via più percorribile è deviare l’attenzione dai problemi interni alle tensioni esterne. Questo è il motivo dei continui inviti degli USA a citare in giudizio la Cina per la pandemia mondiale, nonché gli inviti a elaborare nuove norme che limitino la quotazione delle società cinesi e a introdurre ulteriori sanzioni ai danni di banche e altri istituti di credito che cooperino con soggetti presumibilmente coinvolti nella violazione di diritti umani nello Xinjiang e nell’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong.

Le sanzioni ai danni degli istituti di credito cinesi potrebbero avere effetti davvero pesanti. Nel 2019 la quota rappresentata dallo yuan nelle transazioni internazionali cinesi si è attestata a poco più del 19%. Il volume principale in termini di commercio è stato rappresentato da transazioni eseguite in dollari ed euro, spiega Chen Fengying, esperto dell’Istituto di economia mondiale in seno all’Accademia cinese di relazioni internazionali contemporanee.

“Secondo le statistiche, nel 2019 le transazioni in yuan hanno rappresentato solo il 19,15% dell’intero volume delle transazioni commerciali cinesi. La quota residuale è stata in dollari ed euro. Un altro grande problema riguarda le riserve monetarie. In tal senso sono necessari tempo e sforzi per rinunciare al dollaro. Tutti i Paesi che si sono scontrati con l’egemonia del dollaro stanno tentando di ridurre la loro dipendenza da questa moneta, ma non hanno ancora un’alternativa. Lo stesso accade con l’euro. Dunque, a mio avviso, a breve termine questo può essere solo un auspicio, ma a breve e lungo termine limitare la dipendenza dal dollaro deve diventare un obiettivo”.

A breve termine le sanzioni ai danni della Cina potrebbero danneggiare gli stessi USA. Stando ai dati dell’OMC, la Cina detiene il 13% dell’export mondiale e l’11% dell’import: si tratta delle quote più significative a livello di commercio mondiale. Se escludiamo il dollaro da una quota di transazioni così cospicua, si verrebbe a creare un vero e proprio shock all’interno del sistema finanziario statunitense.

Tra l’altro l’esperienza russa dimostra che, in caso di introduzione di restrizioni all’accesso al sistema finanziario statunitense, sarebbe relativamente semplice passare alle transazioni in euro. Alla fine gli USA otterrebbero solamente una riduzione della quota di utilizzo della propria valuta nelle transazioni internazionali. Alcuni anni fa in dollari si effettuava circa la metà delle transazioni internazionali, mentre ora solo il 40%. Proprio grazie allo status del dollaro di principale valuta mondiale, gli USA si sono permessi per decenni di possedere un deficit di bilancio enorme che è stato finanziato in sostanza da altri Paesi.

È altamente probabile che Washington continui a minacciare la Cina di una guerra sul piano finanziario solo in linea teorica. Dopotutto, al momento non vi è alcuna reale alternativa al dollaro anche se il sistema finanziario statunitense ha i suoi difetti, sostiene l’esperto Chen Fengying.

“Oggi il quadro internazionale degli investimenti non è roseo. In molte aree i depositi hanno registrato tassi negativi. Invece, il mercato dei bond USA registra ancora segnali positivi. Dunque, a mio avviso, è impossibile ad oggi rinunciare a investimenti nel debito americano. Tuttavia, per via dell’influenza esercitata dal QE e dal deficit di bilancio, il debito pubblico USA non è in realtà lo strumento più affidabile in assoluto. In termini oggettivi, dopo la crisi finanziaria del 2008, il mondo ha conosciuto un’ondata di politiche basate sul QE. Chiaramente gli USA sono stati i primi a sostenere questo approccio che ha però minato la stabilità e lo status del dollaro. Tuttavia, ritengo che non si tratti di un problema unicamente americano, ma universale. Semplicemente si dedica maggiore attenzione al dollaro come moneta dominante. Possiamo dire che “tutte le altre mele sono ancora marce”, ma il dollaro rimane ancora affidabile in confronto ad esse. Se le altre valute fossero altrettanto affidabili, le avremmo già usate per effettuare transazioni. Ma purtroppo non abbiamo un’alternativa. Questo è il vero problema dell’economia globale”.

La contrapposizione tra Cina e USA viene spesso definita una nuova guerra fredda. Tuttavia, a differenza della Guerra fredda tra URSS e USA (che avevano economie poco interconnesse), Pechino e Washington al momento sono strettamente legate. Pertanto, è altamente probabile che nel breve termine si assista solamente a uno scambio di brusche invettive senza che vengano realmente intraprese azioni volte a infliggere duri colpi economici, ritiene Nicholas Lardy del Peterson Institute for International Economics. A giudicare dal sentiment di mercato, l’imprenditoria americana non è pronta a una contrapposizione con la Cina e anzi il mercato cinese si sta muovendo in direzione opposta. Infatti, l’anno scorso PayPal è diventata la prima società straniera a fornire servizi di pagamento elettronico in Cina. JP Morgan ha ottenuto l’autorizzazione a trasferire la propria attività in Cina senza essere sottoposta ad alcun controllo. American Express è diventata la prima società straniera ad ottenere l’autorizzazione per svolgere attività legate a carte di credito sul territorio cinese. Anche le agenzie di rating S&P Global e Fitch si sono approcciate con entusiasmo al mercato cinese.

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