09:34 31 Ottobre 2020
Economia
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Le autorità cinesi per la prima volta dopo molti decenni non hanno fissato obiettivi di crescita annuale del PIL, stando a quanto risulta dal rapporto annuale di Li Keqiang, primo ministro cinese.

Quest’anno gli sforzi saranno finalizzati a lottare contro la povertà, ad assicurare posti di lavoro e a superare la crisi legata alla pandemia. Messe a confronto con le misure aggressive dei Paesi occidentali consistenti nel pompare liquidità nell’economia, quelle cinesi potrebbero apparire modeste. Tuttavia, gli esperti cinesi e russi intervistati da Sputnik sostengono che la Cina abbia scelto la soluzione ottimale per risolvere i propri problemi.

Delle previsioni degli esperti sul contenuto delle “due sessioni” se n’è avverata veramente una sola: quest’anno la Cina non fissa obiettivi annuali di crescita. Il primo ministro Li Keqiang nel suo rapporto ammette che l’economia cinese sta affrontando un periodo di forte incertezza legato sia alla situazione epidemiologica interna sia a fattori esterni quali la diffusione del virus, il calo della domanda globale, la riduzione del commercio globale. In tale contesto, di fatto tutti i volani di crescita dell’economia cinese, quali il consumo interno e le esportazioni, sono a rischio. Pertanto, è assai difficile prevedere oggi di quanto crescerà il PIL cinese.

In base a diversi altri parametri gli obiettivi target cinesi si sono rilevati ben al di sotto delle previsioni. Il disavanzo pubblico si è attestato solo al 3,6%, mentre esperti sia cinesi sia occidentali lo avevano dato al 6% o più. Quest’anno è prevista la creazione di 9 milioni di posti di lavoro, ossia 4 milioni in meno rispetto all’anno scorso. Bisogna comunque mantenere la disoccupazione intorno al 5,5%. Le spese per la difesa si sono invece avvicinate alle previsioni degli esperti: cresceranno del 6,6% a fronte di una crescita prevista fino al 7%. Il primo ministro cinese ha altresì posto l’accento sulla concessione di aiuti alle PMI e ai liberi professionisti che si trovano in difficoltà per via della pandemia. Li Keqiang ha chiesto alle banche di incrementare del 40% la quota prevista per i crediti alle PMI.

L’aggregato monetario M2 (contanti + depositi bancari trasferibili mediante assegno), come sottolineato dal primo ministro, registrerà quest’anno un aumento molto più importante rispetto all’anno scorso.

Diversi esperti, tra i quali anche il già presidente di Goldman Sachs Jim O’Neill, sostengono che i provvedimenti di rilancio economico adottati dalla Cina siano assai modesti. Stando alle stime del FMI, per gli incentivi fiscali di superamento della crisi (taglio dell’IVA, riduzione dell’imponibile sui redditi delle persone fisiche, ferie pagate in base alle quote di proprietà delle aziende nelle casse di previdenza sociale, ecc.) la Cina ha stanziato 2.600 miliardi di yuan, ossia il 2,5% del PIL. Gli USA, invece, hanno stanziato per lottare contro la pandemia 2.300 miliardi di dollari, ossia l’11% del PIL, mentre la Germania 156 miliardi di dollari, ossia il 4,9% del PIL (e se aggiungiamo anche le garanzie statali di vario tipo concesse alle imprese, gli incentivi salgono al 20% del PIL).

Ma la Cina ha già conosciuto misure simili nel 2008 quando stanziò un pacchetto di aiuti finanziari di portata senza precedenti pari al 12% del PIL. Questo generò squilibri importanti a livello economico e, in particolare, sul mercato creditizio. Al momento la Cina sta valutando quegli errori e sta agendo sulla scorta delle specificità della propria situazione economica, secondo Aleksandr Gabuev, direttore del programma “Russia in the Asia-Pacific” presso il Carnegie Moscow Centre.

“A mio avviso, gli incentivi sono più che sufficienti. La Cina sta tentando di contenere la situazione sanitaria e al contempo di impedire l’aumento della disoccupazione e del malcontento sociale. Altrettanto importante è anche evitare un incremento eccessivo dell’onere debitorio. Chiaramente non sarà possibile risolvere totalmente questi tre problemi in una volta sola. Pertanto, è necessario trovare un giusto mezzo, ossia non pompare liquidità nell’economia, ma investire in maniera appropriata in nuove infrastrutture, quali telecomunicazioni, data centre, centrali di ricarica per le automobili. Per fare tutto ciò si auspicano l’impiego di titoli di debito e la creazione di investimenti in infrastrutture posti sotto il controllo di banche cosiddette politiche. In linea di massima, si tratta di una procedura standard”.

