08:04 10 Aprile 2020
Economia
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Alla fine è stato firmato l'accordo commerciale sino-statunitense, il cosiddetto accordo di Fase 1. Trump e Liu He, vice premier cinese, hanno sorriso con gioia alla cerimonia ufficiale, dimostrando che il contenuto dell'accordo soddisfa tutti: si riapre il commercio e si normalizzano i rapporti.

Tuttavia, Xi Jinping non ha partecipato alla sottoscrizione dell'accordo: ciò significa che Trump non ha firmato il suo vittorioso accordo con il leader cinese o con il primo ministro cinese, ma con il suo vice. La Cina sta molto probabilmente cercando di dimostrare il proprio scetticismo nei confronti di tale "coercizione del commercio". Tuttavia, alcuni pensano anche che questa sia una perdita notevole per la Cina e anzi l'inizio della fine di un sistema da essa costruito con così tanta cura.

Trump indora la pillola, sostenendo che "l'armonia tra 2 grandi e potenti nazioni" è fondamentale per il mondo. La Cina acquisterà dagli Stati Uniti prodotti per 200 miliardi di $ entro i prossimi 2 anni. Questo include acquisti fino a 77 miliardi di dollari nel settore manifatturiero, fino a 52 miliardi di dollari in quello dell’energia, fino a 32 nell'agricoltura e fino a 38 nei servizi. Quest’ultimo settore comprende il turismo, i servizi finanziari e i servizi in cloud. Di fatto le importazioni di merci in Cina raddoppieranno.

Cosa ha ottenuto in cambio la Cina? A un primo sguardo sembra che non abbia ottenuto granché. Infatti, non è stato introdotto l’aumento delle barriere tariffarie del 15% del valore di 162 miliardi di dollari e gli Stati Uniti promettono di dimezzare l'attuale dazio del 15% sulle importazioni per un valore di circa 110 miliardi di dollari. Cosa non ha ottenuto la Cina? Non sono state abolite barriere tariffarie introdotte in precedenza per oltre 300 miliardi di dollari. Forse Washington le tiene in serbo per usarle come leva nella seconda fase di negoziati.

La Cina ha fatto enormi concessioni, ma l'astuto vice primo ministro Liu He (in effetti è un brillante esperto di economia mondiale) ha riferito che le nuove corsie preferenziali saranno disponibili non solo per gli Stati Uniti, ma anche per qualsiasi altro partner della Cina. Cioè, la Cina apre i suoi mercati non solo agli Stati Uniti, ma anche a tutti quei Paesi che non sono riusciti a sfondare la difesa "profondamente stratificata" del mercato cinese, comprese le gare d'appalto, i contratti, i nuovi settori produttivi ad elevato contenuto tecnologico. Di questo trarranno vantaggio tutti coloro che si sono preparati in anticipo, che dispongono di esperti propri e che capiscono le logiche esistenti in Cina.

Il fatturato commerciale della Cina per il 2017 (il picco del suo commercio estero) è stato di 1.840 miliardi di dollari. Ciò significa che Washington vuole imporre alla Cina ad acquistare dagli Stati Uniti circa il 30% del totale delle sue importazioni annuali. Mentre fino al 2017 la bilancia commerciale estera con gli Stati Uniti si attestava a circa il 14%, ossia paragonabile al commercio con l'UE e l'ASEAN (la Russia detiene circa il 2,4%), ora è chiaro che aumenterà fino ad almeno il 22-25%, lasciando molto indietro tutti gli altri Paesi.

Per via della guerra commerciale il fatturato commerciale tra Cina e Stati Uniti nel 2019 è sceso del 14,6% e si è attestato a 541,22 miliardi di dollari, di cui 418,5 miliardi di esportazioni dalla Cina verso l'America. Qualora Pechino tornasse ai livelli delle importazioni dagli Stati Uniti del 2017 e a questi aggiungesse altri 200 miliardi di dollari, complessivamente acquisterebbe nell’arco di 2 anni ben 576 miliardi tra beni e servizi. Per quanto impressionante possa sembrare questa cifra, è abbastanza realizzabile, ma renderebbe necessario intensificare la collaborazione con altri partner commerciali, fra cui coloro con i quali la Cina ha stipulato nuovi accordi tra il 2018 e il 2019: ad esempio, Vietnam, India, Argentina, molti Paesi dell’ASEAN e persino la Russia. E qui sorge spontanea una domanda a cui oggi non v'è risposta: gli Stati Uniti continueranno a pretendere una quota del 30% sulle importazioni cinesi?

