04:26 05 Dicembre 2020
Economia
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La trasformazione ormai avviata del settore energetico a livello globale si accompagna a una dura lotta intestina in cui le nuove fonti energetiche entrano in competizione con le precedenti.

A loro volta, anche i produttori di petrolio e gas (definiti “uscenti”, certo non immediatamente, ma su un orizzonte di alcuni decenni) sono in competizione tra di loro poiché temono che tra 20-30 anni i loro prodotti non saranno più necessari ai volumi attuali e che si creeranno degli esuberi di prodotto. Questo scenario è ben visibile nel settore del GNL dove una dura crisi ha costretto a posticipare tutta una serie di progetti. Ad ogni modo le società prevedono di tornare a costruire nuovi stabilimenti anche se esiste il rischio di produrre materia prima in eccesso.

Come capire chi ne uscirà vincitore? Per avere un risultato coerente, eliminiamo le misure adottate da organi estranei al mercato e volte a sostenere le fonti di energia a bassa impronta di carbonio. Così facendo, è possibile concludere che a vincere sarà colui che offrirà il prezzo minore per il proprio prodotto. Comunque il prezzo è determinato dal costo di produzione. Pare che la soluzione sia facile. In realtà, in settori dove circolano grandi quantità di capitali come il comparto energetico (e in particolare in quello delle energie rinnovabili) il rapporto tra estrazione e commercializzazione delle materie prime ovvero dell’energia dipende strettamente dal volume di denaro investito.

Un esempio recente: è stata condotta un’analisi sull’eolico in Spagna che ha preso in considerazione un gran numero di progetti. Gli autori dello studio hanno dimostrato l’impatto del costo del denaro prestato: il costo di produzione per MW/h dell’energia elettrica è triplicato (da 46 a 127$) con una variazione del costo di finanziamento da 0 (pagamento di interessi sulla somma prestata o ritorno sul capitale investito) al 15%. Il divario è impressionante.

Ma qual è il vero costo del capitale investito? Chiaramente, in primo luogo, dipende dal costo del finanziamento. E l’attuale decremento globale dei tassi chiave fino a valori negativi influirà in misura maggiore o minore anche sui tassi relativi ai finanziamenti. Questo scenario contribuirà a sostenere i progetti relativi alle rinnovabili i quali figurano tra i più dispendiosi nel settore energetico.

Ma questa non è che una parte della storia. Il capitale investito si compone di somme proprie e di fondi creditizi. Dunque, il rendimento delle somme proprie dev’essere maggiore di quello dei fondi finanziati. Alla luce di questo, si rende necessaria un’ulteriore precisazione: maggiore è la quota di fondi finanziati, più conveniente è il costo di estrazione della risorsa energetica o di produzione dell’energia elettrica.

Nello stesso studio sull’eolico poc’anzi citato si porta un esempio non basato su stime simulate, ma sull’analisi di progetti reali: a fronte di fondi finanziati pari all’85% del totale il costo di produzione si attesta tra 40 e 60€ (per MW/h) e, invece, si avvicina a quota 160€ nel caso in cui la quota dei finanziamenti sia pari a solo il 10-15%.

Sorge allora spontanea la domanda: perché ogni società non guadagna solo dai fondi finanziati? Effettivamente si registra anche questa tendenza. Mentre prima lo sfruttamento di grandi giacimenti petroliferi e gasieri veniva finanziato in larga misura dalle risorse proprie della data società, nei nuovi progetti legati alle rinnovabili si riscontra una quota importante di finanziamento.

Anche nei tradizionali progetti gasiero-petroliferi si registra un aumento della quota di fondi finanziati fino al 70%, talvolta meno. Ma perché non finanziare l’intero importo con un prestito dato che è più conveniente e comodo? Le ragioni sono evidenti: i rischi. Nel caso di insuccesso la partecipazione di capitale proprio permette in molti casi almeno di rimborsare i creditori. D’altro canto, anche i finanziatori sono pronti a concedere prestiti se la società investe anche risorse proprie.

