18:04 11 Agosto 2020
Economia
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L’UE sta ventilando la possibilità di introdurre una “tassa sul carbonio”. Si prevede di imporre delle sanzioni sui beni provenienti da nazioni le quali, secondo il legislatore europeo, non ridurrebbero a sufficienza le proprie emissioni.

Contro questa iniziativa si è scagliata la Cina la quale ritiene che questo possa ridurre le opportunità finanziarie di contrasto alle emissioni. Tra l’altro, la Cina conta di raggiungere la cosiddetta neutralità di carbonio entro il 2050 e di diventare leader mondiale in termini di azzeramento dell’impronta di carbonio, si legge nel rapporto della Energy Transitions Commission.

Lotta per il clima o guerra commerciale?

L’UE è la più attiva sul fronte dell’imposizione di quote e sanzioni in materia ambientale. Infatti, già nel 2012 ha consegnato alle compagnie aree le norme ETS (Sistema per lo scambio delle quote di emissione). Ciò vuol dire che a ogni compagnia aerea che effettui sorvoli sul territorio dell’Unione è conferita una data quota di emissioni di CO2.

L’85% delle quote è concesso a titolo gratuito, la compagnia è tenuta al pagamento solo del 15%. Al tempo 26 nazioni (fra cui Russia, Cina, USA e India) si opposero a tali norme. Le compagnie aeree statunitensi tentarono persino di opporsi all’introduzione delle quote intentando un’azione legale, ma la Corte di giustizia dell’UE si pronunciò in favore delle quote.

Al momento molti Stati membri dell’UE prevedono di imporre ulteriori sanzioni sui biglietti aerei. Il Ministero francese dei Trasporti ha annunciato di voler introdurre a partire dal 2020 una tassa ambientale sui voli aerei: su ogni biglietto verrà raccolta una somma compresa tra 1,5 e 18 euro. Anche la Germania intende introdurre una tassa ambientale sui voli interni. Progetti analoghi li ha anche l’Olanda. Inoltre, il legislatore europeo desidera introdurre accise anche sul cherosene utilizzato dagli aerei.

Ora Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea e commissario europeo per il clima, propone anche di introdurre una tassa generale del carbonio sui beni da importazione provenienti da nazioni che non stanno facendo abbastanza per ridurre le emissioni. Secondo il progetto del legislatore europeo, la tassa servirà a livellare i loro vantaggi concorrenziali con i produttori europei i quali devono sostenere maggiori oneri per garantire la sostenibilità del proprio processo produttivo.

Come ha osservato il viceministro cinese dell’Ecologia e dell’Ambiente, tali misure di concerto con l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi renderanno vani gli sforzi profusi nella lotta alle emissioni. Infatti, le nazioni disporranno di meno risorse finanziarie da allocare per le attività in ambito ecologico. Per non parlare poi del fatto che questa condotta è in contrasto con lo spirito dell’Accordo di Parigi il quale vuole che i Paesi avanzati debbano investire più degli altri nella lotta comune alle emissioni. In tal modo, l’UE con il pretesto della lotta per l’ambiente sta di fatto adottando misure protezionistiche che difendono i propri interessi commerciali, sostiene l’esperto dell’Università popolare cinese Zhou Rong.

“L’UE già nel 2012 ha introdotto la tassa di carbonio sui voli che partono e arrivano in UE. Cina, USA, Russia, India e altre 26 nazioni erano contro tale misura. Chiaramente la nuova tassa la cui introduzione è oggetto di dibattito è la naturale continuazione di quella sui voli. In sostanza, è stato esteso l’ambito di applicazione delle tasse. Qualora taluni beni provengano da nazioni le quali in materia ambientale non rispettino le norme europee, su tali beni saranno imposte sanzioni. A mio avviso, il risultato sarà analogo a quello delle guerre commerciali. L’UE maschera questo suo fine sotto il pretesto della lotta alle emissioni di CO2, ma in realtà sta semplicemente conducendo una battaglia sul fronte economico. La Cina probabilmente entro il 2050 riuscirà a soddisfare i criteri europei. Dunque, fino a quel momento tutti i prodotti cinesi potranno essere oggetto di sanzioni. Questo avrà un impatto estremamente negativo sulle relazioni economico-commerciali tra UE e Cina. Tali provvedimenti in materia ambientale non faranno che danneggiare la cooperazione bilaterale. Chiaramente si tratta di misure che non danneggiano solamente la Cina, ma anche gli USA, la Russia, l’India, il Giappone, il Brasile e altri Paesi. Bisogna considerare che il grado di sviluppo degli Stati membri dell’UE è diverso. In particolare, gli Stati dell’Europa orientale non riusciranno a soddisfare questi criteri ambientali a breve. Dunque, tali misure colpiranno sia Paesi esterni alla comunità sia Stati membri dell’UE stessa. Non si può sapere con certezza, ma credo che i 27 Stati faticheranno a raggiungere un accordo. Tali sanzioni aumenteranno i costi commerciali, dunque si avrà un impatto negativo sui rapporti commerciali dell’UE con gli altri Paesi, nonché si registrerà una risposta da parte del mondo esterno”.

È del tutto naturale che la Cina sia preoccupata per le eventuali sanzioni europee. In primo luogo, l’UE è il secondo maggiore mercato di distribuzione dei prodotti cinesi. Secondo le statistiche per l’anno 2018, il fatturato tra Cina e UE si è attestato a 604 miliardi di dollari, mentre il fatturato tra Cina e USA nello stesso periodo a 633 miliardi. Inoltre, in base al volume di emissioni la Cina rimane sempre il maggiore produttore al mondo di gas serra. L’anno scorso il Paese ha prodotto 14 gigatonnellate, ossia due volte tanto i volumi prodotti da USA o UE. Tuttavia, considerato il volume di emissioni pro capite si ottiene un valore analogo a quello dell’UE.

