22:00 05 Aprile 2020
Economia
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Il Brasile non entrerà a far parte dell'OPEC e intende aumentare notevolmente l’estrazione di greggio.

Questo è un duro colpo per i membri dell'OPEC+ i quali hanno già perso una quota di mercato significativa a favore dei petrolieri americani e norvegesi. Se i brasiliani inizieranno ad espandersi, sarà inutile ridurre ulteriormente le forniture. Sputnik cerca di capire quale scenario futuro è più vantaggioso per la Russia

Alla nostra maniera, alla maniera del Brasile

Il Brasile non intende né aderire all'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio né partecipare all'accordo per limitare le estrazioni, ha detto dichiarato Benito Albuquerque, ministro dell’energia e delle attività estrattive. “Non vogliamo restrizioni, vogliamo aumentare la nostra produzione”, ha aggiunto.

Secondo quanto dichiarato, il governo desidera aumentare la produzione di greggio e gas in modo da guadagnarsi un posto tra i primi 5 Paesi al mondo per esportazione di risorse energetiche (al momento il Brasile è nono).

"Questo intento esclude l'adesione all'OPEC o ad altre organizzazioni e gruppi di produttori di petrolio e di gas", ha dichiarato Albuquerque.

È degno di nota il fatto che sia stato lui ad annunciare alla fine dello scorso anno che il Brasile era pronto a negoziare con l'OPEC per entrare nel cartello. Poco prima, a ottobre, il presidente brasiliano Bolsonaro aveva dichiarato che il ministro saudita dell'energia e l'attuale leader dell'OPEC, il principe Abd al-Aziz bin Salman, avevano ufficiosamente invitato il Brasile ad aderire all'organizzazione. "Mi piacerebbe molto che il Brasile entrasse a far parte dell'OPEC", aveva annunciato Bolsonaro.

Tuttavia, la compagnia petrolifera nazionale Petrobras e molti membri del governo si opposero. Ad esempio, il ministro dell'economia Paulo Guedes dichiarò che "la strategia brasiliana consiste nell’eliminazione dei cartelli, nell’integrazione in un'economia globalizzata e nella creazione di prosperità per tutti i popoli, senza ricorrere a cartelli contro gli altri".

Stando a quanto dichiarato da Benito Albuquerque, le relazioni con l'OPEC saranno oggetto di discussione durante la sua visita in Arabia Saudita a luglio.

Nel frattempo, il Brasile sta aumentando le sue estrazioni di greggio. Nel 2019 il Paese ha già raggiunto un livello record: oltre 3 milioni di barili al giorno. Albuquerque promette che la produzione giornaliera raddoppierà nell’arco di un decennio e raggiungerà i 7 milioni di barili entro il 2030.

Secondo gli analisti della Rystad Energy, quest'anno le esportazioni brasiliane di oro nero vedranno un aumento di 459.000 barili al giorno. Solo la Norvegia (più 527.000 barili) e gli Stati Uniti (più 1,09 milioni) potranno vantare un incremento maggiore.

Non si è riusciti a fare di meglio

Il rifiuto del Brasile di aderire all'OPEC è una cattiva notizia per l'intero cartello petrolifero e soprattutto per l'Arabia Saudita, la quale ha ridotto la produzione nell'ambito dell'accordo OPEC+: da 11 milioni di barili al giorno nel 2015 a 9,8 milioni.

In totale, l'OPEC+ ha ridotto la produzione da 32,4 milioni di barili al giorno a 30 milioni. Di conseguenza, i prezzi si sono stabilizzati, ma la quota di mercato totale è scesa dal 33,6% al minimo storico del 28,5%. Tutto questo è andato a favore degli Stati Uniti che hanno aumentato la produzione di 4 milioni di barili al giorno. Di conseguenza, negli USA le esportazioni di greggio e prodotti derivati hanno superato le importazioni. Il Paese è diventato un esportatore netto.

Il cartello sperava di "sopravvivere" alla rivoluzione statunitense dell’olio di scisto e di aspettare fino allo scoppio della bolla, ossia quando le aziende non sarebbero state più in grado di far fronte al loro debito e la produzione avrebbe smesso di crescere. Queste stime sembravano verosimili.

