13:56 08 Luglio 2020
Economia
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Le società statunitensi produttrici di scisto stanno vivendo una situazione difficile: il crollo dei prezzi del greggio, gli ingenti debiti e l’assenza di investimenti le hanno spinte sull’orlo del fallimento.

Ma il peggio, forse, deve ancora arrivare: alle attività ormai completamente svalutate del settore energetico americano guardano con interesse le società cinesi. Washington ha già dichiarato che questa è una evidente minaccia alla sicurezza nazionale. Sputnik vi spiega perché ai cinesi interessano questi produttori così problematici.

Un’ondata di fallimenti

Dall’inizio della pandemia il greggio si è deprezzato di circa il 50%. Ad aprile per via di una contrazione della domanda di carburante senza precedenti, nonché per via delle riserve eccedentarie di carburante nei depositi, i futures hanno toccato segno negativo.

Di conseguenza, centinaia di società statunitensi del settore Oil&Gas si sono ritrovate sull’orlo del fallimento. Ad esempio, Parsley Energy ha chiuso 150 giacimenti, Continental Resources ha ridotto le estrazioni di un terzo, Texland Petroleum le ha persino interrotte completamente.

Ad aprile è fallita una delle maggiori società estrattrici di scisto, la Whiting Petroleum, seguita dalla società di servizi Hornbeck Offshore Services. A maggio la californiana California Resources e il gigante Chesapeake Energy hanno comunicato agli investitori che probabilmente saranno costretti a cessare l’attività.

Gli esperti avvertono: questo è solo l’inizio di un’ondata di fallimenti che presto colpirà il comparto. Secondo le previsioni di Pickering Energy Partners, la crisi quest’anno colpirà circa il 40% delle società del settore.

“La pandemia di coronavirus ha danneggiato pesantemente il settore petrolifero, generando una rapida contrazione della domanda di benzina, diesel e carburante aeronautico. A questo si aggiungano la “epica guerra dei prezzi” tra Russia e Arabia Saudite e gli ingenti debiti delle società petrolifere statunitensi. Questi elementi quasi sicuramente genereranno un’ondata di fallimenti nei prossimi mesi. A differenza della crisi petrolifera del 2014-2016 molte società non sopravvivranno”, prevedono gli esperti di Bloomberg Intelligence.

Secondo uno studio della Fed di Dallas, persino le società che si trovano nel Bacino Permiano (Texas occidentale), tradizionalmente più “convenienti”, avranno bisogno di vendere in media a 49 dollari al barile per essere in pari. Come prevede la Fed, vendendo a 40 dollari al barile per un 1 anno sopravvivrà solo il 15% dei produttori.

Preda facile

In questo contesto le società produttrici di scisto diventano una preda facile e attraente per i “cacciatori di fusioni”. La minaccia principale è costituita dalla Cina dove stanno levando le restrizioni, l’economia si sta riprendendo e nasce l’interesse nei confronti di attività straniere ormai svalutate.

A Washington temono che la Cina si impossessi del comparto energetico in difficoltà.

“Le prospettive di acquisizione delle società texane di scisto in difficoltà ad opera di Paesi ostili è un serio problema per la sicurezza nazionale”, hanno dichiarato gli enti regolatori texani del comparto.

Il rischio è reale: le attività americane del settore si sono svalutate in maniera significativa. Infatti, il prezzo medio dei giacimenti petroliferi si è dimezzato rispetto a quando il petrolio costava 60 dollari al barile: da 42.000 a 20.000 $.

“Le società americane estrattrici di scisto sono il chiaro obiettivo dei cinesi per via della contrazione senza precedenti della domanda, i prezzi esigui del carburante e l’estremo indebitamento”, sostiene OilPrice.

La crisi legata la coronavirus non ha risparmiato le società cinesi, ma non ha nemmeno attenuato l’appetito di Pechino per le acquisizioni di attività interessanti. Un esempio è il recente tentativo di China Reform di acquisire Imagination, il maggior produttore britannico di chip per smartphone. L’accordo è saltato solo dopo che le autorità britanniche si sono intromesse.

È poco probabile che i cinesi acquisiscano direttamente le società petrolifere statunitensi: ovviamente il governo seguirà da vicino le eventuali trattative. Ma si aprono diversi scenari: ad esempio, l’acquisto di un ramo delle attività non strategiche o la creazione di joint venture.

Ad esempio, nel 2015 alla società cinese Yantai Xinchao Industry Co. è stato concesso dal CFIUS (Comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti d'America) di acquistare attività del comparto petrolifero per 1,3 miliardi di dollari tramite le società Tall City Exploration e Plymouth Petroleum nel Bacino Permiano.

Non c’è scelta

Gli osservatori osservano che le società estrattrici di scisto non hanno in realtà grandi alternative. Nei prossimi 4 anni dovranno restituire agli istituti di credito 86 miliardi di dollari, ma non hanno fondi per onorare questi debiti.

Al momento i proventi della vendita di scisto estratto negli USA sono interamente allocati al pagamento degli interessi sulle obbligazioni societarie. Il debito complessivo del comparto ha superato i 300 miliardi di dollari e per estinguerlo serviranno 9 miliardi di barili di carburante, ossia circa tanto quanto le società del settore hanno estratto durante tutta la loro esistenza.

La situazione legata ai finanziamenti è disastrosa. Per gli investitori le società produttrici di scisto si sono rivelate una “mela marcia”, sostiene FactSet, società internazionale di analisi. Dal 2007 l’indice che raggruppa le azioni delle società del settore ha registrato un calo del 31% mentre l’S&P 500 è cresciuto dell’80%. Nello stesso periodo i produttori hanno perso 280 miliardi di dollari in più rispetto ai proventi della vendita di greggio e gas.

Forse solo un rincaro del greggio potrebbe salvare queste società. Nelle ultime 3 settimane i prezzi del greggio WTI si sono attestati su 33 dollari al barile. Ma questo non è chiaramente sufficiente: considerate le perdite strutturali che ha conosciuto il settore servirebbe vendere ad almeno 50 dollari al barile per realizzare un qualche profitto.

Secondo le previsioni dell’EIA (Energy Information Administration), il prezzo medio del Brent nel 2020 si attesterà a 34,13 $ e a 45,62 nel 2021, mentre quello del WTI a 30,10 quest’anno e 43,31 il prossimo.

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