11:00 20 Ottobre 2020
Economia
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Barricate, gas lacrimogeni e idranti si sono riversati per le strade di Hong Kong. Le proteste sono ricominciate con rinnovata forza dopo che le autorità cinesi hanno deciso di estendere alla città la legge sulla sicurezza nazionale.

Se questo accadrà realmente, gli USA priveranno Hong Kong dei suoi privilegi commerciali. Sputnik ha cercato di capire chi pagherà il prezzo più alto per questa decisione.

Legge e disordine

A Hong Kong vige ancora il divieto di assembramento per gruppi superiori alle 8 persone, ma questo non ferma nessuno. Le recenti violente proteste hanno diverse spiegazioni.

Il 4 giugno il parlamento di Hong Kong ha approvato una legge sulla responsabilità penale per il vilipendio all’inno cinese. Ai trasgressori sarà comminata una pena pecuniaria pari a 6.000 dollari o una detentiva pari a 3 anni.

Un’altra legge che ha scosso gli animi di questa città è ancora in fase di discussione, ma gli abitanti del luogo non hanno dubbi sulla sua futura approvazione anche se questo dovesse significare aggirare l’Assemblea legislativa. A fine maggio durante una sessione del parlamento cinese (l’Assemblea nazionale del popolo) ha passato al vaglio la proposta di aprire la città ai servizi segreti cinesi. Al momento Pechino tratta unicamente le questioni riguardanti la politica estera e la difesa, mentre nelle restanti materie la città gode di autonomia. Ma tutto potrebbe cambiare già in autunno.

Si prevede una dura reazione

L’iniziativa di Pechino è stata accolta con un fiume di critiche provenienti dall’estero. Donald Trump ha parlato di tragedia. Non si è però limitato alle parole, anzi ha avviato la procedura di annullamento di tutte le sovvenzioni concesse a Hong Kong. Così Washington ha ufficialmente smesso di considerare la città come indipendente dalla Cina dal punto di vista amministrativo. “La Cina ha sostituito il principio “un Paese, due sistemi” con quello “un Paese, un sistema””, ha dichiarato Trump. Il quale ha altresì minacciato il Paese di imporre ulteriori sanzioni.

Hong Kong è uno dei principali hub finanziari in Asia, è uno spiraglio tra la Cina e il mondo esterno. Per questo, le dichiarazioni di Trump hanno contribuito ad aumentare le tensioni sia tra i comuni cittadini sia tra gli uomini d’affari. La gente si è precipitata presso i cambiavalute per acquistare dollari in grandi quantità. Il panico è stato generato dalla notizia secondo cui gli USA intenderebbero vendere le proprietà dislocate in uno dei quartieri cittadini più alla moda il cui valore è stimato intono a 1,3 miliardi di dollari.

Ma le autorità locali stanno tentando di mantenere la calma. Paul Chan, segretario agli affari finanziari, ha ammonito che gli USA dovranno tenere in conto come minimo anche le perdite che subiranno loro stessi se priveranno la città dei suoi privilegi in materia commerciale. Il segretario ha altresì ricordato che la quota statunitense nelle esportazioni di Hong Kong è pari a solo lo 0,1%. Ad ogni modo, precisa Paul Chan, la città non teme affatto le sanzioni della Casa Bianca.

Una zona economica troppo speciale

Il principale vantaggio di Hong Kong è la libera circolazione di capitali e l’assenza di controllo monetario. Nella Cina continentale l’ordine è garantito in maniera più rigida e le opportunità per i fornitori stranieri e gli investitori privati sono più limitate. Pertanto, questi grandi centri finanziari all’interno della Cina, quali Shenzhen e Shanghai, non potranno sostituire Hong Kong.

“Per la Cina Hong Kong presenta un valore aggiunto in quanto centro finanziario internazionale. Questa è una delle ragioni per le quali Pechino ha concesso alla città di conservare le proprie legislazione e autonomia. Ad essere colpiti saranno sia l’imprenditoria statunitense a Hong Kong sia la città stessa che potrebbe essere interessata non solo dalla fuoriuscita di capitale dirottato verso porti più sicuri, ma anche dalla fuga di cervelli, ossia l’emigrazione di esperti locali e stranieri altamente qualificati”, ha spiegato in un’intervista rilasciata a Sputnik Pavel Bazhanov, esperto di legislazione cinese.

Nell’attuale proposta di legge in fase di stesura a Pechino non viene presa in considerazione la sfera prettamente commerciale di Hong Kong, ma dopotutto non è ancora stata rivelata la versione finale del documento. Nel frattempo il ruolo di questo polo finanziario internazionale ha perso una certa rilevanza nell’ultimo periodo, secondo Bazhanov.

Concorde sul punto è anche Aleksey Kuznetsov, il direttore ad interim dell’Istituto di informazione scientifica sulle scienze sociali in seno all’Accademia nazionale russa delle scienze, il quale ha affermato: “Quanto alla questione del vantaggio che questo potrebbe rappresentare per la Cina, sarebbe sciocco privarsi di una gallina dalle uova d’oro. Tuttavia, negli ultimi decenni la Cina ha registrato un brusco rallentamento in termini di sviluppo, anche in materia di investimenti stranieri. Dunque, non avrebbe senso mettere in discussione la grande importanza rivestita da zone economiche speciali”, sostiene.

Secondo Kuznetsov, Hong Kong non è comunque diventata la Londra o la New York dell’Asia. “Se gli USA privassero la città dei suoi privilegi, Singapore e Tokio ne sarebbero solo felici”, conclude l’esperto.

Una faccenda del passato

Sul tema dell’autonomia della città i governi occidentali fanno riferimento alla Dichiarazione congiunta sino-britannica sulla cessione di Hong Jong. Nel 1984 il documento fu sottoscritto dal leader di fatto della Cina Deng Xiaopin e dalla prima ministra britannica Margaret Thatcher. I cinesi amano ricordare che dopo i lunghi negoziati la Lady di ferro sia inciampata e caduta sulla scalinata della Grande Sala del Popolo a Pechino.

Secondo il documento, a partire dal primo luglio 1997 la colonia britannica fu restituita alla Cina, ma a determinate condizioni. Il principio “un Paese, due sistemi” presupponeva che il socialismo non avrebbe toccato l’area amministrativa speciale fino al 2047.

Tuttavia, Pechino è convinta del fatto che la Dichiarazione non imponesse vincoli, ma che si trattasse di un documento privo di qualsivoglia relazione con la realtà contemporanea. “Hong Kong è amministrata dal governo cinese. La parte britannica a Hong Kong non detiene alcun diritto amministrativo o di controllo”, ha sottolineato il Ministero cinese degli Esteri. 

“In termini di gerarchia delle fonti la principale legge di Hong Kong si colloca al di sotto della Costituzione cinese secondo la quale la creazione di aree amministrative speciali e la determinazione del loro regime giuridico sono di competenza dell’Assemblea nazionale del popolo. Inoltre, il parlamento ha facoltà di apportarvi emendamenti. Pertanto, se qualsivoglia elemento entri in contraddizione con la “mini-Costituzione” di Hong Kong, il parlamento ha facoltà di apportare relative modifiche”, spiega Bazhanov.

Hong Kong e la vicina Macao (ex colonia portoghese) sono ormai perse per gli stranieri. I vantaggi economici speciali derivanti dallo status di regione amministrativa speciale verranno riconsiderati. E se Pechino deciderà che la sovranità è più preziosa del denaro, allora è probabile che Hong Kong sparisca preso dalle cartine geografiche. Ne rimarrà solo l’isola di Xiānggǎng, ossia in cinese il “porto profumato”.

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