11:01 08 Dicembre 2019

I polacchi vogliono trasformare il proprio Paese in una bolla del gas

© Sputnik . Alex Vitvitsky
Economia
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Varsavia ha deciso di acquistare dagli USA ulteriori volumi di gas naturale liquefatto. Di questo ha parlato Donald Trump a una conferenza stampa congiunta con il presidente polacco Andrzej Duda.

Tenute conto le forniture previste di oro blu provenienti dalla Norvegia lungo il gasdotto Baltic Pipe e i volumi di estrazione propria, la Polonia dovrà fare inevitabilmente i conti con un surplus di costoso gas d’importazione. Sputnik vi spiega su cosa fanno affidamento i politici polacchi e quanto realistici sono i loro piani.

Merce vincolata

“I nostri Paesi hanno siglato un ulteriore accordo per la fornitura di 2 miliardi di m3 di gas”, ha dichiarato il 12 giugno il capo della Casa Bianca osservando che l’ammontare complessivo del contratto è pari a circa 8 miliardi di dollari.

Sul sito dell’operatore polacco del gas PGNiG è precisato che il volume di GNL inviato in Polonia dal terminal americano Plaquemines passerà a partire dal 2023 da 1,35 a 3,38 miliardi di m3 (dopo il processo di rigassificazione).

È già il terzo contratto. A ottobre dello scorso anno, dopo un incontro analogo tra il presidente polacco e Trump a Washington, PGNiG e l’americana Venture Global hanno siglato un accordo ventennale per 2 milioni di tonnellate di GNL l’anno a partire dal 2022.

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A novembre i polacchi si sono impegnati tra il 2019 al 2022 ad acquistare 0,73 miliardi di m3 l’anno e tra il 2023 e il 2042 1,95 miliardi da Cheniere Energy.

In generale il volume delle forniture statunitensi a partire dal 2023 toccherà i 3,5 milioni di tonnellate l’anno.

“Riceveremo in tutto 3,5 milioni da Venture Global LNG nello stato della Louisiana nel Golfo del Messico, il che è pari a circa 4,73 miliardi di m3 dopo la rigassificazione”, ha precisato il vicepresidente di PGNiG al settore vendite Maciej Wozniak.

Inoltre, il presidente USA ha dichiarato di sostenere la costruzione del gasdotto Baltic Pipe che dovrebbe essere avviato nel 2022. Lungo questo gasdotto arriveranno ogni anno in Polonia circa 10 miliardi di m3 di gas dalla Norvegia.

In tal modo Varsavia intende ricevere da USA e Norvegia almeno 14,73 miliardi di m3 l’anno e questa non è nemmeno la cifra definitiva.

“Aspettiamo con impazienza volumi ancora maggiori nei prossimi mesi e anni”, ha comunicato il segretario statunitense all’Energia Rick Perry.

Il consumo annuale di gas della Polonia è di circa 15 miliardi di m3 e circa un terzo viene già coperto dall’estrazione interna. In altre parole, anche nell’improbabile scenario che Varsavia rinunci completamente al gas russo e non concluda nuovi accordi con gli USA, si riscontra comunque un considerevole surplus di gas.

Si insegue un miraggio

Le autorità polacche non riscontrano alcun problema. Anzi, Varsavia cerca sempre nuovi contratti contando seriamente di diventare un grande hub europeo del gas in grado di concorrere con Germania e Russia.

Ma la questione non è tanto economica quanto politica. A Varsavia non è la prima volta che viene ventilata l’idea di creare una fascia di Paesi dal Baltico al Mar Mediterraneo che funga da “cortina di ferro” tra Russia ed Europa.

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In passato si parlava di Międzymorze, mentre qualche anno fa si è cominciato a promuovere la “Iniziativa dei tre mari”, Trójmorze, (Mar Baltico, Adriatico e Nero, BABS). Un grande impulso all’iniziativa fu dato dall’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump che promise di salvare l’Europa dal gas russo e di sostituirlo con il GNL americano.

Il pilastro della BABS nella regione baltica è chiaramente la Polonia. Nella zona meridionale, invece, primeggia la Croazia la cui presidente Kolinda Grabar-Kitarović nel 2016 ha dichiarato di avviare un progetto “per il coordinamento dei lavori di distribuzione e trasporto del gas nei Paesi dell’Europa orientale”.

