16:13 08 Luglio 2020
Economia
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Huawei ha lanciato il suo nuovo smartphone che non presenta alcun chip di provenienza statunitense. Questo è stato confermato dagli esperti di UBS e della società giapponese Fomalhaut Techno Solutions i quali hanno analizzato lo smartphone Mate30 Pro.

È stato rilevato che i chip impiegati per la sua produzione sarebbero di origine cinese o europea.

In passato Huawei impiegava componenti statunitensi ad alto valore tecnologico. Le società Qorvo Inc. e Skyworks Solutions Inc. fornivano i chip utilizzati per connettere gli smartphone ai ripetitori. Broadcom forniva i componenti per il Wi-Fi e il Bluetooth, mentre Cirrus Logic Inc. quelli per riprodurre i suoni. Tale collaborazione era vantaggiosa per entrambe le parti. Huawei poteva utilizzare componenti ad alto valore tecnologico, mentre i partner statunitensi avevano un grande volume di commesse garantite. L’anno scorso Huawei ha acquistato componenti statunitensi per un volume totale di 11 miliardi di dollari.

Tuttavia, dopo che la società è stata inserita nella blacklist del Ministro USA del Commercio, Huawei ha cominciato a cercare nuovi fornitori. L’inserimento nella blacklist significa che i partner statunitensi sprovvisti di apposita licenza non hanno facoltà di vendere a Huawei i propri prodotti. In verità, il Ministro USA del Commercio ha già prolungato le licenze temporanee per la terza volta: stavolta l’ha fatto con il pretesto di tutelare gli interessi degli operatori di telecomunicazioni locali che non possono permettersi di rinunciare d’improvviso alle apparecchiature Huawei. In precedenza le licenze erano state prolungate su richiesta delle società statunitensi, fra le quali figurano anche giganti come Intel e Qualcomm che non volevano perdere un cliente così importante come Huawei.

Huawei ha dichiarato di essersi preparata ad affrontare le sanzioni statunitensi subito dopo l’incidente con un’altra società cinese, la ZTE, che aveva subito enormi perdite per via delle restrizioni imposte da Washington sulle sue attività negli USA. Allora fu chiaro che dipendere dai fornitori statunitensi rendeva la società molto vulnerabile e che, se Huawei non avesse trovato tempestivamente opzioni alternative per la fornitura e la produzione di componentistica, sarebbe stata di fatto schiacciata dall’amministrazione statunitense.

La mancanza di componentistica statunitense nel nuovo smartphone cinese è sintomo del fatto che Huawei ha affrontato molto velocemente la criticità insorta. Lo studio di UBS e di Fomahault Techno Solutions ha dimostrato che i componenti più complessi a livello tecnologico sono stati prodotti dalla società olandese NXP Semiconductors NV. La maggior parte dei chip sono di produzione cinese, della società HiSilicon. Dunque, Huawei sta tutelando con successo i propri interessi, ma deve lavorare ancora sulla sua indipendenza tecnologica, sostiene Zheng Anguang, esperto del Centro di relazioni internazionale dell’Università di Nanchino.

“A mio avviso, la cosiddetta guerra fredda tecnologica che stanno conducendo gli USA si fonda precipuamente su ragioni politiche e non economiche. Le imprese e i produttori cinesi devono mantenere il sangue freddo ed essere calcolatori. Da un lato, devono sviluppare tecnologie proprie dei quali diritti di proprietà intellettuale saranno titolari esclusivi perché, se in futuro si verificasse un altro incidente come quello di ZTE, vi sarebbero gravi conseguenze sull’assetto produttivo e tecnologico delle imprese cinesi. Dall’altro lato, le imprese cinesi devono anche trovare modalità per garantirsi una tutela normativa. Ad esempio, qualora determinate disposizioni approvate dal governo USA non siano in linea con le normative stabilite dalla legislazione statunitense, sarà necessario risolvere il problema adendo le vie legali. Inoltre, ritengo che in fin dei conti si tratti dei rapporti commerciali tra due nazioni sovrane, la Cina e gli USA. Probabilmente per risolvere la questione a livello generale sarà necessario fare affidamento alla potenza della nazione stessa. Temo che una o due società private non abbiano la forza per contrastare un’intera nazione”.

