03:21 20 Novembre 2019
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Petrolio, l'Arabia Saudita avverte: taglio della produzione nel 2020

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Economia
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Le previsioni per l'aumento della produzione nel 2020 sono negative. L'Opec è costretto a frenare per evitare il crollo del 2014.

Il prezzo del petrolio potrebbe subire un brusco ribasso nel 2020. Lo ha detto il ministro per l'Energia dell'Arabia Saudita, Abdulaziz bin Salman in un incontro con la stampa presso il Comitato di controllo ministeriale. Una decisione sul taglio della produzione che deve essere ancora approfondita e che potrebbe essere discussa a dicembre. La riduzione di 1,2 milioni di barili al giorno, decisa alla fine dello scorso anno, non aveva prodotto una reazione positiva, malgrado un rialzo iniziale del prezzo del petrolio.

Nonostante alcune circostanze quali le sanzioni contro il Venezuela e in misura minore contro l'Iran, i prezzi hanno stentato a salire. Il Brent si è aggirato intorno ai 60$ al barile e il WTI (il West Texas Intermediate, il greggio estratto nel Texas) è oscillato tra i 50$ e i 58$. E ora i prezzi dovrebbero scendere ancora di più se le previsioni sulla domanda di alcune delle principali agenzie energetiche del mondo, risulteranno corrette.

Ancora lenta la produzione nel 2020

I tempi a venire non dovrebbero essere migliori se, come ha avvertito Julian Lee dell'agenzia Bloomberg, la domanda, il prossimo anno, potrebbe ulteriormente diminuire, come pronosticano la Energy Information Administration e la stessa Opec.

Infatti secondo una stima a breve termine della stessa EIA la domanda globale di greggio dovrebbe salire di 900mila barili invece del milione e trecentomila previsti. Diversa la previsione della International Energy Agency per la quale la crescita sarebbe dell'1,1 mln con un aumento nel 2020 fino a 1,3 mln. Pessimista a riguardo l'Opec che stima 1,02 milioni di barili con un incremento massimo per il prossimo anno a 1,08 mln.

Le nuove aree di produzione del greggio come Norvegia e Brasile

La lenta crescita della domanda è dovuta ai prezzi troppo alti e alla nascita di nuove zone di produzione che risultano incontrollabili in un mercato condiviso. A parte gli strappi consueti dell'Opec, lo shale gas americano, la produzione ad esempio è in crescita in paesi come Norvegia e Brasile. Negli Usa, l'Opec si attende un aumento della produzione fino a un 1,8 mln di barili al giorno per quest'anno, una quantità che è sostanzialmente superiore alle previsioni di crescita della produzione interna da parte della EIA, fissata a 1,2 mln.

La IEA, da parte sua, valuta un aumento della produzione in Usa e Norvegia di 1 mln di barili per quest'anno, con un 130mila in più da parte del Brasile. In questo contesto l'Opec ha appena due opzioni: “pompare a morte” (“pump-to-death”) col rischio di provocare un crollo simile a quello del 2014 o tagliare la produzione. La seconda risulta più probabile anche perché i membri dell'Opec non hanno riserve finanziarie sufficienti per passare indenne ad un altro crollo dei prezzi.

C'è ancora un'altra questione. La Russia ha più volte fatto sapere di non essere troppo convinta della politica dei tagli. Mosca è stata molto coerente nel suo sostegno ai controlli sulle forniture ma ha sempre espresso la sua convinzione che si possa operare con un prezzo del petrolio più basso. La banca centrale russa ha recentemente stipulato un prezzo di 25$ al barile per il prossimo anno, considerato lo scenario di rischio. Un buon suggerimento per i partner russi.

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