16:52 08 Dicembre 2019
Investimenti

Investimenti Esteri, CGIA: Italia fanalino di coda d'Europa

© Sputnik . Roman Galkin
Economia
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L'Italia è penultima in Europa per investimenti esteri sul territorio. La poca attrattività del Paese è dovuta alle barriere in entrata del mercato, alla burocrazia e incertezza politica, secondo il Cgia.

In una nota del suo Ufficio studi, la Cgia sottolinea che “non siamo un Paese attrattivo per gli investitori stranieri”. L'Italia sarebbe un Paese poco attrattivo per gli imprenditori stranieri, in cui è difficile "fare impresa" per le difficoltà ad entrare nel mercato, si legge nella nota.

“Purtroppo, le tante problematiche a cui sono sottoposti quotidianamente i nostri imprenditori hanno innalzato nel tempo una ipotetica barriera d’ingresso che ‘dirotta’ altrove gli interessi degli investitori esteri”, scrive Cgia.

Avversione culturale verso le imprese

“C’è una avversione culturale verso il mondo delle imprese – prosegue la Cgia di Mestre -. D’altronde, con tante tasse, una burocrazia asfissiante, poca certezza del diritto, una giustizia civile lenta e poco efficiente, tempi di pagamento della nostra Pubblica Amministrazione tra i più elevati d’Europa e un deficit infrastrutturale spaventoso, non c’è da meravigliarsi se l’Italia si colloca al penultimo posto nell’Unione Europea per gli Investimenti Diretti Esteri (IDE). Nel 2018, infatti, questi ultimi ammontavano al 20,5 per cento del Pil, pari a 361,1 miliardi di euro. Tra i paesi dell’Unione Europea monitorati dall’Ocse, solo la Grecia registra un risultato peggiore del nostro”.

“Pertanto, con pochi investimenti stranieri e molte holding in procinto di lasciare l’Italia, come fa la politica nazionale a sottovalutare questi segnali così preoccupanti? Premesso che, ad esempio, ArcelorMittal, Embraco, Whirlpool e molte altre multinazionali non sono certo delle onlus, ma delle realtà fortemente determinate a perseguire i propri interessi spesso in barba agli accordi preventivamente sottoscritti con le parti sociali, è altrettanto evidente – dichiara Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia  – che le responsabilità di un loro possibile addio vanno ricercate anche in un clima generale di avversione nei confronti delle aziende presenti nel nostro Paese. In Italia, infatti, si avverte in molti strati della società e della Pubblica Amministrazione una cultura del sospetto verso gli imprenditori che condiziona negativamente la crescita e lo sviluppo”.

Quante sono le multinazionali in Italia?

L'Italia continua ad essere un paese di PMI, con un numero ridotto di multinazionali estere che operano sul territori. Lo rivela l'Istat che secondo gli ultimi dati disponibili, risalenti al 2017, ha riscontrato solo 15.000 sedi aziendali, che impiegano poco più di 1.350.000 addetti per un fatturato annuo di 572,3 miliardi di euro.

Tuttavia grande non è sinonimo di solido e stabile. Sono diverse le multinazionali estere in piena crisi aziendale, che hanno provocato ingenti problemi occupazionali. A partire dalla Whiepool a Napoli e dal caso eclatante di ArcelorMittal a Taranto, Poi Bekaert (Incisa Valdarno – Fi), Bosch (Bari), ex-Embraco (Riva di Chieri – To), Unilever (Verona). Anche i marchi del Made in Italy non riescono a stare sul mercato. Oltre al caso eclatante dell'ex compagnia di bandiera, Alitalia, esempi concreti di una politica industriale in piena crisi sono Ferriera (Trieste), Gruppo Ferrarini (Reggio Emilia), La Perla (Bologna), Pernigotti (Novi Ligure – Al) e Stefanel (Ponte di Piave – Tv).

“Sebbene siano sempre più diffuse nel settore dei servizi e meno nel comparto industriale – spiega Renato Mason,  segretario della Cgia  – le multinazionali estere sono comunque una componente importante della nostra economia, soprattutto nei settori ad alto valore aggiunto. Ricordo, inoltre, che in termini di lavoro queste realtà occupano direttamente il 6 per cento circa di tutti gli addetti presenti in Italia e concorrono a produrre poco più del 17 per cento del fatturato nazionale”.

Secondo quanto evidenza Cgia sono le scelte della politica a dissuadere le multinazionali a mettere radici sul territorio italiano. In particolare pone come esempio il caso Ikea, che ha rinunciato ad aprire due nuove sedi in seguito all'ipotesi delle chiusure domenicali, ventilata dal M5S appena insediato al governo. Sarebbero quindi politiche di contenimento orario si lavoro a scoraggiare gli investimenti esteri sul territorio italiano.

“Premesso che – soprattutto nel Veneto – non si sentiva certo l’esigenza di aprire un nuovo megastore, il caso Ikea, scoppiato in questi mesi – evidenzia la Cgia -, è comunque emblematico nell’evidenziare l’avversione culturale che esiste nel Paese nei confronti di chi fa impresa. La multinazionale svedese ha deciso di rinunciare all’apertura di due nuovi punti vendita da 35-40 mila metri quadri ad Arese e Verona. Pare, stando alle indiscrezioni apparse sulla stampa specializzata, che le motivazioni di questo abbandono siano riconducibili all’incertezza innescata dalla politica, che in più di una circostanza ha ventilato l’ipotesi di non consentire l’apertura domenicale e, in particolar modo per il progetto scaligero, i ritardi e i rinvii accumulati in questi ultimi mesi per l’individuazione dell’area, a seguito dell’elevato numero di adempimenti burocratici ed amministrativi sorti nel frattempo. Insomma, un altro caso in cui la mancanza di certezza legislativa e le lungaggini burocratiche hanno fatto desistere un investitore straniero”.

 

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Investimenti, UE, Italia
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