02:01 21 Settembre 2020
Economia
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Di recente i Paesi dell’OPEK+ hanno nuovamente convenuto di ridurre l’estrazione di 500.000 barili al giorno.

Da un lato, è un bene che tutte le parti siano giunte a un compromesso e abbiano stabilizzato la situazione sul mercato. Dall’altro, questa situazione dà adito a vari dubbi: sì, i volumi della nuova riduzione non sono poi così importanti (per la Russia si tratta di meno dell’1% dell’intero volume di estrazione), ma non si tratta certo della prima riduzione in tal senso. E poi cosa accadrà? Forse i Paesi dell’OPEK+ continueranno a ridurre la propria produzione a favore di nazioni e società terze?

Nel settore petrolifero e, in particolare nella sua configurazione attuale, è impossibile fornire una risposta precisa alla domanda “cosa accadrà poi?”. Tuttavia, vi sono motivi per credere che l’anno venturo non sarà affatto facile, ma di certo un anno decisivo per il comparto: infatti, già nel 2012 la situazione migliorerà.

Ma nel 2020 le restrizioni di cui agli accordi in seno all’OPEK+ dovranno essere mantenute (al momento gli accordi sono stati prorogati con un aumento delle riduzioni di estrazione rispetto al primo trimestre del 2019) e probabilmente anche incrementate. Di cosa è sintomo questo sviluppo degli eventi?

Per prima cosa prendiamo in esame le cifre: la produzione mondiale di petrolio (incluse anche le frazioni più leggere) si attesta intorno ai 95 milioni di barili al giorno, la crescita annuale della domanda è di circa 1 milione di barili al giorno (ossia circa l’1% annuo). Cresce anche l’offerta, talvolta anche più rapidamente della domanda. Questo ha portato l’OPEK e poi l’OPEK+ a introdurre delle restrizioni. Le cifre a tal proposito non sono precise: ad esempio, dipendono dal modo in cui si calcolano le frazioni leggere, se si utilizzano le tonnellate o i barili (in quanto la densità del petrolio è differente). Dunque, talvolta le statistiche differiscono di centinaia di migliaia di barili. Tuttavia, il quadro generale della situazione è quello esposto.

Adesso prendiamo in esame una previsione a breve termine (al 2020) dell’incremento delle estrazioni, pubblicata di recente dalla società Rystad Energy. I risultati evidenziano un aumento record di estrazione dei Paesi non appartenenti all’OPEK: in un anno hanno estratto 2,2 milioni di barili in più al giorno.

Tali volumi si compongono di estrazioni statunitensi (1,2 milioni di olio di scisto e prodotti di derivazione offshore), brasiliane e norvegesi. In misura minore si registra un aumento del Canada. L’astro nascente è invece la Guyana che prevede di estrarre 750.000 barili al giorno entro il 2025.

In tale congiuntura osserviamo già dei volumi eccedentari che influenzeranno i prezzi. Qui è necessario fare un monito. Alla luce della riduzione dei lavoratori presso gli impianti di trivellazione negli USA è altamente probabile che le previsioni riguardanti lo scisto statunitense siano eccessivamente ottimistiche. Tre mesi fa il numero di impianti in un anno era calato del 20%, da 885 a 712 unità. Al tempo si pensò di aver toccato il fondo. Ma da allora il calo ha continuato: oggi sono in funzione 667 impianti. Probabilmente il vero “fondo” lo stanno toccando ora dato che il calo si è interrotto: anzi la scorsa settimana vi è stato un aumento di numero 4 impianti. Ma questi calcoli non sono esatti.

Per estrarre lo scisto è necessario continuare a trivellare. Per questo, sarebbe strano se a fronte di un calo così importante si fossero registrati gli stessi ritmi di estrazione dell’anno uscente (più di 1 milioni di barili al giorno). Sì, bisogna considerare anche i cosiddetti DUC, o pozzi perforati ma non completati (quando un pozzo è pronto e non ha bisogno di un impianto di trivellazione ma aspettano la fratturazione idraulica per dare avvio all’estrazione). Da non dimenticare è anche il fattore legato al processo tecnico-scientifico che però è stato in larga misura recuperato nel 2015 quando le società dovettero sopravvivere in un contesto in cui i prezzi erano estremamente bassi.

Ad ogni modo, l’ultima previsione di un’altra società, la IHS Markit, sembra più verosimile: si prevede un aumento del volume di scisto di soli 440.000 barili.