Nell’estate del 2017 la Trójmorze è stata sostenuta da Washington. Donald Trump ha dichiarato che questo progetto avrebbe garantito ai partecipanti alla BABS “crescita e sicurezza”. E propose anche agli europei di costruire dei terminal del GNL americano nella lituana Klaipėda, nella polacca Świnoujście e sull’isola croata di Veglia nell’Adriatico.

Si prevedeva che da questi terminal la rete di gasdotti si estendesse in Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Slovenia, Bulgaria, Romania, Estonia e Lituania creando una barriera contro il gas russo.

Questo processo sembrava facile solo sulla carta, ma nella pratica gli USA si ostinarono a non stanziare alcun soldo. Washington fece solo pressioni su Bruxelles, ma gli europei si rifiutarono categoricamente di sborsare miliardi di euro per ristrutturare completamente il proprio sistema di trasporto del gas.

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Di conseguenza, i polacchi costruirono il terminal di Świnoujście che non ha mai ancora funzionato a pieno regime. Il terminal lituano di Klaipėda è stato ufficialmente considerato senza grandi prospettive. Come ha osservato la pubblicazione lituana Lietuvos žinios è diventato un onere troppo grande per il Paese e le autorità hanno semplicemente scaricato tutte le spese sui comuni cittadini.

“Secondo gli esperti qualsiasi decisione (riscattare dai norvegesi la nave-appoggio del terminal di Klaipėda o affittarla per 10 o 20 anni) non cambierà il fatto che il modello di costruzione, utilizzo e finanziamento del terminal di base non cambierà”, si legge nella pubblicazione.

Demoliti dal Turkish Stream

Il colpo di grazia alla Trójmorze l’ha dato il Turkish Stream 2, di gran lunga più allettante per Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Slovenia e Serbia. L’idea di una “fascia del gas antirussa dal Baltico all’Adriatico” è definitivamente crollata.

Anzi, è il Turkish Stream 2 ad essere diventato una “cortina di ferro” per il terminal del GNL sull’isola di Veglia. Per questo, si continua a rimandare la decisione definitiva sugli investimenti da fare nel progetto.

Si è arrivati al punto in cui nella situazione è coinvolta anche la coordinatrice del Dipartimento di Stato USA per la politica energetica internazionale Sue Saarnio la quale ha ricordato a Zagabria che la costruzione di un terminale del GNL nell’Adriatico settentrionale “ha il totale supporto degli USA”.

Dopodiché, a gennaio 2019, il ministro croato dell’Energia Tomislav Ćorić ha dichiarato che la costruzione del sito di rigassificazione sull’isola di Veglia “verrà effettuata indipendentemente dall’assenza di interesse da parte degli acquirenti di gas naturale”. A inizio febbraio è stata presa la decisione finale di investimento.

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Tuttavia, la realizzazione della Trójmorze nel comparto del gas è già di fatto impossibile. Ci si chiede a ragione: come utilizzerà la Polonia le eccedenze di gas comprato dagli USA?

Rivenderlo a qualcuno in Europa sarà molto difficile. Secondo le stime di Rystad Energy, il gas russo inviato in Europa si distingue per il suo basso prezzo di break even (circa 5$ per milione di BTU, British Termal Unit). Per il gas americano, invece, considerati la liquefazione, il trasporto, la rigassificazione e il ricavo minimo, il valore è di 6-7$. Dunque, per concorrere con Gazprom sul mercato europeo, i polacchi devono vendere il gas americano in eccedenza a se stessi. Inoltre, va anche risolto il problema delle infrastrutture di trasporto.

Anche l’idea di rivendere il GNL americano sui mercati asiatici non è brillante: in Cina e in Giappone i prezzi sono chiaramente maggiori di quelli europei, ma anche la concorrenza è maggiore. Lì Varsavia si troverebbe a concorrere con Russia, Australia, Qatar e Arabia Saudita che hanno un vantaggio geografico rispetto agli USA.

Probabilmente con l’indipendenza dal gas russo la Polonia sta tentando di ottenere anche l’indipendenza dal carbone sostituendo nelle centrali termoelettriche il carbone russo con il gas. Tuttavia, si rabbrividisce solo a pensare a quanto possa costare la sostituzione delle caldaie a carbone con le turbine per il gas e a quanto si alzerebbero i costi dell’energia elettrica.

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USA, GNL, Gas, gas, Andrzej Duda, Polonia
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