Soldi o aria pulita?

La Cina comprende la necessità di tutelare l’ambiente: infatti, durante la 19a sessione del Partito comunista cinese il presidente Xi Jinping ha parlato della necessità di forzare una riforma del sistema ambientale. La Cina è pronta a collaborare a livello internazionale in materia ambientale. Il Paese ha ratificato l’Accordo di Parigi sul clima che ha sostituito il Protocollo di Kyoto. I partecipanti all’Accordo si sono impegnati a evitare entro il 2100 l’innalzamento delle temperature medie sul pianeta di più di 2°C.

La Cina nell’ambito dell’Accordo si è impegnata a incrementare fino al 20% la quota di fonti di energia rinnovabili nel mix energetico entro il 2030. Entro lo stesso periodo si prevede anche la riduzione dell’intensità di carbonio sul PIL del 60-65% rispetto ai livelli del 2005. L’intensità di carbonio è il rapporto del volume di emissioni di CO2 rispetto al PIL di un Paese. Si prevede, infine, anche un aumento dei volumi di risorse boschive di circa 4,5 miliardi di metri cubi rispetto al 2005.

Secondo alcuni parametri la Cina sarebbe avanti con la tabella di marcia. Infatti, ad esempio, come ha dichiarato il ministro cinese dell’Ecologia e dell’Ambiente, l’intensità di carbonio nel 2018 si è già ridotta del 48,5% sebbene da tabella di marcia tale risultato si sarebbe dovuto raggiungere due anni più tardi. Tuttavia, non si riuscirà ad annullare l’impronta di carbonio entro la metà del secolo. La Cina è un enorme Paese in via di sviluppo con peculiarità socio-economiche proprie, sostiene Zhen Tingying, esperto del Comitato per le strategie di sviluppo sociale presso l’Associazione cinese per lo sviluppo.

“La Cina è un Paese in via sviluppo, è il più grande Paese industriale. Se la Cina tentasse di azzerare la propria impronta di carbonio entro il 2050, è difficile persino ipotizzare le difficoltà che si troverà ad affrontare. Sebbene le tecnologie green al mondo continuino a migliorare e gli investimenti nel settore aumentino in particolare in Cina, l’obiettivo di azzerare l’impronta di carbonio entro il 2050 non è fattibile per le potenzialità di sviluppo del Paese. Obiettivi più fattibili porterebbero più vantaggio alla comunità cinese. Il principale ostacolo alla riduzione delle emissioni è lo scetticismo della società verso il riscaldamento globale: si pensi, ad esempio, al presidente USA Donald Trump, agli scettici dell’UE e così via. Vi sono intere forze politiche che non si possono ignorare. Dal punto di vista economico, il tentativo di azzerare l’impronta di carbonio andrebbe a colpire molti comparti produttivi. Per diversi Paesi questo è inaccettabile. Significherebbe perdere posti di lavori, stimolare la povertà e rallentare la crescita economica. Il malcontento crescerebbe e la popolazione incolperebbe chiaramente le politiche ambientaliste. Dunque, con l’ausilio del legislatore, di una politica adeguata e di misure economico-finanziarie sarebbe necessario ristabilire la giustizia sociale. Si tratta di una sfida che dovranno inevitabilmente raccogliere tutti i Paesi”.

La Cina ci sta provando

Anche se la Cina non riuscirà a raggiungere il suo obiettivo entro il 2050, potrà comunque diventare leader mondiale nella riduzione di gas serra. Già ora la Cina è leader assoluto nella produzione di pannelli solari.

L’Ente statale cinese per l’energia già nel 2018 ha dichiarato che il Paese entro il 2020 avrebbe investito 2,5 trilioni di yuan in energia rinnovabile. I fondi serviranno precipuamente per sviluppare centrali eoliche e idroelettriche, centrali solari e nucleari. Il piano quinquennale per lo sviluppo energetico di qui al 2020 prevede di quintuplicare la potenza delle centrali solari. A tal fine è stato investito un trilione di yuan.

Nuova energia, nuova coscienza

Tuttavia tutti questi sforzi non sarebbero efficaci senza l’aiuto delle persone, dell’adeguamento del loro stile di vita alla contingenza ambientale. Dieci anni fa in più di 40 città pilota cinesi si è cominciata a praticare in maniera obbligatoria la raccolta differenza. In quell’anno le autorità cinesi hanno presentato degli emendamenti alla legislazione in materia ambientale secondo i quali la raccolta dei rifiuti sarebbe diventata obbligatoria ovunque nel Paese. Insegnare a una popolazione così vasta una unica metodologia di raccolta dei rifiuti non è un compito semplice. Per diverso tempo la gente non sapeva in che cassonetto finissero determinati rifiuti.

A Shanghai vigono rigide norme per la raccolta e chi le infrange può essere obbligato a pagare anche fino 200 yuan, mentre le società anche fino a 50.000 yuan. In loro aiuto è arrivata la tecnologia. Alibaba ha già elaborato un mini software che aiuta le persone a differenziare in maniera corretta i rifiuti. Mentre JD.com ha sviluppato un’app basata sull’IA che grazie alle fotografie determina come riciclare il rifiuto.

Questo è un altro effetto economico della politica ambientalista di cui hanno parlato nel rapporto della Commissione sul passaggio alle energie pulite. Gli ingenti investimenti in tecnologie ambientali pulite portano allo sviluppo innovativo di soluzioni che a loro volta contribuiscono alla crescita economica.

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