Le conseguenze dell'accordo non sono così tragiche per l'economia cinese. Nel 2019 il suo PIL nominale annuo era di circa 1.414 miliardi di dollari. Se la Cina conserverà una crescita annua di circa il 6%, potrebbe ammortizzare i dazi statunitensi entro il 2022. Inoltre, la Cina spera che nella prima fase della transazione i dazi sulle merci cinesi vengano parzialmente abbassati fino a circa il 7,5% contro l'attuale 21-25%. Si tratta di una buona notizia per le aziende cinesi, ma è comunque ancora superiore a quella registrata a gennaio 2018 (3%).

Tutto ciò riguarda un solo punto dell’accordo. Vi sono anche da considerare gli stringenti requisiti relativi alla proprietà intellettuale e ai brevetti. Inoltre, la Cina si sta impegnando a non svalutare lo yuan in maniera artificiale e a cominciare invece a rafforzarlo, mentre gli Stati Uniti stanno eliminando la Cina dalla lista dei cosiddetti “manipolatori di valuta”. Questa è una risposta alla brusca svalutazione dello yuan dell'agosto 2019, quando la moneta cinese ha oltrepassato la soglia psicologica di 7 yuan per dollaro, il che ha formalmente corretto un altro squilibrio nel commercio estero cinese.

La domanda principale è: perché la Cina ha comunque accettato la maggior parte delle condizioni proposte dagli USA? In teoria, Pechino avrebbe potuto assumere una posizione difensiva forte, contrapporsi agli Stati Uniti, richiamare gli alleati di cui dispone in buona quantità e, infine, attuare un chiaro sistema economico bipolare. Tuttavia, questo avrebbe significato una transizione a un modello economico differente per la Cina. Di conseguenza, avrebbe minacciato persino la stabilità della Cina, un Paese in cui la popolazione si è abituata a diventare gradualmente sempre più ricca, ad avere fiducia nelle autorità, a lavorare per i mercati esteri a concorrere a livello economico e non politico. 

Anche senza esercitare una dura opposizione è apparso chiaro che gli aumenti dei dazi, sia diretti che reciproci, avevano colpito l'economia nazionale. Nel 2019 stando ai risultati preliminari annunciati dall'Ufficio nazionale cinese di statistica l'economia è cresciuta solo del 6,1%. Sebbene una crescita simile possa essere motivo d’invidia per molti Paesi, si tratta del tasso più basso per la Cina negli ultimi 29 anni. La produzione industriale è cresciuta del 5,7% contro il 6,2% del 2018, mentre le vendite al dettaglio sono cresciute dell'8% contro il 9%.

Da un punto di vista formale, non era un grosso problema. Ma non si tratta solo di rallentare la crescita. Infatti, un duro scontro avrebbe destinato al fallimento i progetti cinesi rivolti sia al mercato interno sia a quelli esteri. La Cina sta adottando una tattica ispirata all’“Arte della guerra” di Sun Tzu e Wu Tzu: l’acqua che scorre tra le pietre è invulnerabile e flessibile. In generale, la tattica consiste nel "cedere ora per vincere poi".

Un'altra domanda da porsi è perché Washington ha colpito la Cina proprio adesso? Dopotutto la Cina non aveva grandi problemi con gli Stati Uniti, finché Pechino operava all’interno del sistema economico imposto dagli USA. Anzi, la Cina è cresciuta proprio grazie all’astuto utilizzo che ha fatto del sistema economico-commerciale occidentale. Tuttavia, è impossibile essere un Paese a tutti gli effetti indipendente finché ci si basa su un modello controllato da altri. Per questo, a partire dalla metà degli anni ’10 la Cina ha cominciato a costruire attivamente un sistema proprio.

Per far ciò ha provveduto alla creazione di un sistema bancario e finanziario parzialmente alternativo, all’attuazione di progetti infrastrutturali indipendenti nell’ambito dell’iniziativa della Nuova via della Seta. Inoltre, di fondamentale importanza è che la Cina sia passata da fabbrica del mondo a potente attore politico con una propria visione del globo. Attorno alla Cina si è gradualmente venuto a creare un circolo di partner che hanno cominciato a migrare da Washington verso Pechino. Inoltre, la Cina ha iniziato a promuovere attivamente i suoi standard high-tech invadendo un settore dominato dagli USA. È stato allora che gli Stati Uniti hanno reagito, cercando di riportare Pechino in seno del modello americano.

Un anno fa molti esperti cinesi ritenevano che si trattasse di attriti del tutto normale, seppur su grande scala, i quali potevano comunque essere risolti tramite estenuanti trattative. Tuttavia, dopo poco la situazione è apparsa per quella che era: gli attriti commerciali erano solo uno dei tasselli della politica a lungo termine messa in opera dagli Stati Uniti per limitare l'influenza crescente della Cina. Washington sta contrastando Pechino su tutti i fronti: parallelamente alle sanzioni commerciali è in corso un vero e proprio attacco a giganti tecnologici come Huawei, ZTE e molti altri per impedire la diffusione dei prodotti innovativi cinesi nel mondo.