Secondo Gabuev, la mancata fissazione degli obiettivi di crescita del PIL conferma l’attaccamento delle autorità cinesi al principio secondo cui è meglio riformare i modelli economici in toto conservando la stabilità macroeconomica ad ogni costo piuttosto che considerare solamente i valori economici nominali. Già in passato le autorità cinesi hanno dimostrato di non badare tanto ai ritmi di crescita quanto alla qualità della crescita. Oggi a livello di politica economica la Cina ha altre priorità, sostiene Gabuev.

“Io mi concentrerei sull’obiettivo di eliminare la povertà. Infatti, la Cina il prossimo anno, come promesso da Xi Jinping, deve costruire una società moderatamente prospera. Cosa questo voglia dire non è del tutto chiaro vista l’assenza di criteri ben definiti. A quanto pare, il criterio principale è l’eliminazione completa della povertà in Cina. All’inizio dell’anno scorso in Cina vi erano circa 16,6 milioni di poveri. E quest’anno la povertà nel Paese secondo le statistiche cinesi sarà eliminata completamente. Questa sarà la condizione fondamentale per la creazione della società moderatamente prospera. Si tratta di un ulteriore obiettivo macroeconomico da conseguire quest’anno”.

L’attenzione per l’economia reale e la volontà di incrementare la qualità della vita della popolazione sono condizionate dal pacchetto di misure adottate in questi mesi dal governo cinese. I Paesi occidentali, tra cui gli USA, colmano le lacune delle loro economie con la liquidità. Nel caso degli USA questo sistema è già attivo poiché la prassi di stampare nuova moneta è già stata più volte testata da Washington. La Cina invece punta ad effettuare riforme sui fondamentali economici, secondo Bian Yongzu, esperto dell’Università popolare di Pechino, intervistato da Sputnik.

“Lo sviluppo economico della Cina non è comparabile a quello di altri Paesi. Le autorità cinesi potrebbero allocare maggiori risorse e strumenti per sostenere la crescita economica. Prendiamo l’esempio degli USA i quali emettono solamente nuova moneta o concedono incentivi alle imprese. Questi provvedimenti possono contribuire solo parzialmente alla crescita e alla stabilità dell’economia. Dopotutto, lo sviluppo di un’economia dipende dalla situazione macroeconomica globale. E in tal senso non ci si può limitare al fattore liquidità. Fondamentali sono anche il clima imprenditoriale, l’aumento dei redditi delle famiglie, la conduzione di una politica sostenibile nel tempo. Le autorità cinesi stanno incentivando e sviluppando l’economia su tutti i fronti. Ad esempio, non sostengono le PIM solamente mediante finanziamenti, ma anche favorendo in generale il clima imprenditoriale. Le capacità di un governo hanno un grande impatto sullo sviluppo economico di un Paese e le autorità cinesi stanno cercando di ampliare le loro capacità. Dall’altro lato, però, si stanno anche limitando per concedere maggiore margine d’azione alle imprese e agli attori del mercato in modo che lo sviluppo sia più flessibile. In ottica di incentivi finanziari la politica cinese è effettivamente moderata. Ma pompare eccessive quantità di liquidità nell’economia potrebbe anche causare conseguenze negative”.

La Cina non può permettersi semplicemente di emettere nuova moneta per finanziare il disavanzo pubblico. Alla vigila delle “due sessioni” il Ministero cinese delle Finanze e la Banca centrale del Paese hanno passato al vaglio le modalità con cui finanziare le entrate generate dagli incentivi. Il Ministero delle Finanze ha proposto il ricorso all’alleggerimento quantitativo (QE), secondo cui la Banca centrale dovrebbe comprare in grandi quantità appositi titoli di Stato a tasso zero. La Banca centrale si è detta restia nei confronti di questo meccanismo ritenuto eccessivamente pericoloso e persino formalmente vietato dalla legislazione cinese. Di conseguenza, è stato deciso di non emettere nuova moneta in favore di meccanismi più cauti di finanziamento del debito.

Non è possibile affermare che la Cina stia rifiutando completamente la politica degli incentivi. Infatti, nell’ambito di grandi progetti infrastrutturali votati a sostenere la crescita i governi locali emettono obbligazioni. Nei primi 6 mesi i governi locali emetteranno obbligazioni per circa 3.000 miliardi di yuan a fronte dei 4.360 miliardi di yuan in titoli emessi lo scorso anno. Inoltre, le autorità cinesi hanno deciso di emettere anche obbligazioni del Tesoro speciali per il superamento della pandemia. Tuttavia, la portata di tali emissioni è ridotta per evitare un aumento incontrollato dell’onere creditizio. Per il 2020 si prevede un gettito di soli 1.000 miliardi di yuan.
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