Qui si capisce perché i progetti sulle rinnovabili presentino un’elevata quota di risorse creditizie e tassi di interesse sul prestito esigui. I rischi ad essi legati vengono considerati minimi. In primo luogo, l’energia elettrica viene acquistata in base a tariffe fisse, o almeno era così fino a poco tempo fa. In secondo luogo, nell’ottica dei decenni a venire la domanda di rinnovabili non subirà cali alla luce della decarbonizzazione dell’energia. Non necessariamente, però, gli eventi avranno questo decorso (ad esempio, i prezzi dell’energia elettrica diminuiranno e il riscatto garantito si farà meno frequente), ma sarà proprio questa logica ad essere adottata nel processo decisionale.

Analogie si riscontrano anche nel settore gasiero-petrolifero, solo con il segno meno alla luce dei timori relativi alla transizione energetica e alla decarbonizzazione. In relazione a quanto esposto le società sono pronte ad assumere decisioni di investimento solo alla luce di un elevato rendimento atteso dei nuovi progetti gasiero-petroliferi. Questo riflette anche i noti rischi regolatori e consente perlomeno di andare in pareggio qualora i prezzi sottoperformassero rispetto alle previsioni (dopotutto il rendimento dipende anche dal prezzo futuro il quale è di difficile previsione). Di conseguenza, per l’assunzione di decisioni di investimento è necessario un tasso di rendimento per le nuove estrazioni petrolifere off-shore che superi il 20% e per il gas che sia maggiore del 10%. Si confronti: per l’eolico e il solare questo valore è intorno al 5%. Maggiore è il tasso di rendimento, maggiore è il costo di produzione a parità di condizioni.

Quali sono le conseguenze di questo scenario? In un recente studio sulle nuove energie Carbonomics condotto dalla banca di investimenti Goldman Sachs si traggono, tra le altre, le seguenti conclusioni.

In primo luogo, si prevede un brusco bilanciamento degli investimenti delle multinazionali del settore gasiero-petrolifero a favore delle rinnovabili. Abbiamo già menzionato il fatto che, nonostante le innumerevoli dichiarazioni circa l’impegno per un’energia green e il desiderio di effettuare la transizione energetica, di fatto le società del comparto spendono solo circa il 3% delle proprie risorse in rinnovabili. Ma già nei prossimi anni, stando alle stime di Goldman Sachs, tale quota si attesterà al 10-15%.

In secondo luogo, alla luce delle circostanze poc’anzi esposte si prevede che negli anni 2020 registreremo già un deficit di greggio e GNL sul mercato. Vi pare un paradosso? Dobbiamo però ricordarci che un periodo di deficit (e, dunque, di prezzi più alti) potrebbe anche non durare 20 anni, mentre il ritorno sull’investimento in grandi progetti ha proprio questo decorso.

Si noti altresì che rimane oggetto di discussione l’importante deficit in materia di GNL. Vi sono, infatti, troppi portatori di interesse coinvolti: il Qatar con il suo gas a prezzi molto bassi; gli USA che continuano ad assumere decisioni non dettate da leggi di mercato.

Nel settore del greggio alla luce dei prezzi bassi e degli investimenti latenti un deficit è assolutamente fattibile.

Multinazionali statunitensi come ExxonMobil e Chevron hanno deciso di sostituire parte delle proprie estrazioni tradizionali a livello globale in favore dello scisto. Infatti, con lo scisto il ciclo di investimenti è più breve ed è più semplice reagire ad eventuali crolli futuri della domanda. Ma ai prezzi attuali anche questa decisione non è la migliore.

In conclusione, non esistono risposte facili. Tutto dipende dal rendimento necessario per ciascun investimento il quale può variare da progetto a progetto anche se relativo a una medesima fonte energetica. E può variare in maniera importante se si confrontano il settore gasiero-petrolifero e quello delle rinnovabili. In parole povere, vi è una contrapposizione: i nuovi progetti sulle rinnovabili ricevono finanziamenti a basso costo, mentre i progetti nel settore del carbone non riescono ad essere finanziati in alcun modo. Inoltre, il rendimento dipende in ogni caso dai prezzi futuri che sono però solo una previsione. Di conseguenza, il costo di produzione è un fattore a parte.

Se per caso il lettore di quest’articolo ha pensato che le circostanze poc’anzi esposte l’abbiano aiutato ben poco a prevedere le tendenze del mercato energetico globale, ebbene è così che dev’essere. Il gran numero di incertezze che interessano oggi il settore energetico è la norma. E in parte i paradossi relativi agli aspetti finanziari analizzati non fanno che sottolineare questa incertezza.

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