La Cina è accusata di violare i diritti umani. Questo contribuisce a creare l’immagine di un Paese che partecipa allo spionaggio tecnologico ed economico. In sostanza, tutto ciò rende la Cina un “Paese tossico”. E qui non è più una questione commerciale. È una vera e propria lotta per il futuro globale.

Che cosa ha sbagliato la Cina, come si è trovata in questa situazione pur avendo un'economia così sviluppata?

Sembra che le cause siano le stesse che si osservavano anche prima dell’invasione delle potenze occidentali in Cina, ossia durante le Guerre dell’oppio (tra il 1839 e il 1860). Nel primo ventennio del XIX per quota di PIL mondiale era il primo Paese al mondo e si produceva da sola quasi tutto, ad eccezione probabilmente delle armi. In quel momento la Cina peccò di arroganza: l’Impero celeste di fatto non considerò il mondo esterno e a tutti i Paesi vicini propose il proprio modello di supporto finanziario e amministrativo in cambio di fedeltà incondizionata. Questo modello unilaterale di “diplomazia asiatica” che non lasciava spazio per il mondo esterno è fallito una volta scontratosi con i sofisticati Paesi occidentali.

In pochi anni la Cina perse la sua indipendente e la sua economia ben sviluppata non fu di alcun aiuto. Adesso la situazione potrebbe essere la medesima con le necessarie riserve del caso ovviamente: la Cina era così fiduciosa nella bontà dell’iniziativa della Nuova via della Seta e l’ha promossa in maniera così significativa che non ha più prestato attenzione che il Paese fa ancora parte di un modello economico totalmente diverso. Bisogna ammettere che gli Stati Uniti vantano grandi esperti che sanno bene quale sia il punto più debole della Cina.

In sostanza, la Cina è stata costretta ad acquistare tipologie di merci definite in maniera rigorosa (nell’accordo sono stati specificati tutti i prodotti sottoposti a restrizione) senza alcuna possibilità di esercitare operazioni di concorrenza, indire gare d’appalto o rifarsi a contratti sottoscritti in precedenza dalla Cina con altri Paesi. Una controversia simile insorta tra due Stati membri dell’OMC è assai strana. E dovrebbe mettere in guardia gli altri Paesi: potrebbe succedere lo stesso anche a loro. Gli USA sono riusciti anche in un altro obiettivo: dimostrare che detengono il controllo della situazione geopolitica dal momento che tengono in punto un gigante economico come la Cina. Questo deve essere un segnale anche per gli altri Paesi che, a detta degli USA, si sarebbero avvicinati troppo alla Cina.

Quello che però ora ci preoccupa è se questi sviluppi avranno o meno un impatto sulla Russia. Dobbiamo prepararci a vedere un mercato cinese sempre più feroce e concorrenziale. Alcune società russe del settore alimentare sono riuscite a sfruttare un ventaglio di opportunità e ad entrare sul mercato cinese. Noi, ad esempio, abbiamo incrementato notevolmente le forniture di soia e pesce surgelato (per un totale di 250 milioni di dollari e 1,5 miliardi di dollari rispettivamente nel 2018), ma la situazione è complessa. Da contratto la Cina è tenuta ad acquistare annualmente dagli USA soia per 18,8 miliardi di dollari, prodotti ittici per 1,48 miliardi e farina per 1,4 miliardi. Siamo tutelati dalle brusche fluttuazioni in termini di forniture di greggio e gas in Cina grazie a contratti a lungo termine. Tuttavia, appare già evidente che a breve proprio gli USA diverranno il principale fornitore di energia della Cina. Rallenta anche la crescita del fatturato commerciale sino-russo: stando al bilancio preventivo per il 2019 il fatturato si è attestato a 110,75 miliardi (ossia, ha registrato una crescita del 3,4% rispetto al 2018).

In questi 18 mesi di contrasti la Cina si è comportata in maniera estremamente cauta e responsabile. È la prima a non voler distruggere l’attuale sistema commerciale in quanto ne è parte integrante: dopotutto, proprio grazie a questo sistema la Cina negli ultimi anni si è dotata di un’infrastruttura logistica innovativa. La Cina ha imparato molto e probabilmente ha tratto le proprie conclusioni. Ci attendono importanti negoziati sulla seconda fase dell’accordo i quali concerneranno il sistema stesso alla base dello sviluppo economico della Cina. E per l’Impero celeste questa è una faccenda molto seria.

La Cina del resto ha un’ottima memoria storica. Dobbiamo aspettarci che prepari una risposta i cui effetti vedremo solamente nel lungo termine.

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