23:41 15 Novembre 2019
La crisi del settore energetico aumenta il rischio di conseguenze sistemiche sulla finanza globale.

Miliardi dal nulla: la Fed comincia a ristampare denaro

© Sputnik . Mihail Kutuzov
Economia
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Il disavanzo pubblico degli USA si attesta a ben 984 miliardi di dollari. Per riuscire a coprire questo disavanzo pressoché trilionario la Fed a partire da settembre ha immesso nel sistema finanziario circa 200 miliardi, ma tale misura si è rivelata troppo modesta.

A partire da ottobre la Fed comincerà ad acquistare obbligazioni per più di mezzo trilione. L’ente regolatore rassicura dicendo che questi altro non sono che “provvedimenti tecnici”, ma gli esperti non hanno dubbi: presto la Fed tornerà a stampare banconote a pieno regime.

Impennata dei tassi

Un mese fa gli USA hanno tamponato un’inaspettata crisi di liquidità: il 16 settembre le richieste delle banche per i prestiti a breve termine della Fed sono improvvisamente quasi raddoppiate, da 27 miliardi a 53,2 miliardi. Questo ha portato a un aumento dei tassi di interessi, dal 2,29% al 4,75%.

Il giorno seguente le banche hanno presentato richieste di prestito per un valore complessivo di più di 80 miliardi di dollari. Di conseguenza, gli interessi hanno superato il 10%. Un altro indicatore chiave: gli interessi sui Fed funds (sui quali interessi le banche offrono alle altre banche fondi in eccedenza a breve termine) per la prima volta hanno superato la soglia fissata dalla Fed al 2,3% raggiungendo il 2,35%.

Il dollaro sul mercato interbancario non è mai costato così tanto né nel culmine della crisi del 2008 né allo scoppio della Bolla delle dot-com nel 2002.  

Per salvare il mercato finanziario dalla paralisi, la Fed ha deciso di acquistare titoli di Stato dalle banche (obbligazioni di Stato USA, obbligazioni di agenzie federali e obbligazioni ipotecarie). In soli due giorni (18 e 19 settembre) le autorità finanziarie hanno immesso nel mercato 128 miliardi di dollari. Già in quel caso gli esperti avevano lanciato un segnale d’allarme: se questo provvedimento non contribuirà a ripristinare i tassi dei prestiti, alla Fed non rimarrà altro se non avviare un programma per l’acquisto di asset su larga di scala analogo a quello che l’ente regolatore aveva messo in atto nel culmine della crisi finanziaria globale del 2008.

Provvedimenti tecnici?

Non è servito aspettare a lungo. La settimana scorsa il direttore della Fed, Jerome Powell, ha dichiarato che l’ente regolatore avrebbe aumentato i volumi di acquisto dei titoli a breve termine. Subito dopo sono arrivati anche i dettagli: a partire dal 15 ottobre la Fed avrebbe cominciato a comprare obbligazioni di Stato a breve termine (scadenza massima: 1 anno) per un valore totale di 60 miliardi di dollari al mese. Questo provvedimento durerà almeno fino alla fine del secondo trimestre del 2020 quando il volume totale dell’operazione si attesterà a 510 miliardi di dollari.

Come si è affrettato a precisare Powell, si tratta di un provvedimento meramente “tecnico”, necessario per prevenire una crisi di liquidità analoga a quella sopravvenuta nel mese di settembre. Il direttore della Fed ha, inoltre, sottolineato che il regolatore sta solamente tentando di tenere sotto controllo i tassi di interesse a breve termine, ma non intende stimolare la crescita economica come invece era avvenuto nel periodo tra il 2008 e il 2014. Per questo, vengono acquistate dal mercato solamente obbligazioni a breve termine, e non quelle a lungo termine o ancora quelle ipotecarie come invece era accaduto nell’ambito degli interventi di quantitative easing operati tra il 2012 e il 2014.

Queste dichiarazioni hanno molto sorpreso gli esperti del mercato. Molti hanno concluso che Powell eviti di chiamare le cose con il loro nome. L’immissione massiccia di denaro nell’economia reale tramite l’acquisto di titoli di Stato significa che la Fed, che per 5 anni era rimasta ferma, comincerà di nuovo a stampare denaro. E a prescindere dai termini che il direttore della Fed ha posto per questi provvedimenti, il succo del discorso è uno solo: le obbligazioni sul mercato finanziario verranno acquistate per centinaia di miliardi di dollari, cifra creata in sostanza ex nihilo.

Rallentamento e disavanzo trilionario

I presupposti per un nuovo intervento di quantitative easing sono evidenti. Nel 2018 l’economia statunitense è cresciuta del 2,9%, ma verso la fine dell’anno la sua crescita ha subito un brusco rallentamento. Stando alle previsioni del FMI, i ritmi di crescita del PIL statunitense nei prossimi 2 anni continueranno a diminuire. Mentre stando alle stime della National Association for Business Economics, già nel 2021 è alta la probabilità di recessione.

Le ragioni delle criticità a livello economico sono anch’esse evidenti: un enorme debito pubblico che supera i 22 trilioni di dollari, un disavanzo pubblico generato dal brusco aumento delle spese legate alla gestione del debito, nonché un giro di vite alla guerra commerciale con la Cina.

Stando a diversi economisti, la “lieve” recessione che interessa l’economia statunitense continuerà anche l’anno prossimo. E non sarà fermata nemmeno da un’eventuale riduzione dei tassi di interesse operata dalla Fed in quanto il disavanzo pubblico supererà la soglia del trilione già all’inizio del 2020.

“Il disavanzo si è attestato al 4,7% del PIL, suo valore massimo dal 2012. Per il quarto anno di seguito il disavanzo cresce rispetto al PIL”, ha comunicato la Direzione finanziaria del Congresso.

A tal proposito, gli attori del mercato collegano l’improvvisa carenza di liquidità per i finanziamenti a breve termine con il disavanzo pubblico. Inoltre, i problemi registrati nel mese di settembre hanno dimostrato in maniera evidente che le banche sono sempre meno inclini a investire nella Banca centrale.

Un duro colpo per il dollaro

A partire da settembre l’ente regolatore americano ha immesso nel sistema finanziario del Paese 185 miliardi. Tale afflusso di denaro potrebbe stimolare l’inflazione e portare a un indebolimento del dollaro su scala mondiale.

“La Fed sta giocando con l’economia: se si registreranno segnali estremamente negativi nel terzo trimestre, l’ente regolatore ridurrà immediatamente i tassi di interesse a valori prossimi allo zero oppure attuerà di nuovo interventi di quantitative easing. Tutto ciò è sintomo del fatto che nella seconda metà dell’anno assisteremo a un indebolimento del dollaro”, queste le previsioni macroeconomiche degli esperti di Saxo Bank.

Goldman Sachs, invece, è convinta che la Fed non sarà più in grado di interrompere le immissioni di liquidità nell’economia reale. “Il mercato ha continuamente bisogno di liquidità in ragione del grandissimo numero di obbligazioni di Stato che servono per tamponare il disavanzo pubblico”, osserva Goldman Sachs.

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