02:01 08 Aprile 2020
Economia
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Candreva 3, Immobile 2 e mezzo, Donnarumma 6, Insigne 4 e mezzo, Bonucci 5 e mezzo, Darmian 1 e mezzo, Berardi 1. Milioni di euro, netti, all'anno, e senza considerare che ci possono essere anche i bonus vittoria più sponsor personali. Ma per ognuno di questi che ce l’ha fatta, quanti sono coloro che al professionismo non ci arriveranno mai?

E’ la domanda che si pone Marino Longoni nell’articolo scritto per il quotidiano ItaliaOggi, ma anche la domanda che poneva De Gregori a Nino in quella famosa canzone: “chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai, di giocatori tristi che non hanno vinto mai, ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro, e adesso ridono dentro al bar...”. L’articolo di Longoni lascia tuttavia poco spazio alla prosa e snocciola i numeri della dura realtà, pur anch’egli citando implicitamente un’altra famosa canzone “Uno su mille ce la fa”.

In effetti, dati alla mano, si tratta proprio di uno su mille. Non per metafora. Prendiamo appunto il calcio, lo sport più praticato, più amato e più pagato in assoluto in Italia. I tesserati (non contiamo i giocatori occasionali) sono niente meno che un milione abbondante. Di questi due terzi circa, 680mila, giocano nelle giovanili o nel settore scolastico. Altri 365mila, l’altro terzo gioca ma a livello dilettantistico. Le donne purtroppo, nonostante i grandi progressi del calcio femminile, molto raramente vengono retribuite e comunque non viene riconosciuto il professionismo. In pratica i professionisti riconosciuti sono solamente poco più dell’uno percento dei tesserati. I giocatori di serie A infine sono solamente 1.200 circa. Appunto, a conti fatti, uno su mille riesce a trasformare la sua passione in una professione veramente remunerativa.

Ovviamente in tutti gli altri sport la situazione è anche ben meno rosea. Dal punto di vista tecnico, per altro, solo basket, ciclismo e golf sono le altre attività riconosciute come professionistiche, e di tutte queste solo il golf contempla il professionismo anche per le donne. Questo significa che, certamente, ci sono grandi atleti in molte altre discipline capaci di ottenere importanti risultati e notevoli compensi, tuttavia le loro condizioni contrattuali, e sopratutto previdenziali, non saranno disciplinate con altrettante garanzie.

Al fine di coltivare talenti, affrontare degnamente Olimpiadi e grandi competizioni nazionali, esiste tuttavia il meccanismo dei gruppi sportivi militari, che permettono ai giovani più promettenti di essere ‘sistemati’ con stipendio fisso e potersi concentrare sugli allenamenti senza dover pensare a come ‘sbarcare il lunario’. Gli atleti delle varie discipline concorrono quindi per esercito, marina, aeronautica, carabinieri, guardia di finanza o polizia a seconda del gruppo nel quale vengono inseriti. Si tratta tuttavia di accessi disciplinati di solito da appositi concorsi e gli stipendi gli stessi identici del corpo di appartenenza per il quale competono. Fermo restando che nulla impedisce ai ricchi sponsor di intervenire nei casi in cui ci si trovi di fronte a veri e propri campioni.

Ma rispetto ai pochi che ce la fanno, ottengono gloria e compensi straordinari, esiste una stragrande maggioranza di onesti giocatori, corridori, nuotatori, tiratori o quant’altro, che fa sport tutta la vita ma senza riuscire mai a trasformare la propria passione in vera professione.

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