21:52 02 Giugno 2020
Economia
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Il più grande esportatore di petrolio al mondo, l'Arabia Saudita, che a marzo aveva fatto ricorso a un ‘dumping’ senza precedenti sul mercato petrolifero, fa ora i conti con l’effetto boomerang della sua strategia.

Gli analisti sostengono che l'Arabia Saudita sarà costretta a rinunciare ai suoi più ambiziosi progetti per via della crisi. Durante quella mossa, che il Regno fece dopo non aver raggiunto un accordo con la Russia su un'ulteriore riduzione della produzione di petrolio greggio, la società saudita Aramco abbassò i prezzi del proprio greggio portandoli a minimi storici che mandarono in crisi l’intero mercato globale.

La strategia di Riyad ha funzionato?

Si direbbe proprio di no, stando alle analisi di Maxim Rúbchenko, analista che scrive per la versione russa di Sputnik e che spiega come gli effetti economici causati da quella guerra dei prezzi siano stati poi esacerbati dalla pandemia di coronavirus e che ora le riforme economiche e i grandi piani di investimento annunciati dal Principe ereditario Mohammed bin Salman siano a rischio. Il più ricco, spettacolare e futuristico di questi progetti, la città Neom, rischia seriamente di dover essere accantonato.

NEOM

Neom, la ‘smart city’ futuristica sul Mar Rosso, 33 volte più estesa di New York, un progetto da 500 miliardi di dollari. Un piano di un’ambizione straordinaria – trasformare l’intera punta nord occidentale della nazione, quel territorio ora completamente desertico tra Mar Rosso e Golfo di Aqaba, in una città 4.0 completamente cablata e tecnologica per dare un impulso a turismo ed affari al di là del petrolio.

Tutto questo dovrà essere quantomeno rimandato, risulta dall’analisi. Perché, spiega Rúbchenko, le conseguenze economiche delle ultime mosse di Riyad sono state molto gravi. I profitti petroliferi sono ulteriormente calati nel quadro di una situazione già poco promettente.

Il Regno è stato costretto a cercare risorse finanziarie vendendo serie quantità di riserve in oro e valuta estera e il Ministro delle finanze Mohammed Jadaan ha dovuto ammettere che anche le entrate non petrolifere sono pesantemente diminuite per via del rallentamento generale dell’economia dovuto alla pandemia di coronavirus.

"Tutte queste sfide hanno ridotto le entrate statali, hanno portato le finanze pubbliche a un livello difficile da affrontare in futuro senza influire sull'economia in generale a medio e lungo termine. La crisi richiede ulteriori tagli delle spese e delle misure che garantiscono che i ricavi non petroliferi siano stabili ", aveva dichiarato Jadaan.

In che modo Riyadh cerca di salvare la sua economia

Il Governo ha annullato e sospeso alcune spese operative e investimenti di capitale per alcune agenzie governative. Inoltre, ha tagliato 26,6 miliardi di dollari di risorse che sperava di investire durante l'anno fiscale 2020 in una serie di iniziative e megaprogetti realizzati nell'ambito del programma chiamato Vision 2030, quel progetto cioè inteso a ridurre la dipendenza dell'Arabia Saudita dal petrolio, diversificare la sua economia e sviluppare settori di servizio pubblico come sanità, istruzione, infrastrutture, attività ricreative e turismo. Appunto il progetto che comprendeva la città incantata di Neom.

Ciò nonostante, sostiene Rúbchenko, la riduzione della spesa pubblica allevia solo la crisi finanziaria, poiché non sarà in grado di risolvere il problema di bilancio. Riyadh sarà costretto a prendere in prestito più risorse finanziarie per soddisfare il bilancio. In effetti, il Regno ha già creato condizioni favorevoli per questo. In particolare, a marzo l'Arabia Saudita ha aumentato il tetto del debito dal 30% al 50% del PIL al fine di finanziare il deficit causato dai bassi prezzi del petrolio e dalla pandemia.

"La crisi finanziaria e la riduzione del programma Vision 2030 indeboliscono notevolmente la posizione politica del principe ereditario, Mohammed bin Salman, che ha annunciato che avrebbe diversificato l'economia nazionale", conclude tuttavia Rúbchenko.
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