In questo caso (ossia qualora l’estrazione negli USA si attesti a circa 500.000 barili), la crescita mondiale dell’offerta scenderà fino a 1,5 milioni di unità. Questo, considerato l’aumento della domanda (1 milione di barili) produrrà volumi eccedentari di offerta di soli 500.000.

Questo, tra l’altro, corrisponde anche al volume dell’ultima riduzione in seno all’OPEK+. (Si consideri a latere che alcuni Paesi hanno persino superato i loro piani di riduzione e probabilmente porteranno avanti questa tendenza anche con le nuove restrizioni).

Ma, dunque, cosa succederà dopo il 2020?

È difficile fare previsioni sullo scisto. La stessa IHS Markit prevede di fatto un’assenza di crescita nel 2021 con una lenta ripresa successiva. Rystad Energy in generale è più ottimista: persino con il greggio WTI a 45 (!) dollari al barile l’estrazione di scisto smetterà solamente di crescere, ma non subirà alcun calo. Ad ogni modo, nessuno prevede un calo dell’estrazione di scisto. Ma il volume dell’estrazione di scisto, seppur con un leggero ritardo, è in funzione dei prezzi del greggio i quali, a loro volta, dipendono da una serie di altri fattori.

Trivellazioni nel Bacino Permiano, che si estende tra Texas e New Mexico
© AFP 2020 / PRNewsFoto/Redhawk Investment Group

In tal senso è ben più prevedibile una seconda fonte chiave della nuova offerta, come osservato più sopra: ossia l’estrazione in mare aperto in diverse aree.

È molto più semplice fare previsioni su questa tipologia di estrazione che su quella dello scisto. In generale si tratta di progetti a lungo termine con tempistiche e volumi definiti. E, qualora in fase di lancio non si verifichino eventi di forza maggiore, non vi sono ragioni per cui dubitare della previsione. Va detto che l’estrazione in mare aperto costituisce già circa un terzo (27 milioni) di tutto il greggio prodotto. Inoltre, proprio questa tipologia di estrazione registra il maggiore aumento in termini di offerta poiché i principali giacimenti terrestri sono esauriti e i nuovi investimenti sulla terraferma vanno piuttosto a compensare il calo registrato sui territori tradizionali di estrazione. (Ad eccezione forse dell’estrazione in Medio Oriente che è però contenuta dall’accordo OPEK+). In tal contesto è interessante che già nel 2020, stando alle previsioni di una società di analisi, la Sanford Bernstein, l’estrazione in mare registrerà il suo culmine e nel 2021 comincerà a calare.

In conclusione: 95 milioni di barili a livello mondiale, 1 milione in media è la crescita annuale della domanda. L’anno prossimo l’offerta crescerà di 1,5-2 milioni. I restanti 500.000 barili o poco più sono già stati compensati dall’OPEK+.

Nel 2021 non vi sarà alcun incremento dell’estrazione in mare aperto (vengono lanciati nuovi progetti, ma vanno solamente a compensare il calo di quelli già avviati), si osserverà invece un calo (fino quasi a zero) dei ritmi di crescita dell’estrazione di scisto. Dunque, il 2020 sarà probabilmente uno degli anni più difficili per l’OPEK+: l’estrazione in mare registrerà un incremento notevole e per inerzia anche il comparto dello scisto statunitense continuerà ad aumentare le estrazioni.

Ciò non significa che dopo il 2020 i prezzi cominceranno a crescere. Chiaramente, il futuro è incerto: bisogna considerare anche i volumi di crescita della domanda (in tal senso ci potrebbe essere una crisi che annullerebbe la crescita della domanda) e una graduale rimozione delle restrizioni imposte dall’OPEK+. Anche lo scisto si riprenderà qualora i prezzi cresceranno al di sopra dei 75 dollari al barile. Già ora sono in fase di avvio nuovi progetti per l’estrazione in mare. E i più ferventi sostenitori della trasformazione energetica prevedono un picco della domanda del greggio già nel 2030, se non prima.

Si può osservare altresì che l’assetto odierno, in cui i prezzi oscillano tra i 55 e i 75 dollari e in cui l’OPEK+ compensa i volumi di estrazione dello scisto incrementando o diminuendo la loro quota sul mercato, potrebbe protrarsi per decenni. Tuttavia, speriamo che venga meno l’obbligo di aumentare continuamente le restrizioni imposte dall’OPEK+ per contenere i prezzi.

di Aleksandr Sobko

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