04:35 02 Giugno 2020
Economia
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Il settore petrolifero statunitense è pronto a sostenere le prime gravi perdite. Il colosso California Resources ha avvertito gli investitori riguardo al suo possibile fallimento. Lo stesso ha fatto anche il gigante Chesapeake Energy.

Entrambe le società sono piene di debiti e il crollo dei prezzi delle materie prime non ha dato loro la possibilità di onorarli. Sputnik vi spiega perché queste non saranno affatto le sole vittime della crisi.

Caduta rovinosa

Dall’inizio della pandemia i prezzi del greggio hanno subito un calo di circa il 50%, ad aprile per via della contrazione senza precedenti della domanda di carburante e per via dei depositi petroliferi stracolmi i futureshanno toccato segno negativo.

I petrolieri texani non hanno retto. Parsley Energy ha chiuso 150 giacimenti, Continental Resources ha ridotto le estrazioni di un terzo e Texland Petroleum ha chiuso tutto.

Ad aprile ha fallito una delle maggiori società estrattrici di scisto, la Whiting Petroleum.

A seguire, anche la società di servizi Hornbeck Offshore Services.

Secondo gli esperti, saranno in pochi a sopravvivere se il prezzo al barile non supererà i 30$ entro la fine dell’anno. Perché gli estrattori di scisto riescano ad avere un qualche profitto il prezzo al barile dev’essere almeno di 50$. Secondo le previsioni di Pickering Energy Partners, circa il 40% delle società del comparto si troverà sull’orlo del fallimento quest’anno.

Lunedì 11 maggio il colosso California Resources ha annunciato agli investitori che probabilmente dovrà avviare la procedura fallimentare. Le azioni della società, che dall’inizio dell’anno hanno già perso tre quarti del loro valore, hanno subito un ulteriore calo del 32%. I californiani hanno comunicato agli enti regolatori di essere costretti a rimandare la pubblicazione del bilancio per il primo trimestre.

“Se non riusciremo a risanare la situazione, sarà altamente improbabile poter continuare”, si legge in un comunicato indirizzato alla SEC. La società ha osservato che lo shock è provocato dalla combinazione di due fattori: una “contrazione senza precedenti” della domanda di greggio e una riduzione prolungata dei prezzi.
California Resources presenta un debito di entità enormi, nell’ordine di 5 miliardi. Hanno tentato di ristrutturarlo, ma il brusco calo dei prezzi delle risorse energetiche non lo ha reso possibile. Pertanto, il colosso ha speso più del 60% dei fondi stanziati nell’ambito di una linea di credito del valore di 1 miliardo di dollari.

Perdite di miliardi di dollari

Questi problemi sono gli stessi che si trova ad affrontare Chesapeake Energy, il secondo produttore di gas degli USA. Il suo bilancio trimestrale ha spaventato gli investitori.

Le perdite nette sono aumentate di 400 volte, fino a toccare quota 8,3 miliardi (ossia circa 853$ per azione). Si confronti: l’anno precedente nello stesso periodo le perdite si sono attestate a 21 milioni di dollari.
Da tempo ormai era nota la situazione prefallimentare della società. Al momento il debito complessivo di Chesapeake è di 10 miliardi di dollari, ossia circa 10 volte il suo valore di mercato. Il calo della domanda e dei prezzi non permetteranno alla società di onorare questo debito.

Se i prezzi rimarranno bassi e se diminuirà il volume delle linee di credito concesse, non sono affatto rosee le previsioni in termini di liquidità e di capacità di sostenibilità del debito nei prossimi 12 mesi”, ha avvertito la società.

Chesapeake sta passando al vaglio diverse alternative per cercare di rimanere a galla. Ad esempio, prevedono di ridurre i volumi di trivellazione ed estrazione dei giacimenti del 30%, tagliare le spese produttive e generali di circa il 20%. All’ordine del giorno vi è altresì la vendita di asset finalizzata ad attrarre liquidità.

Tuttavia, “non vi è alcuna garanzia del fatto che la società riesca a ristrutturare il debito, migliorare la propria situazione finanziaria o portare a termine qualsivoglia operazione strategica”, dichiarano i dirigenti di Chesapeake.

In pochi sopravvivranno

Come ammoniscono gli esperti, questo è solo l’inizio di un’ondata di fallimenti che colpirà pesantemente il comparto.

“La pandemia di coronavirus ha distrutto l’industria petrolifera causando una brusca riduzione della domanda di benzina e di carburante per l’aviazione. A questo si aggiunga la “epica guerra dei prezzi” tra Russia e Arabia Saudita e gli enormi debiti che attanagliano le società petrolifere statunitensi. Questi fattori quasi sicuramente scateneranno un’ondata di fallimenti nei prossimi mesi. A differenza della crisi petrolifera del 2014-2016, molte società questa volta non sopravvivranno”, prevedono gli esperti di Bloomberg Intelligence.

Stando a uno studio della Fed di Dallas, persino le società del Bacino Permiano (nel Texas occidentale) il quale è relativamente poco costoso per andare in pari avranno bisogno di vendere in media a 49$ al barile. Secondo le previsioni della Fed, a 40$ al barile sopravvivrà solo il 15% dei produttori.

Inoltre, secondo quanto previsto dal FMI, grazie all’accordo OPEK+ il prezzo medio al barile nel 2020 si attesterà a 34,8$ e nel 2021 a 36,4.

Dichiarare fallimento sarà per molti l’unica via d’uscita: la maggior parte delle società estrattrici di scisto non sono in grado di rifinanziare gli enormi debiti e non possono di certo fare affidamento sugli investitori.

Alla fine del “decennio dello scisto” il comparto energetico rappresentato dall’indice di mercato S&P 500 si è rivelato il peggiore. Le attività sono ben lungi dall’essere in pari coi conti, le società sono tutt’ora in perdita e finanziano il proprio disavanzo con nuove linee di credito. In 10 anni 40 tra le maggiori aziende del comparto hanno speso circa 200 miliardi in più di quanto avevano guadagnato.

Si contano sulle dita di una mano le società che hanno dimostrato di poter generare un flusso monetario stabile o addirittura un utile. Di conseguenza, Wall Street ha invitato le società petrolifere a spendere meno e a onorare i propri debiti poiché queste negli ultimi anni hanno investito sempre meno nel settore.

Infatti, nessun investitore desidera erogare fondi a società in perdita. Presto molte di queste società lasceranno il mercato.

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