Gli USA non si vergognano di utilizzare tutto il potere nelle loro mani contro una società privata. I dirigenti di Stato USA viaggiano in tutto il mondo per convincere i propri alleati della necessità di evitare Huawei. Ai Paesi sviluppati gli USA promettono di interrompere qualunque cambio di informazioni nel caso in cui le reti di telecomunicazioni degli alleati prevedano strumentazione di produzione cinese. Per i Paesi meno sviluppati, invece, saranno probabilmente elaborati nuovi stimoli a livello finanziario. La U.S. International Development Finance Corporation, creata l’anno scorso per finanziare lo sviluppo di Paesi a reddito basso e medio, è pronta a versare parte del suo budget di 60 miliardi per sostituire la strumentazione Huawei nei Paesi a più basso reddito.

Inoltre, gli USA stanno valutando la possibilità di estendere le sanzioni ai danni di Huawei. Il Ministro USA del Commercio infatti sta valutando le modalità di contrasto all’esportazione di componentistica proveniente da Paesi terzi e diretta a Huwaei. Una delle opzioni è vietare le forniture di componentistica proveniente da Paesi terzi dove siano validi i diritti statunitensi di proprietà intellettuale.

Il colpo di grazia per Huawei potrebbe essere l’inserimento nella blacklist SDN (Specially Designated Nationals). L’inclusione in tale elenco impedirebbe alla società di effettuare qualsivoglia pagamento in dollari USA. In verità, fino ad oggi gli USA stanno evitando di ricorrere a quella misura, perché questa si ritorcerebbe loro contro. Infatti, gli USA hanno ad esempio inserito in tale lista il colosso russo dell’alluminio Rusal, ma poco dopo hanno rimosso le sanzioni imposte alla società.

Dunque, per ora gli USA possono esercitare pressioni limitate sull’attività di Huawei: non riusciranno comunque a convincere il resto del mondo a boicottare Huawei. Dopotutto, altri Paesi devono tutelare i propri interessi commerciali, sostiene l’esperto.

“Non penso che gli USA riusciranno a controllare interamente le esportazioni degli altri Paesi verso la Cina. Gli altri Paesi nello sviluppo delle loro relazioni economico-commerciali sono guidati dai propri interessi. Al mondo sono moltissimi i Paesi a intrattenere con la Cina solide relazioni commerciali. Gli USA non riusciranno a minare tali legami: infatti, la Cina è comunque la seconda economia più grande del mondo e il maggior colosso a livello commerciale. Dunque, non penso che gli USA ce la faranno nel loro intento”.

In generale, il tentativo degli USA di contenere lo sviluppo della Cina e delle sue imprese sta sortendo l’effetto opposto: infatti, la Cina sta rafforzando le proprie competenze in ambito tecnologico.

Volgendo lo sguardo indietro nel tempo, una situazione simile si è verificata negli anni ’30. Come scrive Martin Chorzempa del Peterson Institute for International Economics, all’epoca il leader mondiale nella produzione di caucciù sintetico era la società tedesca IG Farben. Le autorità tedesche vietarono alla società di esportare tecnologie strategiche agli USA.

Allora gli USA cominciarono a lavorare per sostituire le tecnologie tedesche e nell’arco di qualche anno ci riuscirono. Di conseguenza, all’inizio della Seconda guerra mondiale la Germania non era più la sola a detenere le tecnologie per la produzione di caucciù sintetico, un materiale strategico all’epoca. Il tentativo di tutelare le proprie tecnologie portò alla perdita del vantaggio competitivo della Germania: infatti, anche in altri Paesi fecero la loro comparsa tecnologie analoghe. È interessante che oggi gli USA non vogliano imparare dalla loro storia.

Tags:
tecnologie, USA, Cina
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