07:30 27 Maggio 2020
Economia
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Gli USA impongono un giro di vite alle norme per l’autorizzazione alle esportazioni in Cina. Il Ministero del Commercio ha disposto un’estensione dei requisiti per l’ottenimento dell’autorizzazione alle esportazioni, alle riesportazioni e alle cessioni di beni destinati a fini bellici.

Il Ministero nella sua disposizione ha altresì introdotto il concetto di utenti militari finali in Cina. Al momento è sottoposta a restrizioni di fatto tutta la componentistica elettronica ad alto valore tecnologico.

Le restrizioni all’esportazione di prodotti militari e a duplice uso erano presenti anche prima. Tuttavia, in passato apparteneva a questa categoria un gruppo molto ristretto di prodotti specifici. Gli stessi prodotti che erano utilizzati prevalentemente in comparti civili erano stati esclusi dal campo di applicazione delle restrizioni all’esportazione. Ad esempio, gli USA non rifornivano la Cina di componenti di propri aerei militari. E questo è ovvio. Tuttavia, i motori aeronautici civili o i gate array programmabili, i chip e altri prodotti ad elevato contenuto tecnologico venivano esportati verso la Cina senza necessità di speciali autorizzazioni rilasciate eventualmente dal Ministero del Commercio.

Le nuove regole precisano che, qualora un prodotto, dei componenti o un software possano essere in linea teorica utilizzati a scopi bellici, tali materiali rientrano nel campo di applicazione delle restrizioni all’esportazione. Inoltre, è stato introdotto il concetto di utente militare finale, ossia qualsivoglia società (anche civile) la cui attività in qualsiasi modalità rafforzi il potenziale militare dell’esercito cinese.

La vaghezza con cui sono state formulate le disposizioni diramate dal Ministero statunitense del Commercio lasciano aperte diverse questioni. Ad esempio, quella delle ruote utilizzate nei veicoli militari. Quindi ora si imporranno restrizioni alle forniture di pneumatici?

Tutti, civili e militari, utilizzano dispositivi di igiene personale.

Questo significa forse che i produttori di dentifricio vedranno i loro prodotti sottoposti alle restrizioni del Ministero in quanto società che contribuisce a incrementare il potenziale militare dell’esercito cinese? Inoltre, poiché la nuova iniziativa del Ministero propone di estendere la competenza giurisdizionale delle restrizioni anche alle società straniere che utilizzano nel loro ciclo produttivo tecnologie e strumentazioni statunitensi, questo significa forse che anche i produttori stranieri di dentifricio dovranno cominciare a fare una stima delle possibili perdite?

Queste domande potrebbero apparire forzate, ma dopotutto il maggiore produttore taiwanese di chip TSMC sta già affrontando problemi in relazione a tale decisione. La società è il maggior fornitore di microchip per Huawei e sta sentendo la pressione esercitata dagli USA i quali invitano a interrompere le forniture di componentistica al produttore cinese in quando nel ciclo produttivo vengono impiegate strumentazioni statunitensi. È evidente che le nuove misure adottate dal Ministero USA del Commercio siano in realtà finalizzate a rafforzare sul piano legislativo la politica di Washington e a contenere l’avanzamento tecnologico della Cina, sostiene Wang Peng, ricercatore junior dell’Istituto di studi finanziari Chongyang presso l’Università popolare cinese.

“Questa è la continuazione della politica a lungo termine di Trump per contenere la Cina sul piano economico e tecnologico. Le restrizioni si applicano a quelle merci che la Cina non è in grado o ha poche competenze per prodursi da sola. Trump aveva fatto capire chiaramente come avrebbe impostato la sua linea politica ancor prima di essere eletto. Dunque, non sorprende l’attuale giro di vite degli USA alla propria politica sulle esportazioni. Inoltre, l’amministrazione Trump sta sfruttando la pandemia come pretesto per scaricare la responsabilità sulla Cina ed acuire la contrapposizione USA-Cina. L’amministrazione Trump sta accusando la Cina di non aver contrastato in maniera consona la diffusione dell’epidemia. Infatti, dal punto di vista di Trump questo ha in ultima analisi causato danni al popolo americano. Dunque, gli USA hanno già deciso come muoversi e in ultima istanza intendono esercitare pressioni e accusare la Cina”.