Secondo il rapporto dell'Energy Information Administration del Dipartimento dell'energia statunitense, nel 2020 il volume della produzione di petrolio negli Stati Uniti aumenterà solo di 400.000 barili al giorno. Si tratta della crescita più debole dal 2017.

Allo stesso tempo, è prevista una vera e propria catastrofe per l’estrazione di scisto, poiché quest'anno le aziende dovranno rimborsare 41 miliardi di dollari di debiti. Ciò significa che a 200 compagnie petrolifere e del gas, che dal 2015 hanno dichiarato il fallimento, se ne aggiungeranno alcune altre decine nei prossimi mesi.

Gli investitori hanno voltato le spalle allo scisto e si rifiutano di concedere nuovi prestiti. Una nuova minaccia si profila all'orizzonte: gli ambientalisti chiedono di porre fine all’inquinamento delle acque sotterranee e alle emissioni di metano nell'atmosfera.

In tale contesto, per mantenere la sua posizione sul mercato mondiale, l’unica chance dell'Arabia Saudita era di convincere il Brasile ad aderire all'OPEC+ e a non immettere sul mercato altro oro nero. Ma i testardi latinoamericani hanno mandato in fumo i piani di Riad.

Non siamo sulla strada giusta

Il cartello petrolifero deve ora decidere i prossimi passi. A marzo l'OPEC+ discuterà della situazione in cui versa il mercato e le sorti future dell'accordo in scadenza il primo aprile.

Da un lato, il calo dei prezzi del petrolio dovuto alla diffusione del coronavirus e il timore che l'epidemia possa far scendere la domanda di oro nero spingono verso un ulteriore taglio dell'offerta. Dall’altro lato, il desiderio manifesto del Brasile di approfittare della situazione per espandersi sul mercato potrebbe essere troppo perfino per i pazienti membri del cartello.

A ciò si aggiunge il fatto che anche Stati Uniti e Norvegia aumenteranno i volumi di estrazione. Di conseguenza, secondo le previsioni dell'agenzia Rystad Energy, l'aumento totale delle forniture dai Paesi non OPEC quest'anno raggiungerà i 2,3 milioni di barili al giorno, valore record dal 1978.

L’intento di compensare tale volume riducendo la propria produzione è latore di gravi perdite finanziarie. Quindi, un nuovo accordo potrebbe non avere luogo.

Si ricordi che a dicembre il ministro russo dell'Energia Alexander Novak ammonì circa l’eventuale uscita del Paese dall'OPEC+ già nel 2020.

"La riduzione della produzione di petrolio nell’ambito dell’OPEC+ non è un processo eterno. Sarà comunque necessario prendere una decisione circa l'uscita dall’accordo ad un certo punto al fine di garantire la conservazione della quota di mercato e in modo che le compagnie petrolifere russe possano realizzare i loro promettenti progetti", ha spiegato il ministro in onda sul canale televisivo "Rossiya 24".

Per molto tempo Rosneft ha sostenuto il ritiro dall'OPEC+ e recentemente un numero sempre maggiore di esperti ha sottolineato la necessità di un tale passo. Il fatto è che l'eccesso di offerta vale solo per il greggio leggero il quale è prodotto praticamente da tutti i membri dell'OPEC e dai principali esportatori di petrolio non allineati, compresi Stati Uniti, Norvegia, Brasile e Messico.

Per quanto riguarda invece il greggio pesante e quello ad alto contenuto di zolfo la situazione è opposta. Dopo che per via delle sanzioni statunitensi di fatto si sono interrotte le forniture provenienti da Iran e Venezuela, questo segmento di mercato ha registrato un grande calo.

Ora il principale e quasi unico fornitore di greggi pesanti è la Russia. Mentre le raffinerie di Unione Europea, USA, Cina, Turchia e altri Paesi fanno letteralmente la fila per lavorare le materie prime nazionali.

Quindi, l'aumento della produzione petrolifera russa andrebbe a vantaggio di tutti. Tuttavia, questo scenario è ostacolato dall'accordo OPEC+. Dopo l'iniziativa del Brasile, Mosca dovrà rivalutare tutti i pro e i contro della cooperazione con il cartello petrolifero.

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Petrolio, OPEC
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