Le attuali misure sono la logica continuazione della linea politica avviata già l’anno scorso da Washington per contenere lo sviluppo tecnologico della Cina. Si ricordi quando il Ministero USA del Commercio inserì Huawei e altre società tech cinesi leader del settore in una lista nera. In verità, allora queste misure furono accolte con grande sfavore da parte dell’imprenditoria americana. La Cina è il maggiore mercato per la distribuzione dei prodotti e servizi americani. Huawei da sola nel 2018 acquistò componentistica e prodotti altamente tecnologici da Qualcomm, Intel, Micron Technology Inc. e Broadcom Inc. per un totale di 13 miliardi di dollari. Messo alle strette dalla lobby del comparto tech, il Ministero del Commercio ha più volte prorogato l’autorizzazione per la fornitura di componentistica a Huawei. Inoltre, molte società hanno cominciato a esportare i propri prodotti tramite le loro filiali straniere. Le nuove disposizioni ministeriali dovrebbero porre fine a questi escamotage. Tuttavia, le autorità statunitensi si dovranno inevitabilmente confrontare con la contrapposizione degli imprenditori, secondo l’esperto.

“Gli USA possono anche introdurre queste misure, ma si inseriranno in un gioco a 4. Infatti, le parti coinvolte non sono solo i governi statunitense e cinese, ma anche le attività imprenditoriali dei due Paesi. Per il mondo imprenditoriale statunitense la Cina è il maggiore mercato della distribuzione. E l’obiettivo delle società statunitensi è chiaramente massimizzare i profitti. In un periodo in cui il commercio mondiale sta registrando un calo e in cui per via della pandemia si riduce anche il numero di ordini, le società statunitensi non possono di certo supportare una simile linea politica. Dovremo seguire le mosse delle autorità USA con le proprie società e rispondere di conseguenza. Ad esempio, mediante trattative bilaterali potremmo tentare di ridurre la pressione esercitata dalle autorità USA sulla Cina, contribuire a una maggiore apertura dei mercati cinesi, dimostrare alle società americane che proponiamo condizioni attrattive e buoni profitti. In tal modo, sarà possibile motivare le società americane a contrapporsi alle decisioni prese dal loro governo”.

Secondo l’esperto, le misure attuali si collocano nell’alveo della strategia politica che gli USA conducono nei confronti della Cina. Nei prossimi anni la tendenza all’allontanamento tra USA e Cina rimarrà presente indipendentemente dalla vittoria o sconfitta di Trump alle prossime presidenziali. Negli USA si è già venuto a creare un raro consenso interpartitico riguardo la necessità di contenere la Cina a tutti i costi e di considerare questo Paese alla stregua di avversario geopolitico. Da qui derivano le invettive dell’establishment politico statunitense contro la Cina relativamente alla pandemia di Covid-19. In un momento in cui il sistema interno è allo sbando, è fondamentale dirottare l’attenzione della popolazione su problemi esterni e trovare un capro espiatorio. Tanto più alla luce delle imminenti elezioni. Non si può certo riconoscere i propri gravi errori, no?

A breve termine la politica di Washington potrebbe anche avere successo. La versione della fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan ha convinto sia i politici sia i media “indipendenti” americani. Prossimamente osserveremo una tendenza da parte di Washington a sentimenti sempre più marcatamente anticinesi. Questo potrebbe tenere lontane le imprese dal mercato cinese e privare la Cina delle avanzate tecnologie americane.

Tuttavia, dall’altro lato, questo costringerà la Cina a cercare un’alternativa alle tecnologie americane prima presso altri fornitori e poi creandosi da sola ciò che le manca. Infine, dunque, le società americane saranno tagliate fuori. Infatti, persino il Pentagono si è espresso a sfavore dell’estensione delle restrizioni all’esportazione sostenendo che la minaccia esterna proveniente dalla Cina non sia tanto significativa da giustificare una privazione del maggiore mercato di distribuzione alle società americane. Ma pare che al momento a tenere il coltello dalla parte del manico siano il Ministero del Commercio e gli avvoltoi anticinesi i quali desiderano far calare una cortina tecnologica. Rimane però aperta una grande domanda: questa cortina aiuterà a rendere l’America di nuovo grande?

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